Seconda lettura: Jack Goody
Jack Goody è uno dei più grandi antropologi viventi. Insieme agli studi di Eric
Havelock e Walter Ong, il lavoro di Goody costituisce il terzo pilastro
fondamentale degli studi sul ruolo della scrittura nella società. Esistono
naturalmente molti altri autori importanti che hanno studiato la storia e
l’evoluzione della scrittura e della sua influenza, ma è dagli autori citati
(oltre al solito McLuhan) che, consapevolmente o meno, originano molti degli
approcci teorici che imperversano nello scenario sociologico dei nuovi media. Io
stesso ho scelto l’argomento della mia tesi di laurea sulla scrittura
elettronica, nel 1992, grazie all’incontro con Goody & c., ma noto che gran
parte della letteratura sociologica odierna tende a dimenticarli.
Tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 Goody pubblicò alcuni dei
lavori più importanti sul ruolo della scrittura nelle società, operando
importanti e decisivi confronti fra società orali e semi-alfabetizzate in Africa
e in altri paesi non-occidentali. Ne cito tre fra quelli tradotti in Italia:
L’addomesticamento del pensiero selvaggio (ed. or. 1977); La logica della
scrittura e l’organizzazione della società (ed. or. 1986); Il suono e i
segni, Milano, Il Saggiatore, 1989 (ed. or. The interface between the oral and
the written, 1987). Ed è da quest’ultimo, uno di quelli meno noti in Italia, che
ho deciso di attingere per la terza lettura.
Nel capitolo che vi propongo (file 1 e 2) Goody affronta lo spinoso tema della poesia orale,
analizzando la tradizione africana e mettendola a confronto con le ipotesi
sull’oralità dei poemi omerici. Pur non nascondendo tutti i limiti e i pericoli
della ricerca sul campo, Goody riesce a fare piazza pulita di una serie di
luoghi comuni su come storicamente noi occidentali ci siamo rappresentati e
raffigurati l’oralità e il suo rapporto con le altre forme di comunicazione. Una
lettura non facile, ma salutare, che ci spinge anche a riflettere su come venga
spesso percepito in modo superficiale il rapporto fra oralità e scrittura nei
nuovi media. Molte delle sue riflessioni inoltre ci torneranno utili quando
affronteremo la pratica e la teoria del documento digitale, sia nei suoi aspetti
tecnici “interni” sia negli aspetti linguistico-testuali “esterni”.
Di questo volume (se riuscite a trovarlo) vi consiglio anche la lettura
dell’ultimo capitolo, “Linguaggio e scrittura”. All’inizio pensavo di proporvi
questo capitolo conclusivo, ma poi ho pensato che più che di conclusioni in
questa fase del corso (e della vostra formazione) era più utile provocarvi con
qualcosa di più dichiaratamente “antropologico” che sociologico.
Buona lettura
SALVE A TUTTI!Ho letto le pagine di Goody e ho trovato interessante il confronto proposto tra la Grecia antica e l’Africa contemporanea o,più precisamente,West Africa.
Nel testo Goody sottolinea l’esistenza di una fase orale precedente alla fase scritta e che le due fasi non possano essere considerate opposte ma interagiscono grazie anche all’ausilio di supporti elettronici.Parry,ad esempio,ha trascritto lunghe recitazioni orali servendosi di strumenti di registrazione.Goody riflette sul fatto che i poemi omerici non sono prodotti unici,almeno per i membri di altre culture che non conosconola cultura greca.”In
Africa-dice Goody-vi sono ancora lunghe recitazioni,non congelate nelle pagine di manoscritti ma eseguite per la vita culturale”.
Vorrei porre l’attenzione su un altro punto che mi è sembrato importante,e cioè il rapporto composizione-esecuzione.Prendendo in esame un componimento africano,il Bagre Bianco,e registrando nel 1981 la versione dettatanel 1972,Goody dimostra come un individuo non riproduce mai una stessa performance.Il rapporto tra composizione-esecuzione fa sì che il testo non sia mai lo stesso da esecuzione ad esecuzione,ma si avranno sempre delle “varianti”.I cantori orali sono costretti alla variazione e ciò dipende dalla
creatività,dal pubblico,ma anche dal mutare delle condizioni sociali e dalle credenze religiose.Ciò è proprio del Bagre Nero,che non ha una struttura cerimoniale formale come il Bagre Bianco ma subisce mutamenti,anche nella scelta degli elementi impiegati per la recitazione.Accanto al concetto composizione-esecuzione dovrebbe essere rivalutato,secondo me,quello di memoria-scrittura.
Sono d’accordo con Goody quando sostiene che la scrittura portò una tradizione nuova e che comportò un nuovo modo di trasmissione e creazione.Essa ha liberato l’uomo dal dovere di memorizzare tuttoed ha consentito sviluppo e progresso dell’umanità.Con la nascita della scrittura ci troviamo in una nuova dimensione orale,un’oralità secondaria,anche dopo l’avvento delle comunicazioni di massa.
Qual è il rapporto tra scrittura, mezzi di comunicazione, e identità linguistica di un paese?
Leggendo la prima parte delle pagine di Goody, l’articolo sulle banlieue parigine e il commento di Roncaglia, è emersa una prima questione: qual è il grado di influenza, che, all’interno di ogni società, viene esercitato dai mezzi di comunicazione di una cultura, e dall’identità linguistica di una nazione, sulla concezione della scrittura e anche della lingua parlata?
Il saggio di Goody è particolarmente interessante, perché mette in luce il rapporto tra un’enunciazione orale e la sua riproduzione in vari contesti della vita associata, distinguendola dall’esecuzione,cosiccome sottolinea l’influenza del veicolo scritto sulla modalità di trasmissione di un testo orale.
“Sia i fattori storici che gli sviluppi tecnici sono della massima importanza nell’analisi del discorso orale”: io allargherei il discorso ad ogni tipo di testo, non solo quello orale, ma anche quello scritto tradizionale, e quello multimediale dei moderni sistemi di comunicazione. La tecnologia è fortemente responsabile di un riassestamento delle dinamiche di sviluppo del modo di comunicare, e anche dei contenuti comunicati; ma fattori importantissimi sono anche l’evoluzione storica di una nazione, le tendenze sociali, politiche, le spinte globalizzanti (che provengono da questo grande fenomeno attuale e così complesso che è la globalizzazione) a cui si risponde a volte con spinte anti-globalizzanti all’interno dei singoli paesi.
