Prima lettura: Juan L. Arsuaga
Le prime pagine che vi propongo sono tratte dal bel libro del paleoantropologo spagnolo Juan Luis
Arsuaga, “I primi pensatori”, Milano, Feltrinelli, 1999. Il volume riporta e discute dati e scoperte recenti sull’evoluzione dell’uomo, in particolare il rapporto fra la diffusione dell’homo sapiens e la scomparsa dei neandertaliani. Vi domanderete che cosa c’entra con il testo digitale la paleoantropologia…
Bè questo lo scoprirete (spero) leggendo! Arsuaga concentra la sua attenzione sull’emergere della coscienza e sulla creazione-nascita dei linguaggi simbolici. Ciò che è più interessante per uno studioso di comunicazione sono le affascinanti ipotesi dell’autore su come le capacità cognitive degli ominidi e dei loro successori si leghino alla comparsa di strumenti ‘tecnici’ e soprattutto all’interazione sociale.
I file (PDF) di Arsuaga sono tre (1, 2, 3) ma le pagine non sono molte, tranquill*. Ho dovuto spezzarli per non caricare documenti troppo pesanti. Ogni settimana inserirò una nuova lettura [ora archiviate nel blog sotto diverse categorie, n.d.a.], fornendo, come in questo caso, una breve presentazione e alcuni spunti per iniziare la riflessione. Appena sarà ultimato il nostro blog ‘ufficiale’ ciascun* di voi dovrà pubblicare un commento sulla lettura settimanale. Per ora potete farlo qui. In aula poi, durante la prima ora della lezione successiva, cercheremo di tirare le somme della discussione, analizzando insieme il testo e fornendo ulteriori indicazioni di approfondimento.
Buon lavoro!
Domenico Fiormonte
p.s. Arsuaga potrebbe essere messo a confronto con due interventi: 1)
un’intervista a Gino Roncaglia (vedi link sotto). Che cosa vi viene in mente leggendo i due testi?
http://www.facebook.com/photo.php?pid=339201&view=album&id=1250898168&ref=nf#/no
te.php?note_id=67618030751
2) Il “prologo amaro” riportato da un vostro collega:
http://andreapergola.pbwiki.com/Prologo+Amaro
Ho tratto delle conclusioni forse criticabili dalle letture di Arsuaga.
L’ipotesi di partenza dell’autore, che ho trovato sicuramente interessante e che è quella che maggiormente mi ha stimolato, è che l’aumento di materia grigia corrisponde all’aumento di complessità sociale: la dimensione del cervello è
correlata alla nicchia ecologica e alla dimensione e complessità del gruppo sociale.
Da questo concetto scaturisce un confronto tra animale e uomo, che vuole arrivare a dare una spiegazione al comportamento animale senza l’uso della coscienza: non possiamo sapere se abbiano o meno una mente, ma di sicuro sappiamo che non è una mente umana.
Perchè?
Perchè le loro azioni sono stimolate dalla necessità e mirano al conseguimento di un obiettivo immediato; gli animali non sono in grado di fare progetti a lungo termine, né osservare se stessi, non sanno cioè analizzare i propri desideri e conoscenza, ed è in questo che invece consiste la coscienza umana.
Ma neanche sanno cio che sanno, né sanno cio che vogliono, gli manca il terzo occhio, quello che guarda verso l interno.
Arsuaga fa riferimento anche a Cartesio nel distinguare l’elemento umano (individuato nella piena coscienza) e quello animale (l’elemento istintivo).
Mancano quindi di autocoscienza e di coscienza percettiva (capacita di rappresentarsi interiormente il mondo), vengono definite macchine biologiche.
Ecco queste affermazioni non facevano altro che farmi pensare a ciò che potrà ridiventare un domani l’essere umano, quella che è la prossima tappa della socialità e della tecnologia, come in una sorta di processo ciclico in cui torna alle origini e che inizio a vedere soprattutto nell’interazione sociale e nella potenza simbolica e alla forte idea di simultaneità del linguaggio.
Lo stesso linguaggio in rete rimanda la necessità di rispondere d’impulso e simultaneamente facendo emergere uno slancio istintivo che non si rifà a strutture grammaticali, lessicali e sintattiche; tutto ciò nel mio pensiero non è altro che un rimando inevitabile alla rudimentalità del linguaggio primitivo.
La criticabilità di questo commento sta proprio nel parlare di diminuzione della materia grigia umana (e di conseguenza anche della diminuzione di complessità sociale) da cui scaturisce un agire privo di coscienza-conoscenza di tipo animalesco.
A seguito della lettura di Arsuaga, posso affermare di concordare pienamente con quello che l’autore dice in merito all’aumento delle dimensioni della corteccia del cervello umano, correlato, secondo il primatologo Dunbar, al concetto di nicchia ecologica (ovvero il ruolo che l’uomo ricopre nella società in cui si trova) ed alla complessità e dimensione della società. Questo cambiamento del grado di complessità della società ha portato anche ad un’evoluzione nel sistema di comunicazione utilizzato dall’uomo. Ritengo che il dialogo che si stabilisce tra chi scrive o compie qualsiasi altra attività per mezzo di un computer, ed il sistema formato da macchina e programmi, viene strutturato in base agli stessi principi che regolano la conversazione tra esseri umani. Esiste però una differenza sostanziale tra “macchina” ed essere umano assimilabile alla differenza che esiste tra essere umano ed animale: la macchina, come l’animale, non è dotata di autocoscienza né della capacità di previsione di eventi futuri. Infatti l’uomo moderno è un individuo estremamente sociale, come scrive Arsuaga, capace di analizzare la realtà, attento ai segni provenienti dagli altri umani, tanto da arrivare a prevederne le azioni; vorrei citare a questo proposito un grande innovatore della filosofia del Novecento, Heidegger che, in Essere e Tempo, mette alla base della sua concezione dell’esistenza umana proprio la tesi secondo cui il nostro essere al mondo è originariamente ed ontologicamente un essere con gli altri. Oggi l’utilizzo quasi “ossessivo” del sistema di comunicazione digitale, ed in particolare l’uso di Internet, “una finestra sul mondo”, permette di aumentare la dimensione della società comunicativa di riferimento ma contemporaneamente rende labile e fittizia l’intensità dei rapporti che si vengono a creare. In particolare mi sembra opportuno soffermare l’attenzione sul tipo di linguaggio utilizzato, soprattutto in rete, notandone una regressione di qualità, addirittura riconducibile al linguaggio “primitivo”. L’uso di abbreviazioni o di emoticons, per esempio, rendono più veloce il modo di comunicare ma nello stesso tempo lo abbrutiscono. A mio avviso però, si può giustificare l’utilizzo di un tale linguaggio con la messa in evidenza di uno dei valori fondamentali della società comunicativa odierna: la velocità e l’immediatezza di risposta agli impulsi. Quindi, se da un lato si registra una diminuzione di qualità nella lingua scritta (come in quella parlata) dall’altro l’uso del computer ha garantito il progresso delle conoscenze in ogni campo ed una maggiore fruizione dei dati: la persona più “ignorante”, con un minimo sforzo è in grado di accedere ad una “finestra sul mondo”.
Del breve testo scritto da Arsuaga, sono rimasta colpita da questa considerazione: «la dimensione del cervello è correlata alla nicchia ecologica e anche alla complessità del gruppo sociale».
Se una delle invenzioni che è seguita ad un “maggior uso della mente”, come la scoperta della pietra tagliata o l’acquisizione del linguaggio al quale siamo biologicamente predisposti (secondo il linguista Noam Chomsky), il computer come mezzo prediletto per la comunicazione, è una conseguenza della continua evoluzione dell’uomo e della sua nicchia ecologica e della ovvia, complessità del gruppo sociale in cui siamo inseriti.
Che le idee siano prodotte dall’anima (secondo Descartes) o che l’anima serva solo da contenitore per ricordarle (Platone) trovo importante la chiarificazione di Arsuaga, il quale sostiene che il risultato sia, che pensando, l’anima o la mente, maneggi delle idee che esprime tramite parole ad altri esseri o meglio ad altre menti.
L’avvento di internet e del computer come mezzo di comunicazione, segue a mio avviso, lo stesso identico principio.
È la stessa cosa. Certo, è la scrittura e non più il linguaggio verbale, è uno schermo con delle emoticons e non l’interpretazione di un gesto a farci comprendere degli stati d’animo dei nostri interlocutori, ma pur sempre scambio di significati rimane. È solamente una sfumatura del linguaggio.
Che ci siano i pro e i contro, è inevitabile: tutte le rivoluzioni hanno a seguito chi le approva, chi le vede con sospetto, e chi condanna.
Ma non è una risposta per chi di comunicazione e mass media si occupa, ovviamente.
Da una lettura comparata con l’articolo di Scalfari e dal testo riportato del discorso di David Grossman lo scrittore israeliano che ha aperto il festival della letteratura di Berlino (assolutamente toccante e commovente a mio avviso), mi è venuta l’idea di commentare in modo critico ciò che Scalfari ha riportato nel suo articolo.
Estrapolato da un discorso storico-sociale, il risvolto politico usato per commentare il blog di Grillo mi ha quantomeno lasciata perplessa.