Per quanto riguarda l’importanza delle identità linguistiche, mi ha colpito molto questo processo così radicato nelle banlieue parigine, di modificazione forzata di ogni parola della lingua francese cosiddetta “pura”, attraverso il suo rovesciamento, come se le fasce della popolazione parigina più bistrattate ed escluse da ogni tipo di emancipazione sociale, culturale e politica, si ribellassero alla centralità della loro nazione, attraverso un rifiuto della loro lingua e quindi della loro cultura. Anche qui gli sviluppi tecnologici, i fattori sociali, le tendenze culturali sono tutti fattori importantissimi nel cambiamento che subisce la lingua (scritta e orale). “Il problema qui sollevato è il seguente: fino a che punto la presenza di un altro registro, di un altro canale di comunicazione, influenza una composizione, un genere, un autore ….”: questa riflessione proposta da Goody non riguarda, a mio parere, solo la questione dell’oralità e del suo rapporto con la società in cui si è sviluppata, ma anche ogni altra tipologia di comunicazione. I mutamenti che subisce la lingua sono il frutto dell’aggregazione di più influenze contemporaneamente, ma non si deve assumere un atteggiamento pessimistico al riguardo, pensando che l’evoluzione porti sempre ad un peggioramento della società. Infatti (forse sembrerà una banalità dirlo) qualsiasi modificazione comporta sempre risultati positivi o negativi: il presunto abbassamento dello standard e della qualità della lingua scritta sottolineato da numerosi studiosi della lingua e la diminuzione generalizzata della capacità di elaborare e comprendere un testo scritto sembrano tendenze meno reali di quanto vengano propagandate. Se posso essere d’accordo con Roncaglia, quando sostiene che una riforma del sistema educativo sarebbe auspicabile al fine di migliorare il raccordo tra la “cultura accademica” e la “più bassa cultura degli studenti”, è pur vero che non capisco quale sia il termine di confronto a cui si fa riferimento, quando si parla di un presunto abbrutimento della cultura di massa attualmente. Le statistiche ufficiali vogliono farci credere che le presunte mode di massa vadano sempre in una direzione omologante e “instupidente”, spingendo molte fasce della popolazione all’imitazione del peggiore: ma secondo me si commettere un errore, perché si parte dal presupposto che la televisione (generalista) e alcuni giornali dicano la verità, mentre invece è solo una parte della realtà che essi osservano e che comunicano al largo pubblico. Il linguaggio delle chat e dei blog è un aspetto dell’evoluzione linguistica della società, accanto ad altre tendenze, quali la rivalutazione del testo scritto da parte di molti giovani (soprattutto studenti universitari) , che spesso lo utilizzano ai fini della comprensione del mondo che li circonda, insieme ad altri mezzi di comunicazione (come i siti di ricerca, i cataloghi, le enciclopedie libere, i portali di e-book, giornali elettronici, …) e la progressiva multimedialità che sembra caratterizzare sempre di più la vita delle fasce più giovani della popolazione.
Se quindi, il sistema educativo, in parte, dovrebbe modificarsi, per adattarsi alla esigenze delle giovani generazioni, bisognerebbe approfondire la conoscenza della nostra società, per comprendere le dinamiche di continua e reciproca influenza tra: mezzi di comunicazione, identità linguistica (dei diversi strati sociali delle persone) e diverse forme di enunciazione (verbale, scritta, in Rete, ecc.).
Testo non facile quello di Goody, come vedo un po’ tutti prima di me hanno detto, ma stimolante e interessante. Sinceramente ho scoperto molte cose che non sapevo e che dopo la lettura mi sono andata a cercare in rete qua e là, essendo stata da sempre affascinata dalla cultura africana. A mio avviso Goody dice
molte verità, a partire dalla questione omerica la cui oralità è talmente influenzata dalla scrittura secondo me che è impossibile accostare Iliade e Odissea alle recitazioni dei popoli africani. E non penso sia neanche questione di tecnologia o di definire la scrittura un’evoluzione dell’oralità, è proprio il viaggiare su due binari diversi delle due cose.
Detto questo però, provo a dire la mia immaginando anche il nesso con i nuovi media e internet. Si pensa che utilizzare nuovi mezzi di comunicazione che implichino maggiormente lo scritto che il parlato (anche se poi programmi come skype e you tube sono incentrati sull’oralità, sul parlato, sul video) significhi utilizzare meno la memoria, rispetto a quanto si farebbe in una
società orale (idea platonica). Non per forza dev’essere così. Se è vero che la scrittura, proprio in quanto segno impresso su un qualche supporto, aiuta a ricordare e a fissare determinati concetti è altrettanto vero che scrivere significa rinunciare a quelle sfumature, quelle sfaccettature che rendono la
parola pronunciata, recitata, intonata maggiormente attraente rispetto a quella scritta.
Eppure scrivere ha cambiato la mente umana, come sostiene Ong nella terza lettura. Il modo in cui pensiamo è conseguenza dell’essere nati in una società in cui vige la scrittura. Un testo scritto ha in sé la presenza fisica, il fatto di essere sempre lì e di dire la stessa cosa.
Mi trovo perfettamente d’accordo con coloro i quali hanno ravvisato una
particolare complessità nella lettura del testo di Goody. Tuttavia, mi sento di
spezzare una lancia in favore del nostro antropologo: sebbene l’indagine da lui
condotta sul rapporto di continuità/rottura che coinvolge oralità e scrittura
abbia la necessità di essere contestualizzata all’interno di un ambito di
ricerca assai vasto ed eterogeneo, il fascino dell’argomento da lui trattato
rimane intatto. In poche parole: la difficoltà che ho riscontrato nel
comprendere il testo non lo ha reso meno interessante. Esiste dunque una
complessità di fondo nel contesto della tradizione orale, che procede attraverso
composizione e trasmissione, oralità antica e moderna, memoria e memoria “ad
verbum”.
Un ulteriore grado di analisi risiede nella vasta articolazione della questione
omerica, e la singolarità degli studi di Goody consiste anche nell’accostamento
ad essa dell’oralità dei componimenti epici registrati in Jugoslavia da Parry e
Lords. Le questioni che rimangono irrisolte sono, in ogni caso, molteplici;
personalmente, mi chiedo se esista davvero un primato dell’oralità sulla
scrittura, come riteneva per primo Platone nel “Fedro”, oppure la tradizione
scritta si riveli superiore a quella orale, in quanto base fondante della
moderna informazione.
La lettura presa in esame dall’antropologo Goody, a mio avviso molto interessante, ma non di certo tra le più leggere, per la mia inesperienza con l’antropologia, mette a confronto oralità e scrittura .
Goody ritiene che la pratica scritta è superiore a quella orale, in quanto la scrittura quale ‘trascrizione visiva di elementi linguistici orali’ contribuisce all’accumulazione delle conoscenze umane e sostiene che non c’è forma orale che non risenta della presenza della comunicazione scritta. Dalle pagine di Goody si evince anche l’approvazione verso l’oralità. Nulla toglie alla ‘letteratura’ orale e alle sue produzioni, espone la cosiddetta ‘teoria orale’, collegandola alle numerose versioni di poemi epici prodotti nella West Africa dice che “i poemi omerici non sono prodotti unici per i membri di altre culture che non conoscono la cultura greca. In Africa vi sono ancora lunghe recitazioni, non congelate nelle pagine di manoscritti ma eseguite per la vita culturale”.
Anche il rapporto composizione-esecuzione è interessante.
Goody, infatti, occupandosi dello studio della popolazione dei LoDagaa, evidenzia l’importanza nel gruppo etnico delle tradizioni orali.
Il mito del Bagre, è un esempio, inteso come una performance di danze e musiche contraddistinte dagli elementi della varietà e della creatività; Goody dimostra come un individuo non riproduce mai una stessa performance, dove la caratteristica principale è la capacità di improvvisazione, che rende ogni individuo un potenziale attore.
Concordante con il pensiero dell’antropologo Goody, è quello di Ong, il quale basava la sua tesi sulla superiorità della scrittura.Senza nulla togliere alle culture orali e alla loro produzione, la scrittura ha trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione, perché senza di essa l’uomo non riuscirebbe neanche ad esprimersi in forma orale. Un testo scritto non può essere confutato, perché esso, anche dopo una confutazione, dirà sempre le stesse cose.Senza la scrittura non esiste in pratica accumulazione di informazioni al di fuori del cervello umano, e quindi nessuna comunicazione a grande distanza e per lunghi periodi di tempo.
A differenza di quanto afferma Goody, Platone, nel Fedro (a mio parere eccessivo) ritiene che la scrittura sia disumana ,poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno. Essa è un prodotto manufatto, come oggi viene identificato il computer. Distrugge la memoria, perché chi se ne serve cesserà di ricordare. Indebolisce la mente, come le calcolatrici oggi per i ragazzi. La scrittura è passiva e innaturale, come del resto i computer. Ma il punto debole fu il mettere per iscritto le sue obiezioni. Neppure Socrate ci ha lasciato niente di scritto, anzi era manifestamente avverso a “questa nuova invenzione che avrebbe cancellato la memoria degli uomini”.
Goody dice che nella cultura orale la memoria ha un ruolo fondamentale, essa non permette mai una trasmissione parola per parola, ed è molto più flessibile e instabile rispetto alla scrittura, con cui nasce invece la possibilità di fissare un testo. Altri studiosi invece, dichiaravano che il modo principale di comunicare è quello orale. La cultura orale è quindi legata all’espressione diretta col destinatario ed è caratterizzata da formule fisse che devono aiutare la memorizzazione. Se si parla di oralità bisogna pensare alla cultura classica,e in modo particolare all’epica, era basata su un frasario fisso e ripetitivo.Opere come l’Iliade e l’Odissea rivelano una lunga fase di composizione orale.Esse venivano trasmesse oralmente con un accompagnamento dell’aedo ,il quale doveva conoscere a memoria tutto il contenuto dei poemi, così da recitarlo al momento della richiesta del suo pubblico.
Anche lo studioso M. Parry pone l’accento sulla costruzione linguistica del testo raccogliendo testimonianze di canti epici slavi composti e trasmessi oralmente ancora negli anni Trenta del secolo scorso, e confrontandoli con i poemi omerici. I poemi attribuiti a tale autore erano caratterizzati da un uso esteso di formule fisse, ed espressioni ripetute solo per esigenze metriche. Un altro studioso R. Wood mette in luce la grande distanza storica tra l’ambiente di Omero e il mondo della Grecia classica. Wood afferma che per comprendere la poesia epica è necessario dimenticare tutto quanto è legato all’uso della scrittura e tornare alla poesia come forma orale.
Ritengo che senza scrittura, la cultura e le tradizioni siano prive di memoria duratura. Tutto era mutevole e tutto era da interpretare. Un sapere trasmesso oralmente aveva lo svantaggio di essere facilmente cancellato per sempre o di poter venire completamente stravolto.
Per quel che so, non essendo un’ antropologa, né una filosofa, ritengo che il discorso parlato è più naturale grazie ai suoni, al tono e all’espressione della voce. Ma è anche vero che senza scrittura si dovrebbe ricorrere ad un lavoro mnemonico, non affatto semplice. E poi ritengo che le culture scritte abbiano prodotto lavori in campo scientifico, letterario e filosofico, più complessi, dal punto di vista formale e contenutistico, di quelli orali di alcuni villaggi africani, per esempio. Senza scrittura non esisterebbero grandi opere come la Divina Commedia ,per esempio. La scrittura portò una tradizione nuova e che comportò un nuovo modo di trasmissione e creazione. Grazie ai testi scritti possiamo andare a scovare letture mai conosciute. Le tecnologie ritenute artificiali,secondo me, non degradano affatto la vita umana,anzi la migliorano perché hanno trasformato i criteri di scambio delle informazioni producendo eccezionali conseguenze in tutti i settori della società e della cultura.
Lettura non leggerissima, quella di Goody, devo dire… nonostante tocchi un tema con il quale chiunque abbia affrontato lo studio dei testi omerici nella scuola di qualsiasi ordine e grado (ancor più se si tratta di liceo classico) ha avuto modo di confrontarsi. Il fatto è che, effettivamente, lo studioso mette mano a parecchi assunti dati (paradossalmente!) come verità quasi certe nei programmi scolastici e che anch’io ormai consideravo scontati: uno per tutti, la provenienza di Iliade (soprattutto) e Odissea da un contesto prettamente orale, “composte” da quell’insieme di aedi che nei secoli si sono “tramandati” il racconto, infine giunte alla trascrizione con quel cieco di nome Omero… che si è preso il merito di tutto (sto semplificando, naturalmente…)!
Che la scrittura, con la sua nascita, influenzando e mutando il modo di pensare dell’uomo e le sue stesse facoltà cerebrali, influenzi anche la preesistente modalità di comunicazione orale e i suoi prodotti, permettendo la genesi di forme peculiari, come l’epica, d’altr’onde, è facilmente concepibile, se ci si sofferma a riflettere… e Goody, portando a dimostrazione i dati raccolti da lui e da altre emerite personalità, distintesi negli studi in questo campo, risulta pienamente convincente.
Creazione, memoria e originalità sono altri concetti che Goody inserisce nella discussione. Sappiamo che essi hanno avuto, nel passato, significati sensibilmente diversi da quelli che poi hanno assunto nella “Galassia Gutenberg”, come la chiamerebbe McLuhan, e che forse si riavvicinano a quell’origine oggi, grazie alle nuove modalità di composizione e trasmissione dei documenti e delle opere digitali. Non a caso siamo di fronte alla crisi del diritto d’autore, attento a tutelare dei valori che sembrano ormai obsoleti: la novità della creazione, l’originale contro la copia, l’auctoritas degli scritti (che «manent», mentre «verba»…), i quali non necessitano di ripetizioni formulari. Con Internet, invece, gli afflussi creativi possono essere molteplici (vd. wikipedia: un’opera collettiva); la funzione copia-incolla permette un uso di citazioni (esplicite o, più spesso, implicite) che rimette in discussione il concetto di novità; il download in rete (frequentemente illegale) diffonde una miriade di copie che, di fatto, assolvono benissimo alle stesse funzioni degli originali, ma a prezzi più convenienti. La memoria trascende il singolo, come nell’antichità, ma anche le biblioteche cartacee, ri-diventando diffusa (nei circuiti della rete) e, allo stesso tempo, valendosi degli archivi elettronici, che permettono una conservazione delle informazioni duratura e sicura.
E’ interessante notare come le nuove tecnologie, seppure aperte alla multimedialità, pongono al centro del loro sistema comunicativo ancora e sempre più la parola scritta, restringendo di molto gli spazi dell’interazione orale; ma i caratteri di quest’ultima vengono assorbiti dalla prima, in particolare in contesti come le chat, i blog, i forum ecc.
Leggendo le pagine di Goody e gli esempi che porta a confronto con le opere omeriche, mi è tornata alla mente una mia lettura di qualche anno fa: si tratta di “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin. Si parla dei Pintupi dell’Australia, tutt’altra area del mondo, ma mi è sembrato di cogliere qualche affinità…
Ogni Uomo Wallaby credeva di discendere da un Padre Wallaby universale, antenato di tutti gli altri uomini Wallaby e di tutti i wallaby del mondo. Perciò i wallaby erano suoi fratelli; uccidere uno di loro per cibarsene era sia fraticidio che cannibalismo.
«Eppure» insistetti «l’uomo non era un wallaby più di quanto gli inglesi siano leoni, i russi orsi o gli americani aquile».
«Ogni specie» disse «può essere un Sogno. Anche un virus: ci può essere un Sogno varicella, un Sogno pioggia, un Sogno arancio del deserto, un Sogno pidocchio. Nel Kimberley adesso hanno un sogno denaro».
«E i gallesi hanno i porri, gli scozzesi i cardi e Dafne fu tramutata in un alloro».
«Sempre la stessa storia» disse.
Riprese la spiegazione: si credeva che ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il paese, avesse sparso sulle proprie orme una scia di parole e di note musicale, e che queste Piste del Sogno fossero rimaste sulla terra come ‘vie’ di comunicazione fra le tribù più lontane.
«Un canto» disse «faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre trovare la strada».
«E un uomo in walkabout si spostava seguendo sempre una Via del Canto?»
«Ai vecchi tempi sì» assentì. «Oggi viaggia in treno o in automobile».
«E se l’uomo deviava dalla sua Via?».
«Sconfinava. La trasgressione poteva costargli un colpo di lancia».
«E finchè restava sulla pista, invece, trovava sempre persone con il suo stesso Sogno? Che erano, di fatto, suoi fratelli?».