Internet resta in ogni caso il mezzo di comunicazione di non mera informazione, intesa come scambio di notizie dove non è prevista una possibilità di risposta. Internet è l’evoluzione della televisione, della radio e del cinema che restano pur sempre veicoli per informare ma che non permettono di comunicare (intesa nell’accezione latina del communicatio, azione e messa in comune)cioè di commentare, di rispondere, di argomentare ed ampliare una discussione.
È troppo facile essere critici verso un medium del quale sono ancora poco conosciute le potenzialità ma resta pur sempre palese la capacità di questo medium di creare comunicazione dove lo scambio di idee ha in sé un potere comunicativo sconosciuto agli atri mezzi di comunicazione.
Che poi ci sia un uso improprio (mi riferisco alle stupidaggini che circolano sul web)è conseguenza naturale anche del diritto di ognuno di manifestare il proprio pensiero sancito dall’art. 21 della nostra costituzione e in quasi tutto il resto del mondo.
Ci fa comodo, quando si parla di responsabilità personale, far parte d’una massa indistinta, priva di volto, d’identità e all’apparenza libera da oneri e colpe. Probabilmente è questa la grande domanda che l’uomo moderno deve porsi: in quale situazione, in quale momento io divento massa?”
Grossman, credo, si riferisce a quando l’uomo perde la sua capacità di distinguere il bene dal male ma non c’entra il mezzo di comunicazione, c’entra quanto l’uomo in questione inteso come soggetto singolo si sappia rapportare al mondo in cui ha il privilegio (forse non capito) di vivere.
I valori e gli orizzonti del nostro mondo e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo “mass media”. Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Ci rendiamo conto che gran parte di essi trasformano i loro utenti in massa? E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trasformando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un’atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce rendendo “kitsch” tutto ciò che tocchiamo: le guerre, la morte, l’amore, l’intimità. In molti modi, palesi o nascosti, liberano l’individuo da ciò di cui lui è ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni ed omissioni. E’ questo il messaggio dei “mass media”: un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni ad essere significative ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo “zapping”
Tutto ciò è reale, è quotidiano, ma personalmente, sono orientata verso un’ideologia leggermente più positivistica… dove immagino l’uomo, dotato delle capacità e delle conoscenze adatte per essere in grado di decodificare i messaggi, la mole di notizie a cui è sottoposto in ogni secondo della sua giornata.
Criticare non serve, non risolve il problema. L’analisi sì, invece.
L’uomo è un animale sociale, come già un mio collega ha scritto, io aggiungo che l’uomo è potenzialmente anche dotato della capacità di saper distinguere tra il bene ed il male.
Conludo con il bellissimo racconto estrapolato dall’articolo di Grossman…
Nella tradizione ebraica c’ è una leggenda, o una credenza, secondo la quale in ogni uomo esiste un ossicino chiamato “luz” – “nocciolo” in ebraico – sistemato in cima alla colonna vertebrale. Questo ossicino racchiude l’essenza dell’anima ed è indistruttibile. Anche se l’intero corpo dovesse disintegrarsi o bruciare, il nostro “nocciolo” rimarrà intatto, preserverà la peculiarità che c’ è in ciascuno di noi, la radice del nostro essere. Ed è a partire da questo ossicino che l’uomo si ricreerà nel giorno della resurrezione dei morti.
Lettura molto interessante, sicuramente.
Leggendo anche il pezzo di quotato di Scalfari – in uno dei link – la prima riflessione che ho fatto è stata: perché il fenomeno “Internet” non viene preso seriamente?
La domanda mi pare assolutamente legittima, dal momento in cui assume dimensioni sempre più enormi, sia dal punto di vista quantitativo (del numero di utenti) sia dal punto di vista qualitativo (del tipo di riflessioni sull’argomento).
E illuminante è l’assunto di Dunbar, il quale sostiene che la dimensione del cervello – cito – «è correlata alla nicchia ecologia; [...] anche alla dimensione e complessità del gruppo sociale».
Vale la pena soffermarci su questa frase.
Internet è, a conti fatti, un’enorme comunità costituita da utenti i quali, il più delle volte, si presentano per come sono. Lasciamo stare tutta la letteratura (da me studiata nella mia triennale) che cita vari casi i cui protagonisti sono utenti che fingono altre esistenze: tralasciamo, per adesso, quei casi che, nell’esperienza moderna, sono minoritari (tendo, infatti, a ritenere questi comportamenti sperimentazioni della prima ora, come quando si da un giocattolino nuovi a dei bambini e questi ne provano tutte le capacità prima di scegliere quella preferita) e concentriamoci sull’uso “comune”.
L’uso comune è quello di una tribù. L’esperienza mi dice che quando si entra in una comunità si cerca un rapporto veritiero con altri utenti ma si ripudia fermamente l’autorità, accontentandosi di una mera funzione di controllo (sto parlando, ovviamente, dei moderatori). L’immagine che mi viene in mente è quella di un pellegrino che incontra una comunità nel suo cammino: vi si avvicina per un periodo di tempo che ritiene ragionevole alla fine del quale o se ne allontana o vi si integra.
Ecco, le comunità di Internet sono più o meno così. Sono luoghi – nella percezione personale, che va al di là del raziocinio pragmatico, assolutamente fisici – dove ci si comporta in una maniera naturale sporcata ovviamente dal medium.
Perché ho citato Dunbar? Correndo il rischio di andare oltre per l’entusiasmo del momento, dico che Internet è come un nuovo habitat. Come gli uomini preistorici (perdonate il termine generico, ma di antropologia ne so molto poco) si spostavano in un nuovo ambiente e vi si adattavano, così l’uomo sapiens moderno cerca soddisfazione ai suoi nuovi bisogni altrove e vi si adatta. E questo “altrove” è una comunità immensa. Nicchia ecologia e gruppo sociale – le variabili di Dunbar – sono quindi per complessità enormi. Allora la struttura del cervello dell’uomo devo per forza modificarsi. Non sto parlando, ovviamente, di struttura fisica, quanto della semantica, della percezione dei messaggi, delle relazioni sociali.
Se il nostro antenato africano era specializzato nella comunicazione, nell’astrazione, forse questa sotto-razza di homo sapiens si sta specializzando nella comunicazione informatica. Allora è chiaro come lo studio dell’antropologia possa risultare utile in questo campo: studiare le comunicazioni informatiche è come studiare il comportamento di una nuova razza o un nuovo comportamento di una razza già esistente (il che, a conti fatti, è un po’ come fare la stessa cosa).
Niente di apocalittico o trascendentale: è solo un nuovo modo di relazionarsi e comunicare. Certo, forse le conseguenze sono un attimino più complesse, ma forse sarebbe il caso di usare una nuova prospettiva nello studio di questo campo.
Ci tengo a sottolinearne la necessità soprattutto ora che ho letto la pagina “Prologo amaro”: è incredibile quello che viene scritto ancora oggi nel 2007.
Vi spendo davvero poche parole, perché temo si tratti di argomentazioni trite e ritrite. Forse che l’uso del telegrafo prima e del telefono poi – ma anche della televisione l’altro ieri – abbiano mutato così radicalmente il linguaggio della gente trasformandolo in una pratica squallida? Non credo.
Forse che davanti ai licei romani (perdonate l’esempio) o palermitani (quelli di casa mia, cioè) si sentono i ragazzini parlare con un standard medio-alto? Ma davvero si crede che l’uso di email e sms frantumi la coscienza linguistica di un popolo? Mi sembrano tutte stupidaggini.
Quelli sono slang e, come tali, hanno un uso limitato.
Non sono sicuramente una persona dotta, un letterato o un grande studioso. Frequento forum di low e middle-profile (giochi di ruolo, discussioni di manga – robe di questo genere) ma, assicuro, la percentuale di utenti che sostituisce il “comunque” col “cmq” è inferiore al 10%. Allora dico, è solo un problema di alfabetizzazione: come ci sono studenti che parlano con un pessimo accento/cadenza/vocabolario palermitano – e ce ne sono -, ci sono anche studenti che non lo fanno; lo stesso per gli utenti.
Gli studi su Internet devono prendere una piega diversa: ad oggi, la stragrande maggioranza di studi ha preso in considerazione i casi deviati, non la “normalità” – per quanto il termine possa essere usato nel contesto.
Dovrebbero essere le idee stesse di percezione e sensorialità ad essere messe in discussione cercando di capire come queste vengono mutate dalla comunicazione elettronica (termine nel quale racchiudo, sicuramente impropriamente, l’attività svolta tramite il pc) e non la solita idea di identità (del sé, della lingua, delle idee).
Chiudo il discorso – lunghissimo, scusatemi – con un ultimo pensiero. Io credo davvero che Internet sia democratizzante, ma lo è come lo sono i libri: solo se sono alfabetizzato leggo, quindi rifletto, quindi capisco, altrimenti posso usare il libro per schiacciare lo scarafaggio kafkiano che mi ha fatto, leggendolo, tanta pena.
Ho trovato interessante leggere le pagine di Arsuaga e, attraverso esse,veder ripercorrere lo stadio evolutivo della specie umana. Con quest’ultima espressione voglio considerare non soltanto un’evoluzione in senso sociale e culturale, ma in primis un’evoluzione anche in senso anatomico. Sono stata colpita dal fatto che i Neandertaliani, che vissero in Europa durante l’era glaciale,fossero in grado di costruire semplici utensili, scheggiare pietre, nonostante avessero difficoltàa produrre un linguaggio articolato. Ancora prima l’Homo Habilis e l’Homo Hergaster. Eppure sono riusciti a creare intorno a sè un ambiente sociale e culturale che conferiva loro indipendenza;sono riusciti, secondo me,a garantirela sopravvivenza dell’individuo con l’uso di comportamenti comunicativi che hanno reso possibile una serie di relazioni sociali e, di consguenza, la CONOSCENZA.
Leggendo le pagine di Arsuaga ho ritenuto interessanti i passaggi dalla nascita del linguaggio fino ad oggi. Quello che mi fa pensare è la necessità di poter e di dover comunicare con i simili che ha portato l’uomo a progredire e a creare quella che oggi è la società in cui viviamo. Partendo dall’era dell’homo habilis, con il quale inizia la fase umana nel cammino evolutivo, sappiamo tramite degli studi condotti da antropologi che questi aveva un’area del cervello (l’area di Broca) interessata nella produzione del linguaggio parlato. La necessità delle tecniche di fabbricazione degli strumenti, la produzione del fuoco e i sistemi di caccia degli ominidi diedero una svolta al linguaggio articolato che doveva distinguersi dai mezzi di comunicazione propri degli animali. Anche se all’inizio era un linguaggio rudimentale, serviva pur sempre per comunicare e grazie all’esigenza di adattamento si è giunti ad un linguaggio più complesso, capace di esprimere anche i concetti più astratti. Ed è per questo che oggi nella società siamo in grado di comunicare perchè spinti dall’esigenza di farci capire dai nostri simili. Certo, molti sono stati i fattori che con il tempo ci hanno accompagnati alla digitalizzazione, come ad esempio: lo sviluppo dell’intellegenza, la cultura, l’informatizzazione e tanto altro. L’uomo oggi grazie all’ingegno e alla cultura è riuscito a crearsi gli input del progresso.
Dalle pagine di Arsuaga ciò che mi colpisce riguarda il concetto di mente, come dice l’autore “l’unica che conosciamo è la nostra mente”,e sono pienamente d’accordo.
La comunicazione animale è diversa da quella umana. Quella animale avviene attraverso i segni,l’olfatto,i suoni,i colori ma sicuramente comunicano tra loro scambiandosi informazioni riguardante il cibo o per la conquista di un territorio. Gli animali non hanno coscienza di sé e pensano all’immediato,alle loro necessità momentanee,mentre l’uomo pensando al futuro riesce a progettare a lungo termine.
Alcuni studiosi affermando che“ammesso che gli animali abbiano una mente” mettono a confronto la mente di quest’ultimi con quella degli umani. Mentre quella degli animali ,non la si può leggere perché opaca ai nostri occhi,invece riusciamo a leggere quella degli umani che ci appare trasparente. Sicuramente la ragione e il nostro intelletto ci differenzia da loro
Interessante a mio avviso è ciò che afferma Descartes ,ma non sono del tutto d’accordo, sul fatto che gli animali non possiedono autocoscienza e che non sentano dolore,angoscia, paura. Afferma Descartes che solo quelli “superiori”possiedono coscienza di sé ,possedendo una coscienza visiva,come gli scimpanzè. Anche se in loro, spesso ho notato sofferenza a causa di malattie. ho sempre pensato che fosse dolore,sofferenza. Mi sbagliavo?
D’accordo anche con la frase “La mente non è un’entità privata ,ma sicuramente è condivisione sociale,universale e si trova in tutti gli umani. Come la conoscenza che si acquisisce tramite l’interazione sociale: l’unica cosa innata è la capacità di acquisirla”. L’ analogia mente/computer mi fa riflettere su come la comunicazione digitale fa ormai parte della collettività: la quotidianità degli sms, gli emoticons (sempre più simile al linguaggio primitivo )ha cambiato il modo di comunicare. Questo ha portato una qualità della lingua scritta assai ridotta e ha migliorato, d’altro canto, il modo di comunicare rendendolo più immediato da un capo all’altro del mondo.
Uomo-animale; rapporto tecnologia-società: commenti di arsuaga
Ciò che mi ha colpito particolarmente in queste pagine di Arsuaga è, in primo luogo la questione della coscienza, e del differente approccio al mondo e alla sua comprensione da parte degli uomini (intesi nel senso moderno del termine, come individui dotati di una determinata conformazione cerebrale, di una peculiare struttura anatomica, e di un’intelligenza sociale ben sviluppata) e degli animali. Il problema della coscienza sensibile degli animali e del loro grado di elaborazione delle azioni, non è soltanto una questione che riguarda il rapporto tra “espressione e contenuto” (per dirla con termini inesatti)ossia la relazione tra azione e intenzione (o relativo stato mentale di base), bensì concerne anche l’essere umano. Infatti come è possibile accertare che, a determinate manifestazioni esteriori di dolore, paura, sofferenza, felicità, corrispondano effettivamente dei sentimenti o degli stati d’animo profondi? Si può trattare di un comportamento funzionale, adottato dall’individuo per adattarsi alle circostanze (magari quell’azione gli procura vantaggi o permette di non arrecargli svantaggi), cosiccome per l’animale. Certo nell’uomo una motivazione di questa “finzione” emotiva potrebbe essere la volontà di nascondere la propria reale “coscienza”, la propria personalità all’ambiente sociale di riferimento, e questo può accadere per varie ragioni (legate all’autostima, al grado di maturità delle relazioni con gli altri, elementi non considerati nell’azione animale, che si sviluppa solo a partire da necessità immediate, ed è di natura biologico-fisica) .
Un altro tema molto interessante riguarda il rapporto tra linguaggio e formazione delle relazioni sociali, e di conseguenza, strutturazione di un preciso ambiente collettivo. Il linguaggio ha assunto varie forme, dall’antichità ai giorni nostri, si è “servito” di differenti strumenti tecnologici per trovare il proprio spazio nelle peculiari situazioni storico-sociali in cui gli uomini si trovavano ad operare. In parte lo sviluppo della linguistica (mi ricordo il corso di linguistica seguito durante la triennale) si è incrociato con il perfezionamento dei mezzi di comunicazione, dall’oralità, alla scrittura, alla stampa, fino alle moderne tecnologie digitali di fine XX,inizio XXI secolo. Queste ultime rappresentano, secondo la mia opinione, l’ultimo stadio (per ora) del processo di adattamento tra linguaggio (visto come espressione del pensiero umano) e società di riferimento, tanto che le influenze tra Internet e le tendenze sociali attuali sono reciproche e non sono unilaterali. La strutturazione dei processi di conoscenza e di comprensione della realtà delle nuove generazioni è strettamente collegata alle nuove modalità di relazione, mediante il World Wide Web, e le nuove tecnologie telematiche, che consentono di modificare profondamente il rapporto tra l’individuo e l’apprendimento, le relazioni sociali e interpersonali, il modo di comunicare ( a livello istituzionale, formale, informale, familiare) e, in ultima analisi, il modo stesso di pensare e di concepire il mondo.
Più che “analizzare” il saggio di Arsuaga voglio soffermarmi sul suo messaggio: la coscienza degli esseri umani, il loro concepire se stessi e, forse, a partire da questo la nascita di strumenti (come il linguaggio) per creare un ponte con
le coscienze degli altri, un ponte che si allarga e diventa evoluzione.
“La vita sociale è una grande partita a scacchi” ho letto. E’ vero: comunicare è fare una mossa, sia che si tratti di linguaggio verbale che di segni anche non verbali. Ed è qualcosa che ritengo essenziale per una comunità, per farla crescere e sviluppare.
Ora, partendo dal discorso dell’homo habilis fino al sapiens, ritengo le loro differenti capacità cognitive conseguenze sì della nicchia ecologica, ma soprattutto del gruppo sociale. Gli spostamenti da un territorio all’altro, le “scoperte” sono legate alle necessità “della comunità”. Forse è questo che è innato in noi: il senso della comunità, di difendere i nostri cari, così come
fanno anche gli animali con i cuccioli. Comunicare e attribuire significato a determinate cose è quindi il nodo, il gancio tra uomini diversi per costituire un’unica società. Ora, avendo letto anche gli altri 2 contributi, di cui uno del caro amico Andrea, mi sono fermata a pensare… e ho pensato anche tanto …
Un primo pensiero obbligatorio è per la nota di Roncaglia: mi trova pienamente d’accordo. Nonostante io non sia una sociologa o un’esperta di comunicazione (spero di diventarlo col tempo) è triste leggere che un grande giornalista sociologo come Alberoni dopo anni di studi sia giunto a questa proposta. (Beh, magari è anche vero che da quei studi non si è mai mosso!)
E’ davvero così? I ragazzi non sanno più formulare testi complessi e
strutturati? Ormai si parla/comunica solo attraverso chat, sms e video su youtube ergo non si scrive più con un linguaggio forbito, ricco di complessità e ricchezza…Ma, mi chiedo, se anche fosse vero(ed io credo di no!), chi stabilisce quale sia la forma di comunicazione migliore? E’ solo una questione di forma? Non può essere semplicemente la realtà che cambia… che si evolve?