«Sì».
«Dai quali poteva aspettarsi ospitalità?».
«E viceversa».
«Perciò un canto è una specie di passaporto e insieme di buono-pasto».
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L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore di capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee – un intrico di percorsi dove ogni “episodio” è leggibili in termini geologici.
«Con “episodio” intendi “luogo sacro”?» gli domandai.
«Esatto».
«Luoghi come quelli di cui stai facendo la mappa per la ferrovia?».
«Mettiamola così» rispose. «Ovunque nel bush puoi indicare un elemento del paesaggio e domandare all’aborigeno che è con te : “Che storia c’è là?”, oppure: “Chi è quello?”. E lui probabilmente ti risponderà: “Canguro” o “Budgerigar” o “Lucertola”, secondo l’Antenato che passo di lì».
«E la distanza tra due luoghi del genere si può misurare come un brano musicale?».
«Questa» disse Arkady «è la fonte di tutti i miei guai con quelli della ferrovia».
Un conto era persuadere un ispettore che un mucchio di sassi erano le uova del Serpente Arcobaleno o che un monticello di arenaria rossiccia era il fegato di un canguro ucciso da una lancia, un conto era convincerlo che una vuota distesa di pietrisco era l’equivalente musicale dall’Opera 111 di Beethoven.
Gli Antenati che avevano creato il mondo cantandolo, disse, erano stati poeti nel significato originario di poiesis, e cioè “creazione”. Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. la vita religiosa di ognuno di essi aveva un unico scopo: conservare la terra com’era e come doveva essere. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota – così ricreava il Creato.
«Certe volte,» disse «mentre porto i “miei vecchi” in giro per il deserto, capita che si arrivi a una catena di dune e che d’improvviso tutti si mettano a cantare. “Che cosa state cantando?” domando, e loro rispondono:”Un canto che fa venir fuori il paese, capo. Lo fa venir fuori più in fretta”».
Gli aborigeni non credevano nell’esistenza del paese finchè non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli Antenati non lo avevano cantato.
«Quindi, se ho capito bene, la terra deve prima esistere come concetto mentale. Poi la si deve cantare. Solo allora si che esiste».
«Esatto».
«In altra parole “esistere” è “essere percepito”?».
«Sì».
«Somiglia pericolosamente alla confutazione della Materia del vescovo Berkeley».
«O al buddismo della Mente Pura,>> disse Arkady <<che vede a sua volta il mondo come illusione».
«Allora quattrocentocinquanta chilometri di acciaio, tagliando in due chissà quanti canti, turberanno di sicuro l’equilibrio mentale dei “tuoi vecchi”».
«Sì e no» rispose. «Emotivamente sono molto forti, e molto pragmatici. E poi hanno visto di peggio che una ferrovia».
Gli aborigeni credevano che tutti gli “esseri viventi” fossero stati fatti in segreto sotto la crosta terrestre, compreso tutto l’armamentario dell’uomo bianco – i suoi aeroplani, i suoi fucili, le sue Toyota – e ogni invenzione che sarà mai inventata; tutto sonnecchia sotto la superficie in attesa di essere chiamato.
«Forse» suggerii «col loro canto potrebbero rispedire la ferrovia nel mondo creato da Dio?».
«Ci puoi scommettere» disse Arkady.
Che ne dite? Creazione, poesia, canto; oralità, ma anche scrittura (sul territorio); mito e rito; ripetizione, tradizione, ma anche capacità di innovazione… Si potrebbero scrivere fiumi di parole, trovo questo testo di una densità stupefacente… per non parlare della vicinanza ad una tematica come la rete!
Ora però è piuttosto tardi… quindi vi lascio… se vi interessa, però, mi posso provare in un’analisi più approfondita di questo brano alla luce dei temi che tocchiamo!
Salve a tutti.
Dunque, premetto che la lettura di Goody mi è risultata piuttosto – molto –
pesante. Probabilmente perché non ho un background culturale di questo tipo
(antropologico?), ma anche – immagino – perché il collegamento fra la lettura e
le discussioni che facciamo in classe non mi risulta immediato.
Durante lo scorso dibattito, il professore ci ha “rimproverato” per essere
caduti facilmente nell’ambiguità delle analogie: ma qui mi sembra doveroso
ricascarci, no?
Oralità e scrittura sono due componenti che nel linguaggio di Internet si
mischiano: questo è innegabile. Tuttavia, parlare di “poemi epici” e “linguaggio
da chat” insieme mi risulta quasi blasfemo, se devo dire la verità.
Probabilmente il senso è un altro.
Credo anch’io che comprendere le meccaniche di una cultura basata totalmente
sull’oralità sia per noi molto difficile. Però mi chiedo, la differenza sta
soltanto in questo – nelle meccaniche – o anche, in un certo senso, nel livello?
Non so molto di antropologia, però il primo pensiero istintivo che mi viene in
mente è: forse non è che la cultura “scritta” (esemplifico) sia superiore a
quella “orale”? Credo che ci sia una profonda differenza di complessità fra le
due, complessità che, probabilmente, noi non cogliamo nella sua interezza. Però
mi sembra che la questione che Goody ponga sia più sul livello quantitativo,
rispetto che quello qualitativo. Ovvero: contiamo pure le differenze che ci sono
fra varie versioni di una ballata (a proposito, mi sembra una cosa piuttosto
ovvia che una ballata tramandata oralmente venga distorta nella sua esecuzione
dai fattori indicati dall’antropologo…), però è giusto fare anche un’altra
riflessione. Ovvero, qual’è il tipo di cultura che esiste oggi?
Se non c’è un confine netto fra le due cose, forse ci sono stadi evolutivi della
prima nella seconda. Così, magari Omero è realmente esistito, magari ha creato
la prima versione oralmente, magari l’ha anche tramandata in maniera molto
simile nel corso del tempo e magari gli aedi hanno continuato a fare lo stesso,
ma cosa rimane a noi di quelle prime versioni?
Quando ero al Liceo ho studiato che l’Iliade e l’Odissea sono piene di quelle
che Goody definisce “forme”. Per cui, Achille è sempre “Pie’ veloce” ad esempio.
Queste formule sono come epiteti attaccati ai loro nomi che aiutano a ricordare,
a riempire vuoti. A questi, aggiungiamo anche il metro usato, che forzava la
memoria a ricordare versi che entrassero in quel limite. Ma tutto questo basta a
giustificare la versione secondo la quale l’Iliade e l’Odissera che abbiamo noi
è uguale a quella creata da Omero? O comunque molto simile…?
A lezione abbiamo visto che cambiando solo un paio di virgole e qualche punto,
il senso cambia in maniera spaventosa: se pensiamo che da Omero a noi ci sono
migliaia d’anni, ritengo che potremmo anche buttare via i nostri libri di
letteratura greca se pensiamo di avere in mano una versione quantomeno simile a
quella originale.
Ma questo, ripeto, mi sembra una cosa abbastanza ovvia.
A prescindere dal fatto che non tutte le culture orali abbiamo poemi epici –
cosa che, in realtà, noi possiamo verificare sino a un certo punto: magari tutte
le culture orali li ebbero, ma sono stati dimenticati – l’influenza della
scrittura sull’oralità è cosa, quasi, fisiologica. Riprendendo il discorso dei
bias, anche la scrittura è una tecnologia e, come tale, influenza la cultura.
Sarà stato per mia mancanza sicuramente, ma non ho ben compreso, quindi, il
fuoco – quello vero – dello studio di Goody.
Come noto, le riflessioni dell’autore vertono sul rapporto fra oralità e scrittura; è interessante notare come abbia articolato le sue argomentazioni circa la loro reciproca influenza.