Sorrido e penso che magari milioni di anni fa c’era qualche anziano “Alberoni” nelle tribù di ominidi che si opponeva a pitture e nuove forme di comunicazione “evoluzionistiche” … Ma si, c’è un Alberoni per ogni epoca!
E forse è proprio la presenza di dissidenti a caratterizzare il momento del cambiamento, il segno della forbice che taglia (o è della colla che unisce col passato e lo migliora?)
Ai posteri, cattivi comunicatori, internauti, grillini e che dir si voglia (così non si può dire che non usiamo un linguaggio forbito!) … l’ardua sentenza!
Chiedo subito scusa per l’enorme ritardo con il quale arriva il mio post.
Propongo per prima cosa la mia opinione sul tema, a quanto pare scottante, del
presunto impoverimento della lingua a causa dell’utilizzo dei nuovi media e
della crescita esponenziale di una lingua giovanile scritta e parlata. Sono
entrambi fatti innegabili ma personalmente non li ritengo una minaccia. E’ vero
che molti di noi utilizzano questo nuovo sistema di scrittura, fatto di
abbreviazioni e sostituzioni, quando si rapportano con questo nuovo sistema
digitale ma è altrettanto vero che, primo, non è un discorso universalmente
valido; personalmente infatti continuo a scrivere le parole per intero anche
negli sms, e, secondo, non è detto che il fatto di utilizzare anche questo
sistema nelle chat, per quanto riguarda le forme scritte, e in famiglia e con
gli amici, per quanto riguarda il parlato, mi porti a dimenticarmi dell’Italiano
standard (che tra l’altro non ho mai considerato come una scienza esatta!). Il
fatto che in pizzeria con gli amici usi un vocabolario “giovanile” e uno
spiccato accento romano non implica il fatto che io non sappia usare un
congiuntivo.
Inoltre non concordo su quanto è stato affermato in classe, se ho capito bene,
che gli strumenti non influenzino il pensiero. Secondo me sì, lo influenzano
eccome. Ma gli strumenti di cui parlo sono il linguaggio, inteso come abilità, e
le lingue, intese come declinazioni pratiche di tale abilità, non il pc o il
cellulare che considero estensioni dell’uomo di oggi al pari della pietra
tagliata dell’Homo abilis.
Per quanto riguarda la lettura del testo di Arsuaga, mi trovo più o meno in
accordo con l’autore e spesso condivido a pieno le critiche fatte ad altri
studiosi. Propongo un paio di riflessioni.
1-Sul tema della pietra tagliata concordo con l’autore a considerare questi
strumenti come “strumenti biologici”, una sorta di “mente estesa” che prolungava
la morfologia dell’individuo, al pari, oggi, di carta e penna per fare i conti.
Ma non credo che il fatto di non ricercare una forma bensì un attributo, il filo
appunto, sia sintomo di un minore stato cognitivo. Anche se non in grado di
riprodurre esattamente le pietre in serie, la capacità di capire ciò di cui
avevano bisogno mi sembra debba godere di una certa rilevanza.
2-Il cambio di nicchia ecologica dell’Homo habilis secondo me è dipendente dal
cambiamento morfologico consistente nella riduzione della faccia e nell’aumento
della corteccia cerebrale. Tale cambiamento ha apportato capacità tutt’altro che
marginali. La capacità di creare mondi fittizi, di interiorizzare il mondo
reale, la capacità poter andare avanti e indietro nel tempo con la mente, di
immaginare le diverse opzioni, di prevedere la possibili conseguenze delle sue
azioni ha reso l’Homo habilis diverso dagli altri animali e l’ ha spinto a
creare gruppi sociali. A questo punto mi si presenta una domanda. Se, come si
legge più avanti nell’articolo, “soltanto il linguaggio è lo strumento che rende
possibile la migrazione delle idee da una mente all’altra”, come ha potuto
l’acquisizione delle sopra elencate capacità ma non (ancora) l’acquisizione del
linguaggio, portare alla creazione di forme comunitarie? Forse allora non è
così, forse l’Homo abilis era in grado di condividere le esperienze e i progetti
con gli altri anche senza l’utilizzo del linguaggio.
3-Infine mi sembra piuttosto ridicola la teoria di Wittgenstein che nega la
presenza di una mente individuale e propone invece una sorta di “Leviatano”
detentore della mente comunitaria condivisa da tutti e lo stesso vale per la
teoria di Noble e Davidson che vedono la nascita di mente e linguaggio come
contemporanea. In questo punto però non ho capito una cosa. Mi sembra che i
termini “mente” e “coscienza” vengano usati come sinonimi. Secondo me i due
termini andrebbero separati e proporre invece una prima nascita della mente e
una successiva nascita ( anche contemporanea, questo non lo so) di coscienza e
linguaggio.
La lettura delle pagine di Arsuaga può indurre molteplici spunti di
riflessione e dibattito. Personalmente, ho trovato di grande interesse la
sezione dedicata alle ipotesi sulla fabbricazione di utensili e strumenti da
parte dell’Homo Habilis. Vado per citazioni:
“Si è detto che gli strumenti – quali che fossero – prodotti da Homo Habilis
erano ‘strumenti biologici’, vale a dire che potenziavano o prolungavano la
morfologia dell’individuo”.
In merito al rapporto uomo-tecnologia esistono senza ombra di dubbio
innumerevoli idee e correnti di pensiero.
Fra il dire che un’innovazione tecnica (sia essa la scheggiatura di una
pietra al fine di farne uno strumento per cacciare o tagliare il cibo dell’Homo
Habilis, oppure un qualsiasi tipo di rivoluzione tecnologica che accompagna
l’uomo del nostro tempo nell’immediato futuro, rendendolo goccia in mezzo
all’oceano, nodo fra milioni di nodi di una rete a cui tutti sono connessi e
nella quale tutti comunicano)potenzia la morfologia dell’uomo, ed il sostenere
che la stessa novità la prolunghi o la trasformi, passa una bella differenza.
Un aumento delle potenzialità dell’individuo implica dunque necessariamente
un prolungamento della sua morfologia? Se così fosse, si avvalorerebbe l’ipotesi
di Roberto Marchesini, che nel suo libro “Post Human” teorizza l’esistenza di un
“dislivello prometeico” insito nella natura stessa dell’uomo, un paradigma di
incompletezza dovuto alla sua scarsa adattabilità all’ambiente che lo circonda.
All’interno di questa concezione, la tecnologia ha la funzione di supplemento a
tale incompletezza. Senza di essa, l’uomo non sarebbe completo.
Personalmente, mi piace pensare che sia proprio la flessibilità della mente
umana a rendere l’uomo completo, e a fornirgli la possibilità di incrementare le
proprie possibilità attraverso l’innovazione, di cui la costante evoluzione
della comunicazione è etichetta inoppugnabile.
Un altro spunto di sicuro interesse lo fornisce la filosofia di Descartes,
che individuava nel linguaggio il veicolo unico attraverso cui le idee migrano
da una mente all’altra. Supponendo che il filosofo in questione si riferisse al
linguaggio verbale (e non a “qualsiasi sistema di comunicazione mediante
simboli”, come sostengono Noble e Davidson: correggetemi se sbaglio), va detto
che una situazione comunicativa fra due parlanti è costituita da vari elementi,
dei quali le parole costituiscono solo una piccola parte. Da sempre affascinato
dall’idea di quanto la pragmatica dell’atto linguistico possa in realtà
esprimere, mi chiedo: un qualsiasi canale o veicolo di comunicazione non
verbale, partendo dall’oggetto libro fino ad arrivare alla rappresentazione
testuale di dialoghi o testi nel web, limita o modifica in qualche modo la
migrazione delle idee?
A conclusione di queste riflessioni pongo la citazione delle parole di
Arsuaga che ho maggiormente apprezzato:
“C’è chi aspira a viaggiare nello spazio sotto forma di byte. Personalmente
mi sento troppo terreno per farmi mettere in un dischetto. In ogni modo la cosa
non sarebbe così semplice, perché, anche se il programma più elementare mi
sconfigge agli scacchi, a furia di elaborare dati, non per questo rilevo nel
computer il più piccolo segno di riflessione. Neppure Deep Blue, la macchina che
dicono abbia sbaragliato Kasparov, il campione degli umani, mi fa impressione.
Sinceramente attribuisco maggior talento a una formica. Si arriverà un giorno a
creare una macchina cosciente? [...] Non ci credo”.
Di commenti sulla lettura di Arsuaga e le altre collegate se ne sono fatti ormai molti nel nostro “forum”… quasi tutti gli aspetti sono stati presi in considerazione, e il professore a lezione ha tirato le somme su quanto è emerso… dunque da dire mi rimane poco di nuovo. Preferisco allora puntualizzare i temi che nella discussione (sul web e in classe) hanno attirato maggiormente la mia
attenzione.
Innanzitutto, il problema del rapporto mente/corpo. Mi ha colpito particolarmente la sua riproposizione in quanto da poco ho sostenuto l’esame di Filosofia Morale con il prof. De Caro in cui parte del programma era dedicata alla Neuroetica (scienza frutto dell’incontro tra neuroscienze e filosofia). Gli esperimenti di Libet e poi quelli (recentissimi) del gruppo di Haynes hanno portato questi ricercatori a sostenere che le decisioni – ritenute libere dalla nostra mente – siano in realtà preparate (e quindi determinate) in anticipo da eventi cerebrali. La connessione tra livello corporeo e livello mentale dell’uomo, allora, diverrebbe molto più stretta rispetto alle ipotesi dualistiche di Cartesio (per il quale la mente e il corpo sono totalmente svincolati: capita che la prima occupi il secondo, ma non c’è nessun rapporto
ontologico) o del funzionalismo (per cui la mente è il software e il cervello l’hardware, in analogia con il computer). Si è cercato invece di agganciare la mente al corpo (vd. riduzionismo nella versione della teoria dell’identità dei tipi mente-cervello: per ogni classe di eventi mentali c’è la corrispondente classe di eventi cerebrali, quindi la mente è identica al cervello). Anche una
posizione del genere deve essere messa in discussione, ovviamente, per non cadere in un puro determinismo che annienterebbe una delle peculiarità umane – la coscienza delle proprie scelte –, ma non può a mio parere essere ignorata.
La negazione di Wittgenstein della presenza di una mente individuale a favore di una mente socialmente condivisa mi ricorda invece molte suggestioni che vengono avanzate a proposito delle nuove tecnologie, e in particolare delle rete Internet, sulla creazione di una “intelligenza” collettivamente formata – grazie
alle potenziate modalità di interazione sociale – che, estrapolata dai singoli corpi, trovi sede nell’u-topos dei circuiti virtuali. Sebbene questa ipotesi eserciti un certo fascino, mi risulta più facile concepire che nell’interazione si trovi la possibilità di costruirsi come sé, di sviluppare la propria identità e quindi la propria mente, che rimane ciò che ci costituisce come individui; nel
potenziamento dei rapporti interpersonali che permette Internet si trova una ulteriore opportunità di sperimentare diversi percorsi di ricerca del sé, il quale può indossare diverse maschere e dar sfogo alla sua costitutiva molteplicità. Ciò che invece va pensato come il risultato di un processo di costruzione collettiva e sociale è la conoscenza, non più concepibile sotto forma di apprendimento individuale di regole e concetti: occorre perciò una partecipazione effettiva e consapevole a tale processo.
In secondo luogo, mi ha colpito la questione riguardante le tecnologie. In questa categoria penso si possano ricondurre i vari tipi di fenomeni citati da Arsuaga: la costruzione di utensili, il linguaggio, la scrittura. Essi non sono semplicemente “tecniche” o “strumenti”, ma qualcosa di più. Il sociologo tedesco Heinrich Popitz sostiene che i prodotti dell’uomo (le lance, il fuoco, gli
utensili in genere, fino all’informatica oggi) modificano e trasformano l’ambiente in cui l’uomo vive, e che l’ambiente a sua volta incide sui mutamenti adattivi umani, i quali provocano ancora modificazioni nella tecnologia. E non solo. Operando sul plasmare e percuotere, e sulla possibilità di distanziare il corpo umano dall’ambiente – lancio di una pietra, lavorazione della stessa per
migliorare le caccia, scoperta della possibilità di utilizzare dei mezzi per facilitare il lavoro – i primi uomini avrebbero stabilito un «circuito di regolazione tecnico-organica» tra mano, occhio e cervello. «Quanti più utensili l’uomo produceva – asce, arpioni, spade, bulini, attrezzi per scavare, chiodi,raschietti – tanti più modelli di forme doveva ricordare per poter guidare corrispondentemente il processo lavorativo. La molteplicità di utensili significa anche una sfida ad avere “di più in testa”, a recepire e a conservare di più». Popitz afferma che «la costituzione psico-fisica dell’uomo va spiegata essenzialmente anche come un prodotto della crescita dell’esperienza tecnologica».
Noi umani siamo flessibili, aperti al mutamento, “plasmabili” da noi stessi, dall’ambiente, e dalle cose che produciamo e plasmiamo. Il nostro uso quotidiano della tecnologia ha a che fare con quel che siamo nel profondo: mentre noi usiamo i media, per esempio, e li modifichiamo, anche loro “usano” e modificano quel che siamo. Il libro come medium, al quale siamo abituati, non è sempre esistito e non è un medium “neutrale”: il libro si associa a una forma mentis
ben precisa, sequenziale e analitica, completamente sconosciuta laddove il libro non esiste. Ora che il medium libro entra un po’ in crisi, la forma mentis alfabetica si ribella e mette in atto le proprie strategie di difesa.
Accolgo il monito del professore, che a lezione ci esortava a non errare cadendo, anche qui, in un determinismo semplicistico. L’ambiente nel quale viviamo, soprattutto oggi, ha molteplici dimensioni, vari livelli e diversi contesti, in ognuno dei quali dobbiamo essere capaci di muoverci al meglio adattando le modalità di comunicazione più consone, al di là delle contrapposizioni tra apocalittici e integrati (di cui si ha sentore dalla lettura dell’intervento di Roncaglia e di quelli raccolti nel “Prologo amaro”).
Ma quanto ho appena esposto sopra mi sembra innegabile. Certo, va
problematizzato.
Il pensiero di Wittgenstein, cosi come citato nelle riflessioni di Arsuaga, andrebbe ricontestualizzato prima di essere soggetto a critiche di così ampio respiro: se oggi potrebbe essere considerata un’anticipazione delle moderne teorie interazioniste, allora la teoria della mente condivisa tendeva a restituire alla comunicazione e al linguaggio un statuto per molti versi “rivoluzionario”, meno legato alla sua dimensione letterale (interna all’enunciato e strettamente legato alla sua struttura logica, pensiamo a Frege) ma altamente connesso al suo uso e ai suoi attori (si pensi alla teoria dei giochi linguistici).
Credo che l’accento posto da Wittgenstein sulla dimensione condivisa della co(no)scienza andrebbe anzi rivalutato, nonostante porti con se una serie di “preoccupazioni”; del resto, non è sulla scorta di valutazioni etiche o morali attorno alle conseguenza di una certa tesi che si dovrebbe giungere alla sua eventuale smentita. Sarebbe come rigettare in blocco le tesi chomskiane perché, se fossero vere, allora sarebbero il fondamento biologico di una generica superiorità del genere umano sulla natura.
Lo stesso Arsuaga, d’altra parte, non sembra appoggiare in toto le teorie di Chomsky, specie in riferimento alla questione degli universali linguistici e all’idea di una grammatica universale; sembra, al contrario, abbracciare le moderne teorie cognitiviste sulla mente umana e sul linguaggio. Merita particolare attenzione l’ipotesi secondo cui lo sviluppo delle competenze metarappresentazionali (con le parole di Arsuaga, la capacità di riconoscere nell’altro una coscienza) siano la risposta adattiva dell’uomo alla necessità di prevedere il comportamento altrui; l’autore tuttavia, non ascrive a tali competenze anche lo sviluppo di quelle linguistiche, finendo per ricondurre il linguaggio a quella competenza perlopiù autonoma della quale ci parla Chomsky, concezione attorno alla quale ruotano gran parte delle critiche al suo modello.
Ne accoglie, in altre parole, il carattere di “specialità” ma, come Chomsky, non ne spiega il ruolo sul piano dell’evoluzione cognitiva: se per il primo, semplicemente questo era un problema di poco conto, Arsuaga ne spiega solo il ruolo sul piano dell’evoluzione biologica. E’ probabilmente questa sottesa adesione all’autonomia cognitiva del linguaggio che lo porta ad affermare che “continuando con l’analogia del computer digitale, tutti sanno parlare e ad un’età molto precoce mentre le persone non imparano naturalmente la fisica o la matematica”. Le teorie sulla fisica e la matematica ingenua proverebbero il contrario: un bambino nei suoi primissimi anni di vita raggiunge delle abilità pre-linguistiche portentose, ma queste non sono più complesse e strutturate della capacità di distinguere l’unità dall’insieme, né meno straordinarie del fatto che il bambino sa già molto di quello che c’è da sapere sulla sovrapposizione dei solidi o sulla forza di gravità.
Anche la questione dell’homunculus è trattata in maniera anomala, almeno rispetto alla tradizione della psicologia cognitiva: se nella teoria delle rappresentazioni l’homonculus costituisce l’ostacolo principale alla spiegazione della mente umana computazionale, per Arsuaga è ciò che spiega l’autocoscienza, la rappresentazione del se in quanto essere cosciente. Non è un caso che l’autore ammetta le sue perplessità di fronte ai test effettuati sugli scimpanzé per verificarne le eventuali capacità di “sensibilità cosciente”: non sa spiegare se lo scimpanzé si tocca la fronte perché si riconosce riflesso nello specchio o perché sta guardando la mano di un suo simile muoversi. E’ una rappresentazione che qualcuno sta interpretando; Arsuaga è l’homunculus nella mente dello scimpanzé.