Fra le questioni sollevate da Goody ho trovato particolarmente rilevanti:
1) la distinzione fra composizione, esecuzione e trasmissione
2) la questione dell’unicità/originalità nelle tradizioni orali
3) la questione della “scrittura di ritorno”
Mi auguro che vengano perciò ulteriormente discusse.
Al di la delle specificità di ogni singola questione, cosi come trattate dall’autore relativamente alle tradizioni orali oggetto dei suoi studi, trovo condivisibile la sua posizione circa i fattori che tendono a determinare i modi della comunicazione.
Non è la sola scelta del mezzo a determinare generi,
registri, contenuti; “il mezzo è il messaggio”, ma non solo; e soprattutto, non nel senso di una determinazione diretta, senza contare che tale influenza ha un carattere spiccatamente dinamico (sia in senso diacronico, sia nella reatrottività di tali influenze). Con ciò Goody non nega l’esistenza di alcune
caratteristiche dominanti fra i “prodotti” e le forme di comunicazione di certi contesti tecnologici ma tende ad inquadrarli come prodotti, a loro volta, di altri fattori e di altre influenze, perlopiù extra-tecnologiche,come ad esempio
la religione, la politica, la struttura societaria etc (si pensi al discorso sull’elite della scrittura nelle culture proto-letterarie). Sembrano essere questi i fattori che determinano, oltre che l’eventuale successo delle tecnologie, anche in larga parte i modi del loro utilizzo e la portata dei loro effetti sulle altre tecnologie della comunicazione.
Il passaggio da società antiche abituate alla tradizione orale a quelle moderne basate sulla scrittura comporta numerose analogie e nello stesso tempo numerose discordanze nel campo della comunicazione.
Leggendo le pagine di Goody, ciò che è emerso è prevalentemente il rapporto tra oralità e scrittura.
Secondo l’antropologo non c’è forma orale che non risenta della presenza della comunicazione scritta, soprattutto considerato che quest’ultima viene comunemente e comunque associata a una condizione sociale elevata. Egli ritiene infatti superiore la scrittura rispetto all’oralità, poiché quest’ultima è influenzata ed è soprattutto una conseguenza della prima.
Io, nel mio piccolo, intravedo nella forma scritta uno spazio per immagazzinare e deporre informazioni e invece nella forma orale uno spazio per memorizzare quantità di dati. Questi dati però, come è stato discusso anche a lezione, ci rimangono impressi per la lettura ad alta voce, che era un metodo di rappresentazione del testo. Basti pensare a quando andavamo a scuola, ad esempio, e l’insegnante ci dava come compito per casa la lettura ad alta voce di una poesia per averla impressa e magari, anche il compito di impararla a memoria. A distanza di anni ricordo infatti molte poesie studiate alle scuola elementari.
La tecnica della lettura è un atto autentico del sentire che secondo me crea una sorta di relazione e può legare l’esperienza ad un momento di comunicazione.
Oggi, tramite l’invenzione di numerosi “sussidi tecnologici” (enciclopedie multimediali, vocabolari on-line, e-mail, chat, ecc.) la scrittura aumenta le competenze linguistiche e migliora anche le prestazioni e le capacità espressive. Il codice verbale, invece trasferisce dalla bocca di un soggetto la parola fino a giungere all’orecchio di un altro soggetto. Può arrivare tale parola come può anche “disperdersi nell’ambiente “.
E’ come se oggi il supporto scritto dia l’idea di tangibilità mentre quello orale serva a tramandare…Ma quest’ultimo però può anche comportare smarrimento o frammentarietà.
Leggere Goody è stata un’esperienza interessante oltre che, ovviamente, impegnativa. Di certo la “questione omerica”, con tutto il suo corredo di dibattiti e ipotesi portati avanti nel corso del tempo, non poteva essere affrontata meglio, se ci si sofferma sull’analisi di Goody: mettere il poema omerico, e in generale quello europeo, a confronto con una vera e pura cultura orale come quella africana elimina in un solo momento, a mio parere, tutte la querelle sulla vera identità di forma dei suddetti poemi. Intendo dire che, pur non escludendo un ovvio sostrato orale nella produzione epica greca è parimenti innegabile che l’ eredità scritta sia predominante: a mio avviso la dimostrazione lampante di questo sta nel fatto che, almeno accademicamente, conosciamo una sola versione dell’Iliade omerica,ad esempio, mentre i “miti” dell’area africana che possono in qualche modo essere avvicinati all’ epica greca, come ci ha mostrato Goody, sono innanzitutto semisconosciuti (almeno al pubblico dei non-iniziati) ed inoltre hanno diverse e significative variazioni di tema.
Al di là di queste mie speculazioni, che a pensarci possono sembrare ovvie, la lettura di Goody mi ha portato a riflettere anche su un’ altra questione, forse più attinente al tema del corso: il punto che secondo me rimane importante nell’analisi di questo testo è quanta differenza a livello di organizzazione del pensiero ci sia fra una cultura come quella africana,che è per alcuni versi ancora oggi legata a un sostrato di tipo orale, e quella europea, che risulta invece ancorata fortemente a comunicazioni di tipo scritto in tutte le sue maggiori manifestazioni di interazione sociale. Quando Goody afferma, a proposito delle culture africane: “[…] la mancanza di “identicità” resta inavvertita, perché il concetto stesso è incomprensibile o superfluo[…]il concetto di identicità resta infatti molto più vago[…]” e in seguito, riferendosi alla cultura occidentale: “[…]L’esistenza stessa della scrittura conduce alla creazione di forme poetiche che risulterebbero inconcepibili in una cultura puramente orale[…]”, il parallelo di raffronto che si viene a creare è evidente: nel primo caso abbiamo una cultura orale che per comunicare utilizza bene o male canali canonici come il parlato o la gestualità; ne consegue che in questo caso i concetti astratti sono meno utilizzati e difficilmente comprensibili (o comunque lo sono in accezioni diverse dalle nostre). Nel secondo caso, quello che ci riguarda più da vicino, c’è una cultura che fondamentalmente ha costruito e tramandato tutta la sua storia su comunicazioni di tipo scritto e dunque tende a formare meccanismi di archiviazione mnemonica e,soprattutto negli ultimi tempi, di comunicazione formale ed informale che vanno al di là del supporto biologico innato. Conseguenza di questo è che nel nostro patrimonio culturale sono presenti costruzioni di tipo astratto laddove nelle culture a sostrato orale come quella africana la componente biologica gioca un ruolo fondamentale nella trasmissione e traduzione di informazioni e concetti che sono per lo più di carattere utilitaristico e pragmatico, per ovvie ragioni “logistiche”. E nel dire “costruzioni di tipo astratto” non mi riferisco unicamente alle forme matematiche e letterarie citate da Goody (come le tabelline o i sonetti), ma soprattutto e principalmente alle forme di interazione sociale che rientrano sotto l’alveo delle telecomunicazioni e, più nello specifico, ai tanti modi di comunicazione virtuale sul web che, a pensarci, oscillano fra un polo massimo di evanescenza e uno, altrettanto grande di tangibilità. I nostri forum, blog, chat, mail elettroniche e le tante altre forme di agorà tecnologica sono la massima manifestazione di questa nostra cultura scritta: ed è proprio grazie questa che ci accingiamo ad entrare (o probabilmente ci siamo già entrati, e ne stiamo anche subendo il riflusso) nel periodo della seconda oralità postulata da Ong. Senza un sostrato di tipo scritto molte forme sopra citate non darebbero nemmeno minimamente pensabili e, anzi il concetto stesso di digitale verrebbe meno dal momento che la cultura orale è sempre ed in ogni caso, di natura analogica, come osservano anche Goody: “[…]le espressioni ricorrenti costituiscano una famiglia aperta piuttosto che un sistema chiuso o una classe[…]” e Nagler: “ciascuna espressione de gruppo è un allomorfo, non già di altre espressione preesistenti ma di qualche Gestalt centrale…che è la vera mascherina mentale sottostante alla produzione di tutte queste espressioni.”