“La natura si è riempita di spiriti” dice Arsuaga. Ho trovato altamente evocativo questo riferimento dell’autore alla tendenza, tutta umana, di attribuire al mondo forme e atteggiamenti tipici dei suoi simili e di raccontare su di esso delle storie. Strumento per fare ordine al caos, canale attraverso cui l’uomo esprime la sua esplosiva creatività, oppure ancora, ulteriore supporto adattivo funzionale allo sviluppo delle capacità previsionali sul comportamento dei suoi simili? Cammelli antipatici, case che sorridono, nubi che minacciano. Resta, la questione delle emozioni, un terreno della mente tutto da
esplorare.
Salve a tutti,
innanzitutto mi scuso per il ritardo nella pubblicazione dei miei commenti personali sulle letture assegnateci. Fatto questo passo subito all’analisi di alcuni degli aspetti che mi hanno maggiormente colpito leggendo le dispense.
Mi ha colpito molto uno degli ultimi articoli letti (il link dal blog di Gino Roncaglia) in cui si avanzano critiche abbastanza dure sulla “piega” che la lingua italiana sta prendendo negli ultimi tempi soprattutto negli ambienti del world wide web: viene posta particolarmente in evidenza “la diminuzione della capacità di elaborare messaggi complessi e strutturati”. Personalmente non penso sia così e non condivido tale asprezza : mi sembra che si stia travisando il sistema di evoluzione del linguaggio. Il punto è che qui non si tratta di una semplice “piega”: noi stiamo assistendo ad un vero e proprio “sdoppiamento” del sistema simbolico d’espressione. Mi spiego meglio: internet, e in generale il mondo della della tecnologia digitale, ha spalancato una finestra già semiaperta all’alba dell’avvento del telegrafo e del telefono: uno studioso di cui ci occuperemo fra poco, Walter Ong, ha parlato proprio nel suo saggio “Oralità e Scrittura”, (che mi è capitato di leggere per un esame di triennale) di “oralità di ritorno” o “oralità secondaria”. Secondo Ong, infatti, nel preciso momento in cui i mezzi di comunicazione sopracitati hanno fatto il loro ingresso nelle nostre vite, si è assistito ad un ritorno di alcuni modi di comunicare tipici della prima oralità o oralità primaria: “[…] Ma si tratta di un’oralità più deliberata e consapevole, permanentemente basata sull’uso della scrittura e della stampa, che sono essenziali per il funzionamento delle attrezzature, nonché per il loro uso […].” In realtà Ong, è ovvio, si riferisce in particolar modo alla al telegrafo, alla radio,al telefono e alla televisione ma come possiamo osservare nella vita di tutti i giorni la stessa situazione si è avuta (con conseguenze forse più vistose) anche sui mezzi di comunicazione più moderni quali i cellulari e internet. Cos’è successo materialmente? Il testo scritto classico che andava bene per libri e giornali ha cominciato a cambiare nel momento in cui telefono, telegrafo e televisione hanno fatto il loro ingresso: in realtà esso è materialmente sparito per essere sostituito da qualcosa di più virtuale (nell’accezione più larga del termine) ma non per questo meno importante in termini di contenuto o diversa in termini di affidabilità. Un linguaggio (o una forma di linguaggio) nuovo, per così dire che ha richiesto ovviamente piccoli o grandi cambiamenti in termini di sintassi e morfologia del testo: possedeva espressioni tratte dal parlato comune e alcune volte era più spiccio ma essenzialmente serviva per esprimere gli stessi concetti, più simile ad una conversazione orale che ad un testo scritto. La stessa cosa che è avvenuta con l’arrivo di internet e telefonini: il linguaggio, che è la parte malleabile e fluida del meccanismo della comunicazione, si è “adattato” al mezzo di comunicazione e sfruttandone le specifiche potenzialità si è modificato man mano creando un genere tutto nuovo (o sottogenere per i puristi). Diversamente non sarebbe potuto essere: è fisiologico che il linguaggio cambi con il passare del tempo ed è impensabile applicare una stessa forma di linguaggio per ogni mezzo di comunicazione: non è assolutamente vero a mio parere che le persone che utilizzano le “emoticon” nei messaggini e scrivono “cmq” al posto di “comunque” sulla chat sono più povere verbalmente rispetto agli altri. La maggior parte delle persone che conosco, e penso sia la stessa cosa anche per voi, possono tranquillamente passare da una forma all’altra di linguaggio e certamente non scriveranno, se non per distrazione, in un testo ufficiale “nn” al posto di “non” o “risp” al posto di “rispondere”. Semmai è vero il contrario: queste persone hanno appreso una forma di linguaggio tutta nuova che si adatta perfettamente ai mezzi che usano e agli scopi che vogliono ottenere utilizzandoli e questa forma costituisce per loro una grande ricchezza.
Una cosa che mi ha colpito molto nella lettura di Arsuaga è la riflessione sul fatto che l’aumento della corteccia celebrale di Homo Habilis dipenda in larga parte dall’evoluzione sociale: non riesco a capire se questo possa essere connesso in qualche modo anche alla nascita della facoltà di parlare (e al suo supposto innatismo nelle evoluzioni di Homo più recenti). Non mi riferisco alla facoltà materiale di articolare suoni (quella, come ci spiega anche Arsuaga deriva appunto da mutazioni di carattere anatomico nella conformazione del cranio) ma alla capacità di far corrispondere in maniera cosciente questi suoni a concetti di tipo più complesso necessari per la comunicazione sociale. E’ interessante notare come proprio con Homo Habilis si sia avuto un percepibile cambiamento nelle aree di Broca e Wernicke che si sono rigonfiate a facilitare la produzione del linguaggio articolato. Queste aree generalmente connesse alla facoltà di linguaggio sono ancora oggi oggetto di studio a livello neurologico: si è osservato che molte lesioni che riguardano queste zone dell’apparato celebrale hanno come conseguenza un tipo particolare di afasia. In questi casi il paziente è pienamente in grado di parlare ma le parole che escono dalla sua bocca messe insieme non hanno alcun valore sintattico o meglio sono solo correlate per analogia o suono ai concetti che egli vuole esprimere. E’ ovvio che qui siamo molto più avanti rispetto delle primitive comunicazioni fra ominidi ma non posso fare a meno di chiedermi se “l’innatismo” di cui parla Chomsky parta proprio da qui, da Homo Habilis e non sia altro che una conseguenza del suo adattamento all’ambiente circostante.
Tra le prime osservazioni fatte da Arsuaga c’è l’interrogativo sul motivo per il quale alcune specie contemporanee all’Homo Habilis non abbiano avuto un aumento della corteccia cerebrale, mentre quest’ultimo sì; la ragione è da ricercare, secondo alcuni studiosi, in un mutamento della postura – che da quadrupede
diventa eretta – che in seguito farà rapidamente diventare l’Homo Sapiens stabilmente bipede, creando quindi maggiore “spazio” alla superficie cerebrale e alla corteccia. Un’altra motivazione alla stazione eretta sembra essere stata la necessità di procurarsi cibo situato in alto.
I primi stadi evolutivi degli ominidi vengono poi paragonati a quelli degli scimpanzé: la successiva domanda sollevata è se tutte le azioni di questi ultimi avessero una qualche forma di coscienza, e soprattutto cosa si intenda esattamente con questo termine, se la consapevolezza delle azioni compiute (la scheggiatura delle pietre per ricavarne utensili potrebbe essere definita coscienza “a breve termine”?) o altro. E’ probabilmente più corretta la
spiegazione di Toulmin, che distingue in tre parti la mente:
1.sensibilità;
2.attenzione;
3.articolazione;
ognuna delle quali può essere poi cosciente o incosciente. Alcuni studi [Gallup] hanno evidenziato che gli scimpanzé sembrano
essere uno dei pochi animali a riconoscere la propria immagine riflessa: questo a mio parere solleva un altro interrogativo, relativo questa volta a quando e quanto l’essere umano, nei primissimi stadi della sua esistenza, arrivi ad avere
una propria autocoscienza (ovvero la capacità di rappresentarsi interiormente il mondo, “il terzo occhio”): nelle prime fasi della vita del neonato, infatti, la corteccia cerebrale non è ancora completamente sviluppata, di conseguenza non ci sarebbe consapevolezza – secondo i neurologi, ma si tratta di tesi controverse, che toccano vari ambiti: morale, religioso, ecc.
Gli studiosi sottolineano come il periodo più importante per la costruzione della futura personalità e della mente del bambino sia quello che va dagli 0 ai 3 anni: si tratta non tanto della quantità degli stimoli, ma della qualità di essi, che vengono comunque acquisiti e legittimati tramite l’interazione sociale. Viene subito alla mente il caso del bambino cresciuto nella foresta, totalmente all’oscuro di ogni forma di civilizzazione e delle norme sociali più
elementari, che al primo incontro con un essere umano si esprime comunque in quello che per lui è un “linguaggio”, fatto di versi non articolati degli animali. O ancora, l’esempio di molti bambini cresciuti negli orfanotrofi, senza una famiglia alle spalle, che possono accumulare dei disagi – oltre che a livello affettivo, anche cognitivo – che possono anche non essere del tutto recuperati: ritorna così l’importanza dell’interazione sociale, che permette agli esseri umani di sviluppare le capacità intellettive.