Dalla lettura delle interessanti pagine di Goody ho desunto alcuni elementi e mie considerazioni, forse non tutti validi.
In primo luogo, l’innegabile e fondamentale ruolo della scrittura nell’accumulare, sviluppare e diffondere la conoscenza umana. Ad oggi la sua funzione è ancora stabile, seppur talvolta si presenti sotto altre forme, ma concordo con Ong quando sostiene che essa va considerata una tecnologia, con un impatto e con la capacità di attirare taglienti critiche nel momento in cui viene introdotta pari a quelli – straordinariamente forti – suscitati da stampa e informatica (cfr. Platone e Squarciafico per le prime due invenzioni in ordine cronologico).
La seconda tesi sostenuta da Goody è inusuale, per sua stessa ammissione, soprattutto per coloro che hanno ricevuto una formazione “europea” strettamente legata al proprio passato classico (mentre non sarebbe così ovvia per chi proviene da un’altra cultura): la cultura greca, e in particolare i poemi omerici, non sarebbero completamente sottomessi al dominio orale – come si credeva in base a pioneristiche ricerche – ma influenzati dalla scrittura. Lo studioso per avvalorare la sua tesi compie un singolare confronto tra la cultura dell’Africa occidentale semi-contemporanea e l’antica Grecia. Nel contesto africano, spiega Goody, “ancora vengono eseguite lunghe recitazioni […] eseguite in contesti basilari per la vita culturale”. La tecnologia svolge anche nella storia delle recitazioni orali un ruolo fondamentale per quanto riguarda le trascrizioni: se in precedenza si utilizzava la dettatura, si è arrivati poi alla registrazione – registratori a pile, ma mi vengono in mente gli ibridi e modernissimi software usati anche in contesti universitari per la trascrizione vocale su pc. Sembra che la rilevanza della dizione, in entrambi i casi – dettatura e tecnologie di trascrizione – resti; ma va anche tenuto presente che ogni forma di intermediario tra l’enunciazione/prima stesura e la trascrizione/seconda stesura comporta una variazione a favore del trascrivente (si pensi alle interpolazioni compiute dai copisti prima e dagli stampatori poi). Ripensando a quanto detto a lezione sul pensiero di Lotman, nel passaggio dalla lettura alla trascrizione si verifica una vera e propria rappresentazione del testo. Si arriva poi alla considerazione sull’impossibilità di ripetere due volte una stessa performance orale, i cui aspetti creativi variano a seconda dei contesti (e dell’esecutore).
In ultima analisi, sintetizzando molto, la tesi di Goody è che non esisterebbero forme orali “immuni” dalla comunicazione scritta e questo è perfettamente condivisibile. La continuità tra i due tipi di comunicazione mi pare trovi una sua evidente dimostrazione anche nell’attuale scrittura telematica o di messaggistica telefonica, che spesso ricalcano le forme immediate del parlato. Inoltre, il cambiamento di registro dei cantori orali a seconda del contesto mi sembra che possa essere per certi versi paragonato, estendendolo, alle variazioni di registro nell’espressione orale odierna (se mi rivolgo a un mio coetaneo non userò, chiaramente, lo stesso registro che userei per parlare con un docente universitario; le stesse considerazioni valgono per il contesto nel quale mi esprimo).
Tornando allo stretto contenuto delle pagine di Goody, la forma letteraria conosciuta come epica sembra essere assente in Africa, se non per pochi influssi arabi; ma l’esempio africano smentirebbe che questo genere sia prevalente nell’espressione di popoli non letterati. La saggia conclusione a cui lo studioso giunge è che, semmai, l’epica sarebbe tipica delle fasi primitive di popoli letterati. Di conseguenza, l’apparente e abnorme differenziazione tra la cultura classica greca e quella africana non avrebbe ragione d’esistere: in primo luogo per evitare le ingannevoli divisioni binarie (teoria della Grande Divisione, che mi ha fatto pensare in automatico al Digital Divide tra chi ha accesso alle nuove tecnologie e chi no, un divario – al contrario di quello letterario qui trattato – realmente esistente) che distinguono tra culture con e senza scrittura. La spiegazione più corretta consisterebbe quindi nell’analizzare i mutamenti nelle metodologie comunicative, insomma: negli strumenti del comunicare. Queste ultime tre parole rappresentano il titolo del famoso testo di Marshall McLuhan nel quale viene enunciato il più famoso tra gli assunti dello studioso canadese, “Il medium è il messaggio”, e viene analizzato l’impatto di tecnologie come la stampa sul modo di pensare e comunicare (il che ci riporta alle considerazioni iniziali di Goody e Ong).
La lettura delle pagine di Goody mi ha condotta a pormi la seguente questione: come cambia l’accesso al sapere con il passaggio dall’oralità alla scrittura, e di nuovo con un ritorno a forme comunicative caratterizzate da una spiccata presenza dell’oralità dalla fine del XX secolo?
Goody nei suoi studi svolge un’analisi comparativa, abbracciando moltissimi ambiti culturali dall’Africa all’Eurasia: per Goody la comunicazione scritta assume un ruolo specifico e determinante, definita da lui come “tecnologia dell’intelletto”, che permette la transizione dalla forma orale, pre-letteraria a quella della modernità. La ricerca di Goody, verte principalmente sulla “questione omerica” e sul fatto che racconti e poesie esistevano già prima dell’avvento della scrittura e che rimasero in vita, anche dopo l’affermazione della medesima, “in forme orali modificate”. Inoltre, sempre secondo Goody, l’avvento della scrittura ha permesso un “addomesticamento del pensiero” consentendo processi molto complessi come l’astrazione, l’ipotesi, la sintesi, la logica.
L’oralità, a partire dalle epoche remote, è stato il sistema utilizzato per trasmettere il sapere, in quanto era il mezzo di comunicazione più rapido da utilizzare. Della tradizione orale fanno parte narrazioni, miti, favole, canti, leggende e la poesia, che nascono nella voce umana, nel recitare versi di fronte ad un pubblico, accompagnati a volte da musica, fondati su formule, regole di mnemotecnica ed abilità improvvisatoria. La tradizione orale è molto importante, al pari della storiografia, per la ricerca storica e delle tradizioni dei popoli. Grande sostenitore dell’oralità nell’antichità fu Platone. Secondo Platone, che espresse questo suo concetto nel Fedro, la scrittura comporta una distruzione della memoria. Mettendo le cose per iscritto, non è più necessario ricordarle. Invece, per Platone, proprio nel ricordare consiste la sapienza: la vera filosofia per lui è quella orale.
Con lo sviluppo dei sistemi notazionali, si realizza un progressivo processo di liberazione della memoria umana perché l’uomo può fissare il pensiero in simboli materiali. Ritengo infatti che la scrittura ci offra un nuovo spazio dove poter riporre le numerose informazioni che sono al di fuori di noi, ma anche la possibilità di dare “materialità” e “fisicità” alle nostre idee e ai nostri pensieri. La scrittura rappresenta sicuramente l’evento di maggiore importanza nella storia delle invenzioni tecnologiche dell’uomo poiché ha portato ad una trasformazione del pensiero e del discorso.
Pensiamo soltanto al fatto che in una cultura esclusivamente orale una figura come il poeta o l’artista individuale, così come li consideriamo noi oggi, sarebbero impensabili. Con la diffusione della scrittura infatti ciascuna opera dell’ingegno diviene una sorta di proprietà privata, sottoposta a legislazione al fine di tutelarne la paternità, per cui il plagio diviene un reato o, come accadeva nei tempi passati, ciò che si scriveva poteva essere sottoposto alla censura o alla persecuzione. Tutto ciò non sarebbe necessario in una cultura orale.