Il punto focale evidenziato da Arsuaga, che differenzia gli animali dagli umani, è quindi il linguaggio. E soprattutto l’uso che del linguaggio viene fatto: uno scimpanzé, per quanto possa essere stato ammaestrato (non istruito), non riesce a comprendere con facilità la basilare regola grammaticale dell’ordine SVO. La superspecializzazione frutto dell’evoluzione della nostra specie può essere dunque considerata l’astrazione, la massima facoltà dell’intelligenza umana che però a volte fa anche commettere grossolani errori di valutazione; in altri casi induce ad antropomorfizzare esseri animati o inanimati (Arsuaga prende come esempio le qualità estetiche e gli atteggiamenti mimici degli animali; o ancora la tendenza a vedere occhi – canale comunicativo non certo secondario – anche in un edificio). Quindi, la capacità intellettiva umana sarebbe “semplicemente” lo sviluppo di una facoltà innata, così come lo è il volo per gli uccelli.
In conclusione, si può dedurre, a mio parere, che il potenziamento
dell’intelligenza umana è determinato dall’interazione non solo e semplicemente sociale, ma socio-affettiva (non basterebbe quindi il semplice contatto sociale per evolversi).
L’uomo è un animale sociale. E il linguaggio è il mezzo che gli permette di interagire all’interno della società in cui vive. Sia esso il linguaggio verbale, quello dei gesti, simbolico, artistico o digitale, è attraverso di esso che l’uomo “vive” nella contesto sociale. E’ciò che ci distingue dagli animali, rappresenta il nostro vantaggio evolutivo. Il linguaggio, riprendendo la definizione di Noble e Davidson, è “qualsiasi sistema di comunicazione mediante simboli.” Che cos’è un simbolo? Peirce definisce segno una cosa che rappresenta un’altra cosa, e lo suddivide in tre categorie: icone (si collegano al referente tramite somiglianza), indizi (non assomigliano ai loro referenti ma sono in una relazione causale) e infine i simboli (totalmente arbitrari non possono essere messi in relazione col referente). Le parole del linguaggio orale e del linguaggio scritto sono simboli, data la loro arbitrarietà hanno senso solo all’interno di una comunità che parla una lingua determinata e ha delle convenzioni proprie. Era questo che accadeva nell’epoca primitiva dei graffiti ed è quello che accade oggi in quella comunità che è la Rete. Con il passare del tempo, l’evoluzione sia umana che tecnologica siamo arrivati al presente,in cui siamo dominati da Internet e dalle infinite possibilità che esso ci offre.
Internet ha sostituito, o forse integrato, la carta, il telefono, la televisione. Ciò che era prima non lo comprendiamo più perché non parla più con il nostro linguaggio. A mio avviso, la problematica che la Rete ha posto in essere è un frutto proprio dello scontro “generazionale”, passatemi il termine, tra chi vive nel presente della tecnologia e chi è ancorato al passato. Mi trovo d’accordo con l’intervento di Gino Roncaglia postato su Facebook, prendendo l’esempio degli adolescenti e della scuola, sostengo che non si trovino a parlare lo stesso linguaggio ed è questo che crea difficoltà di comunicazione tra docenti e alunni. Gli insegnanti dovrebbero imparare ad utilizzare i canali di cui fruiscono i giovani per riuscire a stabilire un contatto con loro. Se si resta fermi sulle proprie posizioni si creano dei muri e la comunicazione viene bloccata, e se non si comunica non si vive. Per quanto riguarda poi la diminuzione della capacità elaborare messaggi complessi e strutturati mi trovo di nuovo sulla stessa linea di Roncaglia, la colpa non è di Facebook, Msn, YouTube. Si la Rete necessita di una comunicazione che sia veloce e concisa, ma ciò non vuol dire che questo si estenda a tutti i campi in cui ci cimentiamo nella vita di tutti i giorni. Trovo che ogni individuo sia una persona a sé, che se io su internet scrivo e interagisco in un certo modo non è detto che lo faccia nella stessa maniera nella vita, se questo accade è perché sono una persona che vive solo un aspetto dell’esistenza senza ampliare le proprie vedute, conoscenze, abilità e prospettive. In parole povere quello che intendo è: se io scrivo male, abbrevio le parole, faccio discorsi brevi e non significativi non è “colpa di Internet”, è perché nessuno mi ha insegnato a fare diversamente (e qui torniamo al problema della scuola) o io non ho voluto impararlo. Posso essere invece un’assidua frequentatrice di Internet, ma anche una vorace lettrice di libri e una buona oratrice. La capacità di utilizzare il linguaggio ci distingue gli uni dagli altri e Internet è un mezzo per esprimersi, socializzare con i suoi pregi e i suoi difetti.
Dal momento che l’argomento è stato sviscerato e analizzato da vari punti di vista durante la lezione in classe rifletterò su alcuni aspetti che hanno colto la mia attenzione cercando di capire insieme a voi le sfumature dei testi. Ho trovato intessente come Juan Luis Arsuaga ci illustra il percorso fatto dall’Homo Habilis nell’apprendimento dell’uso di nuove tecniche per la sopravvivenza. I ricercatori insieme a gruppi di archeologi hanno riportato diverse esperienze attraverso i quali gli scimpanzè possono spaccare noci con un masso ma non riescono a rendere una pietra affilata perchè evidentemente le condizioni naturali cui erano sottoposti non prevedevano il loro utilizzo.
L’Homo Habilis invece, trovandosi in condizioni naturali diverse e godendo di un’alimentazione in buona parte costituita da alimenti vegetali e poi arricchita da un maggior consumo di carne(frutto di caccie accosionali di piccoli animali e determinante per la crescita del cervello) ebbe uno sviluppo della corteccia celebrale. Detto ciò credo che la comparsa dei primi manufatti costituisce un salto cognitivo importante e sostanziale perchè l’acquisizione della coscenza procede attraverso molteplici percorsi quali l’adattamento al luogo, la sopravvivenza e lo sviluppo della corteccia celebrale. Il salto ad un’altra nicchia ecologica era avvenuta attraverso il processo cognitivo.Un altro punto interessante su cui vorrei riflettere insieme a voi è il forte relativismo riscontrato nelle teorie del filisofo Ludwig Wittgenstein. Abbiamo visto che mentre nella tesi di René Descartes c’è un forte dualismo mente-corpo e il linguaggio è lo strumento che rende possibile la migrazione delle idee da una mente all’altra, Wittgenstein nega l’esistenza della mente individuale a favore di una collettiva. La coscenza si acquisisce tramite l’iterazione sociale; l’unica cosa innata è la capacità di acquisirla. E’dire che sono gli adulti a inculcare la mente nei bambini attraverso il linguaggio. Mentre leggevo questo testo ho pensato al libro di George Orwell 1984,non so spiegarvi bene, perchè, il legame mi sembra un dettaglio curioso dal punto di vista del potere del linguaggio.1984 racconta di un mondo diviso in tre immensi super stati in perenne guerra fra loro. In Oceania, la cui capitale è Londra la società è governata secondo i principi del Socing, il Socialismo Inglese, dal Grande Fratello, che tutto vede e tutto sa. Tutto è permesso niente è apparentemente proibito tranne pensare, se non secondo i dettami del Socing o vivere se non secondo gli usi e costumi imposti dall’onniscente Grande Fratello. Se come afferma l’autore una cosa è compresa bene,e il significato di qualcosa viene percepito correttamente solo se la società lo sancisce può darsi che avvalendosi di queste tesi, potremmo ritrovarci in un futuro dove alcuni di noi possono usare il potere delle parole per costruire una società di cui poter avere paura proprio come quella descritta da Orwell… ma questa è solo una percezione un po’ strampalata, no?
La lettura delle pagine di Arsuaga ha numerosi parti interessanti, in
particolare quella legata all’evoluzione della mente umana, che si è sviluppata
proporzionalmente allo sfruttamento delle risorse e quindi alla complessità del
gruppo sociale. Questi cambiamenti hanno portato nell’uomo una grande evoluzione
sopratutto per quello che riguarda la comunìcazione e il linguaggio.
Noi in quanto ‘primati’ siamo in grado di elaborare i ‘segni’ che provengono
dall’esterno, in particolare quelli degli altri esseri umani; siamo in grado di
interpretare e di prevedere possibili azioni future..(c’è chi parla di
competenze linguistiche innate come Chomsky); quindi siamo in grado di ragire a
stimoli.
Ho trovato molto interessante la parte in cui Descartes parla della mente umana
e soatiene che “l’unica mente che conosciamo davvero è la nostra”. Con questo
cosa vuole intendere?
L’uomo quale essere cosciente, dotato di ragione e di intelletto, viene
necessariamente contrapposto all’animale, che altro non è che ‘essere
incosciente’.
Descartes parla dell’animale come di una semplice ‘macchina biologica’,a parere
mio una visione alquanto riduttiva, basti pensare agli esperimeni risalenti agli
anni’90 fatti sugli scimpanzè che hanno portato a scoperte nel campo dei neuroni
specchio e quindi dell’empatia (e cioè nella capacità di immedesimarsi
nell’altro). Quella di Descartes è una visione un po troppo meccanicistica, è
pur vero che noi esseri umani per quanto riguarda la “coscienza sensibile” e il
dolore negli animali, non siamo in grado di capire direttamente cosa sentono,
quello che possiamo fare è percepire.