L’invenzione della scrittura permise di dare stabilità alle conoscenze che sono un patrimonio estremamente delicato, esposto al rischio di andare perduto, e soprattutto un’organizzazione rivoluzionaria del sapere che determinò lo sviluppo delle lingue nazionali o delle grammatiche.
Negli ultimi anni invece, a partire quindi dal XX secolo siamo entrati in quella che Ong definisce “una nuova cultura dominata dall’oralità secondaria”: l’unione della dimensione orale con quella della scrittura e della stampa, resa possibile dai nuovi media. In questa nuova cultura, le cose che sappiamo, non derivano necessariamente dalla lettura, ma possono essere ricondotte ad un apprendimento tramite la televisione, il cinema, lo schermo del computer, la viva voce di qualcuno o la radio. Con la scrittura il vedere acquistò un primato rispetto all’udire, ma non lasciò senza cambiamenti la vista che, da visione delle immagini del mondo, dovette imparare a tradurre in significati una sequenza lineare di simboli visivi. Questo ha comportato un passaggio da un’intelligenza, che Raffaele Simone ne “La terza fase” chiama simultanea, ad un altro tipo di intelligenza più evoluta che è quella sequenziale, e che noi utilizziamo per leggere, necessitando di una successione rigorosa e rigida che analizza i codici grafici disposti in linea. Questo tipo di intelligenza sembra però entrare in crisi. Radio, telefono e televisione hanno riportato al primato l’udito rispetto alla vista, e ricondotto la vista dalla decodificazione dei segni grafici alla semplice percezione delle immagini che si susseguono sugli schermi.
Mi associo a chi si è trovato in difficoltà con questa lettura che definirei abbastanza impegnativa.
Si parla di oralità e scrittura, di cosa cambia con l’avvento di quest’ultima e di quale sia il rapporto che ambedue hanno con le nuove tecnologie. Innanzitutto si può asserire che entrambe, l’oralità e la scrittura, siano mezzi di trasmissione (di sapere, nozioni, informazioni…) e quindi di comunicazione.
Trovo che il contesto in cui ci si trova in qualche modo possa influenzare una produzione, che sia essa orale o scritta. Per descrivere lo stesso evento userò parole diverse a seconda della situazione che vivo, delle persone che ho davanti o di coloro che prevedo leggeranno ciò che ho scritto. Forse sto andando fuori
tema. Tornando al rapporto tra oralità e scrittura, non credo che una di esse possa essere considerata superiore all’altra, penso che si integrino e che inevitabilmente si influenzino. Di certo la scrittura ha permesso la conservazione del sapere che prima era affidata solo alla memoria e che oggi ha raggiunto dimensioni ampissime, si pensi anche solo alle biblioteche virtuali che sono fonti inesauribili (e forse si può azzardare un “infinite” nel senso di “sempre ampliabili”) di sapere. A questo punto siamo arrivati a toccare l’argomento delle nuove tecnologie. Nel presente che stiamo vivendo ci troviamo di fronte a molti possibili canali di comunicazione i quali vertono per lo più verso la scrittura, si pensi alle chat, a Facebook, ai forum… Tutto questo va a scapito dell’oralità? Non credo che esista una sola risposta, sicuramente abbiamo più possibilità di comunicare “scrivendo” che prima non esistevano. Forse una parte la gioca anche la nostra individualità, come siamo fatti ci porta ad utilizzare un mezzo piuttosto che un altro, una comunicazione orale al posto di una scritta o viceversa. Siamo testimoni di un cambiamento, di un evoluzione di cui dobbiamo prendere atto, credo che non esista una verità assoluta.
Non sono sicura di aver centrato il punto, questo però è quello su cui mi sono trovata a riflettere dopo la lettura.
Salve a tutti, premetto, come molti hanno già fatto, la difficoltà riscontrata nel commentare la lettura di Goody e, quasi in preda al panico (sic!), vi espongo le mie riflessioni.
Comprendere la cultura di popoli e società basati essenzialmente sull’oralità è per noi per molto complicato. Viviamo nell’epoca della “perenne scrittura”, manuale e\o digitale che sia. Basta ricordare i libri su cui apprendiamo, le pubblicità che vediamo per strada o tramite televisione o computer.
Leggendo, mi sono ricordata del mio esame di Retorica della triennale, in cui ho studiato le divisioni della retorica antica in : inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio.
Queste ultime due, in particolar modo mi hanno fatto ricordare come siano, per motivi tecnologici ormai in disuso. Per chiarezza spiego brevemente (il mio manuale di Retorica era corposissimo) che l’actio, propriamente insegnava a rappresentare le diverse emozioni con i gesti e la voce, e la memoria rendeva possibile associare concetti e parole ad immagini dal forte contenuto emotivo che rendessero possibile la creazione di “luoghi mentali” (i nostri “cassetti”) dove le cose da ricordare venivano poste in modo tale da non sovrapporsi ad altre permettendo alla memoria di restare limpida.
Noi, intesi come cultura, siamo lontanissimi da questa tradizione, e credo magari sbagliando, che sia errato considerare una cultura orale come inferiore.
Penso agli studi antropologici in senso proprio. Prima dell’avvento della tecnologia che permetteva la registrazione, l’antropologo studiava i popoli “inferiori” tramite la pratica dell’osservazione. Il concetto al quale mi riferisco è quello dell’ “osservatore partecipante”, teorizzato dal polacco Branislaw Malinowski (1884- 1492), che prevedeva una nuova tecnica di inchiesta che consentiva ai ricercatori di entrare in rapporto di empatia con i nativi. Non mi dilungo sulla bellissima, a mio avviso, storia e contributo culturale di questo studioso, ma vorrei mettere in discussione come precedentemente a Malinowski i popoli “primitivi” venivano studiati senza questa “empatia”.
E gli studi creavano spesso litigi e disappunti tra i vari studiosi, che a volte negavano la validità di una ricerca per affermarne l’esatto contrario. Non potevano certo avere come metro di misura gli scritti di questi popoli. Non esistevano, ovviamente.
In merito alla lettura, mi trovo d’accordo con Goody quando sostiene che la scrittura comportò un nuovo modo di trasmissione e creazione del sapere, liberando l’uomo dal dovere di memorizzare tutto e per tutto intendo “tutta la cultura di cui era a conoscenza” ed ha, inevitabilmente, consentito sviluppo e progresso dell’umanità. E concordo con il mio collega che ha introdotto il discorso della lezione su i bias, poiché anche la scrittura è una tecnologia e, come tale, ha influenzato, inevitabilmente la cultura.
Con la scrittura,l’oralità diventa secondaria, ed è inevitabile; la scrittura ha permesso `un addestramento del pensiero, che ha consentito processi quali l’astrazione, la logica, l’analisi, la sintesi e l’ipotesi. Ha permesso che i saperi, tutti i campi dello scibile, venissero organizzati e resi noti.
La scrittura ha una ‘forza conservatrice’ maggiore che permette di fissare un testo e di archiviare informazioni in modo razionale e ordinato
Goody crede nella superiorità della pratica scritta su quella orale, e come altri miei colleghi hanno scritto, la associa a una condizione culturale elevata dove è possibile contribuire all’accumulazione delle conoscenze umane. L ‘antropologo, comunque, occupandosi dello studio della popolazione dei Lodagaa sottolinea l’importanza nel gruppo etnico delle tradizioni orali.