La lettura di Arsuaga ci illustra il percorso evolutivo dell’Homo habilis, il cambiamento di habitat, della nicchia ecologica, quindi una modifica sostanziale nella morfologia, e di come l’aumento della dimensione del cervello sia legato alla dimensione e alla complessità sociale, come afferma, grazie alle ricerche che lo hanno portato a questo risultato, Robin Dunbar. Dunque, l’aumento della corteccia di Homo habilis sarebbe pertanto un fenomeno sociale. L’Homo habilis costruì strumenti biologici, ad esempio pietre affilate, che furono il supplemento per potenziare la sua morfologia e gli consentirono l’ingresso nella nicchia dei mangiatori di carne. Potremmo supporre allora come dice Arsuaga, che l’Homo habilis avesse la capacità di programmare eventi futuri e quindi anche una coscienza, se dopo essersi cibato avesse conservato le proprie armi.
Per quel che riguarda gli animali, invece, sembra che essi non sappiano programmare eventi futuri, anche se da poco, come ha scritto un mio collega, su “la Repubblica” è uscito un articolo sullo scimpanzè Santino, che sembra smentire quest’affermazione. Non sono neanche d’accordo che gli animali non abbiano un linguaggio, e che siano programmati e senza un’anima, visto che non tutti gli animali hanno la stessa reazione in presenza di un determinato evento, semplicemente non parlano la nostra lingua.
Per ciò che riguarda l’affermazione di Noble e Davidson sul fatto che la mente individuale e innata sia un prodotto della filosofia occidentale non sono d’accordo, e penso come Arsuaga che essa si trovi in tutti gli umani e sia universale e innata, quindi non condivido l’idea di Wittgenstein per il quale la mente è qualcosa di condiviso. Trovo invece molto interessante la teoria di Chomsky, secondo la quale nasciamo con un dispositivo specificatamente destinato all’acquisizione del linguaggio, e che egli ha dimostrato attraverso alcuni esperimenti.
Noble e Davidson dicono del linguaggio che esso è rappresentato da qualsiasi sistema di comunicazione mediante simboli, ovvero secondo la definizione di Peirce, mediante segni che non hanno alcuna somiglianza con i loro referenti.
Per quel che riguarda il linguaggio dei giovani di oggi, volendo riprendere il discorso di Roncaglia, possiamo sicuramente constatare un peggioramento rispetto a ciò che concerne l’elaborazione di messaggi complessi e strutturati, dovuto non alla presenza di chat o social network, ma alla scadente educazione ricevuta dai ragazzi. Infatti a mio parere molti giovani non hanno le basi per costruire discorsi complessi anche perché non vengono stimolati a leggere, visto che oramai grazie alla comodità di internet sono abituati a trovare notizie “veloci” e poco approfondite in poco tempo, e si accontentano di quelle. Con questo non voglio fare una critica al web, il quale contiene una quantità infinita di notizie approfondite, ma a chi non riesce a trasmettere ai ragazzi l’importanza della cultura e non stimola loro ad usare gli strumenti che hanno a disposizione in maniera costruttiva, favorendo in tale modo la perdita della loro capacità di linguaggio, ma anche della loro capacità di sviluppare la coscienza di sè. Internet non deve rappresentare solo comunicazione, contatto tra i ragazzi, ma anche informazione.
Le letture sono state tutte molte interessanti.
Vorrei soffermarmi sul primo estratto e in particolare sul concetto di “mente” trovandomi particolarmente d’accordo con l’autore Arsuaga quando scrive che “L’unica mente che cono sciamo è la nostra”.
Gli animali contrariamente agli esseri umani non possiedono autocoscienza (Descartes) e ciò che ci differenzia da loro è il nostro intelletto, la ragione e soprattutto il linguaggio.
Continuando con la lettura troviamo l’analogia tra mente e computer, mi trovo di nuovo sulla stessa linea di pensiero dell’autore:
“La mente invece non corrisponde esattamente ad alcuna struttura materiale, perché è la programmazione del computer, il complesso delle istruzioni cha fa si che funzioni ed elabori e i dati” cito Arsuaga, la mente intesa come intelletto, capacità di rapportarsi con ciò che ci circonda, come consapevolezza e coscienza di se stessi, bè tutto ciò credo sia qualcosa di più complesso che esuli dal codice-macchina e dal sistema binario.
Ho trovato estremamente interessante la citazione di Dunbar, sul che fatto la mente non sia un’entità privata bensì qualcosa di condiviso socialmente, la tecnologia digitale è ormai parte della società: dai quotidiani, al telefono ci troviamo oggi al centro di un universo in cui la maggior parte delle informazioni, circolano codificate e sono accessibili da più strumenti di comunicazione differenti.
Fluidità, immediatezza e interattività sono entrate a far parte del nostro modo di comunicare e dunque di pensare.
Probabilmente se le immagine nella caverna di Parpallò non ci comunicano più nulla è perchè credo sia mutato il rapporto degli individui con l’ambiente, con la società; ” l’uomo addomesticato” si sta abituando sempre più a scegliere da quale medium ricevere informazioni, facendosi condizionare, si spera, in maniera consapevole ed attiva.
Credo sia inevitabile che con il dilagare dei fenomeni digitali e soprattutto con l’evolversi del modo di comunicare sul web, non si sia “impregnato” il linguaggio, che di conseguenza si plasma conformandosi agli standard sociali odierni.
“Comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura;. tener conto delle informazioni che ci vengono date è cultura.” J. W. Goethe
In primo luogo ci tengo a porvi le mie doverose scuse per il ritardo nella presentazione dei commenti.
Premetto, inoltre, di non aver mai partecipato ad un gruppo come il nostro neanche in ambito universitario, il che mi ha fatto rendere conto della “difficoltà” nel pubblicare un commento scaturito dalla lettura dei testi che, in modo assolutamente costruttivo, sarà oggetto di discussione e confronto. Dal momento che i temi sono stati ampiamente dibattuti, mi limiterei a qualche riflessione personale.
Per quel che concerne la lettura di Arsuaga, ho constatato come analizzare il processo linguistico implichi la possibilità di incorrere in numerose situazioni di ambiguità, dovute alla mancanza di una teoria condivisa circa l’origine biologica di tale fenomeno. Il confronto con il mondo animale può essere d’aiuto, a mio avviso, ad ampliare la discussione dal fenomeno linguistico in quanto tale, alla dimensione comunicativa in senso lato.
Non possedendo le conoscenze appropriate per asserire se gli animali siano dotati o meno di autocoscienza, mi limito a sostenere il valore relativo di tale aspetto, in quanto ritengo che ogni essere umano, dal più semplice biologicamente al più complesso, sia munito di peculiarità funzionali al proprio “ruolo naturale”. L’anatomia e le modalità di espressione dell’uomo, così come avviene per gli animali, derivano dalla coerenza con le finalità ad esse intrinseche; dotare un gatto domestico o un leone della savana di un articolato vocabolario sarebbe piuttosto inutile in vista dello stile di vita che compete a entrambi.
La questione riguardante il presunto carattere innato del linguaggio trova nel mondo animale una conferma se si tiene conto di altri espedienti comunicativi che esulano dal mero possesso di una grammatica. Ci sono numerosi modi per manifestare i propri stati interiori e allo stesso tempo interagire con gli altri: le caratteristiche del corpo, i gesti, l’emissione di suoni anche ad uno stadio primordiale.
Di conseguenza ogni categoria ha sviluppato le proprie modalità di comunicazione per rispondere a determinati bisogni tramite una maggiore o minore accentuazione del linguaggio del corpo e, laddove questo non fosse sufficiente, attraverso la creazione di una sintassi e di una semantica.
Non bisogna dimenticare il processo di significazione di cui dotiamo il mondo che ci circonda, il quale fa parte di un universo simbolico basato, cito, sul “tacito accordo” di far corrispondere per convenzione un’etichetta a ogni idea o oggetto di cui disponiamo. Lo stesso processo avviene quando interpretiamo il mondo animale, stabilendo delle corrispondenze causa-effetto che ci aiutano a connotare certi comportamenti di cui non possiamo avere l’esatta conferma.
In sede conclusiva, ho trovato calzante il paragone con il computer, proposto da Arsuaga, per “reinterpretare” in chiave moderna la filosofia di Descartes: si afferma, concorde alle teorie di Chomsky, che l’essere umano sia predisposto fin dalla nascita ad acquisire un linguaggio elementare, come lo è il sistema binario su cui si fonda il codice-macchina, che sarà implementato con applicazioni di sempre maggiore complessità.
Non sono esattamente chiare le dinamiche di cambiamento, ma alla luce di quanto detto finora mi sembra piuttosto intuitivo che vi sia una sorta di evoluzione delle forme linguistiche e, sebbene non sappiamo quanto sia corretto parlare di “progressione positiva”, l’elaborazione ed il grado di complessità del linguaggio discendono dal contesto d’uso e dagli scopi ad esso inerenti, come avviene per tutti i progressi innescati in campo tecnologico a livello di strumenti, tecniche, supporti.