Il mito del Bagre citato nel brano, è inteso come una performance di danze e musiche contraddistinte da varietà e creatività dove la peculiarità risiedeva nella capacità di improvvisazione, che rendeva ogni individuo un potenziale attore. (mi ricorda molto la retorica antica citata sopra)
Scritto ciò, ammetto di attendere con ansia la lezione di domani, per cercare di capire meglio.
L’antropologo Goody ha studiato i cambiamenti riguardanti le pratiche sociali e i processi cognitivi delle persone. Egli parla di ‘letteratismo’ che in pratica avrebbe consentito il passaggio da società arcaiche fondate su tradizioni orali a società moderne fondate su tradizioni scritte.
Sostiene Goody: “l’avvento della scrittura ha permesso ‘un addestramento del pensiero’ tale da consentire processi quali l’astrazione, la logica,la formalizzazione, l’analisi, la sintesi e l’ipotesi (e quindi la formazione di nuove teorie)”. Da questo pensiero nasce un’importante riflessione sui concetti di oralità e scrittura, sulle loro differenze e sull’evoluzione di tali forme in rapporto agli strumenti di comunicazione.
Nonostante la loro ‘apparente trasparenza’ , “orale” e “scritto” dimostrano di essere concetti complessi, sia in relazione alle loro molteplici manifestazioni culturali, sia in rapporto alle accese controversie teoriche che ruotano intorno al loro significato e alla loro interpretazione.
Goody crede nella superiorità della pratica scritta su quella orale (la associa a una condizione culturale elevata), in quanto la scrittura quale ‘trascrizione visiva di elementi linguistici orali’ contribuisce all’accumulazione delle conoscenze umane. Senza nulla togliere però alla ‘letteratura’ orale e alle sue produzioni (i citati poemi Omerici e le poesie), sulla quale Goody, citando Milman Parry e A.B Lord, espone la cosidetta ‘teoria orale’, collegandola alle numerose versioni di poemi epici prodotti nella West Africa.
Goody infatti, occupandosi dello studio della popolazione dei Lodagaa (area nord occidentale del Ghana), sottolinea l’importanza nel gruppo etnico delle tradizioni orali.
Il mito del Bagre citato nel testo ne è un esempio, inteso come una performance di danze e musiche contraddistinte dagli elementi della varietà e della creatività; dove la caratteristica principale è la capacità di improvvisazione, che rende ogni individuo un potenziale attore.
La scrittura ha però una ‘forza conservatrice’ maggiore dice Goody, permette di fissare un testo e di archiviare informazioni in modo razionale e ordinato.
Anche un altro antropologo, Walter J.Ong credeva nella capacità della scrittura di favorire la nascita della coscienza, grazie al suo effetto cognitivo, “senza la scrittura le parole non hanno presenza visiva, possono essere solo ‘recuperate’ e ‘ricordate’”. “Nelle culture orali la comunicazione avviene nella grande maggioranza dei casi in situazioni di rapporto diretto. In sostanza, l’informazione è immagazzinata nella memoria, nella mente. Senza la scrittura non esisterebbe accumulazione di informazioni al di fuori del cervello umano, e quindi nessuna comunicazione a grande distanza e per lunghi periodi di tempo”.
La scrittura ha trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione; c’è anche però, chi sostiene che questo passaggio “dall’oralità alla scrittura” abbia portato ad una “distruzione della memoria, indebolendo la mente e quindi il pensiero” (Platone).
Platone vede infatti nella scrittura un qualcosa di ‘alieno’, quello che oggi molti vedono nei computer.
Oggi ad esempio ci sono tecnologie che ci permettono di effettuare calcoli matematici complessi con estrema facilità, con un solo gesto ci ‘solleviamo’ da un compito che altrimenti sarebbe molto impegnativo. Ma è proprio quel lavoro che manterrebbe la nostra mente ‘forte’ ed elastica.
E’ vero che la stampa ha in qualche modo allontanato l’antica arte retorica (a base orale) , ma è anche vero che senza la scrittura (che le ha tramandate) oggi avremmo modo di comprendere le grandi tradizioni orali dal passato. Quindi la scrittura può essere vista come un elemento di unificazione e riduzione della dispersione dei molti linguaggi della cultura antropologica.
Questi cambiamenti sulle ‘pratiche sociali’ degli individui sono stati studiati dallo stesso Goody e riaffiorano nella lettura di Roncaglia sul commento all’articolo di Alberoni e quella sulle Banlieue parigine.
Ho trovato importanti spunti di riflessione che permettono collegamenti anche al discorso precedente.
In primis la questione inerente al cambiamento all’interno della nostra cultura.
Non bisogna più considerare il linguaggio come un qualcosa di statico, legato ad usi e consuetudini passate, dobbiamo abbandonare quella tradizione conservatrice della lingua e comprenderne il ‘cambiamento’ come un qualcosa di necessario e di inevitabile. Questa variazione può essere vista sotto sua duplice accezione: da un lato, come fattore di progresso positivo e quindi di ulteriore acculturazione, dall’altro c’è chi lo considera invece come un nuovo esempio di regressione linguistica.
Il linguaggio sappiamo si è evoluto nel corso degli anni, siamo passati da una forma di sapere all’altra, e questo passaggio ha comportato vantaggi ma anche perdite. Dai linguaggi settoriali specifici e rigorosi (caratterizzati da una precisione nel significato che ne rende univoca la comunicazione), si è passati alla nascita di linguaggi gergali (originati dalle periferie delle grandi città).
La lettura sulla questione del francese del Banlieue ne è un esempio. La ‘langue de la Banlieue’ e cioè la lingua di periferia nata nei quartieri popolari francesi, ha portato alla creazione di un linguaggio gergale (Verlan) caratterizzato da un’ inversione sillabica rispetto alla parola originaria. Questa traslazione ha portato inevitabilmente ad una variazione del linguaggio sia a livello sintattico che semantico. Il gergo in passato veniva usato come ‘codice’ proprio di un gruppo, creava unità e identità tra gli stessi membri e permetteva a quest’ultimi di non farsi capire da coloro che non ne facevano parte.
Un esempio di linguaggio tendenzialmente gergale oggi può essere considerato quello dei giovani che, come sostiene Alberoni, “stanno perdendo il contatto con la realtà”, tendono a crearsi un loro ‘mondo’ virtuale fatto di internet, chat e youtube.
Si sta creando fra le varie generazioni un gap a livello di gestione e utilizzo di questi media, da una parte coloro che utilizzano quotidianamente le Reti di comunicazione e dall’altra coloro che non ne comprendono il funzionamento (ad esempio genitori-figli).
Alberoni parla nell’articolo di moratorie e censure da imporre ai giovani riguardo l’utilizzo della Rete; rispetto a questo fatto, concordo con Roncaglie che sostiene l’invalidità di tale atteggiamento.
Oggi, volente o nolente, le giovani generazioni si sono abituate a un certo livello di tecnologia, alla tempestività di internet, alla rapidità di comunicazione con Msn e Facebook, all’interattivià con i giochi on-line (e molto altro); sarebbe molto difficile ora poter ‘tornare indietro’ e riadattarsi ai modelli passati scordandosi il presente. La Rete ha semplificato i nostri gesti, creando una sorta di ‘comodità dipendente’ e allo stesso tempo ha portato all’aumento delle malattie e disturbi (Internet Addiction Disorder) dovute proprio alla dipendenza da internet.
C’è chi sostiene che oggi la noia sia la causa principale dell’uso eccessivo di questi ‘mondi virtuali’ e quindi la Rete viene vista come un espediente per fuggire dalla realtà.
I nuovi media hanno decretato la ‘morte’ della scrittura tradizionale ma hanno offerto nuove e straordinarie opportunità alla creatività umana. Come sostiene lo stesso Ong: “ la tecnologia se propriamente interiorizzata non degrada la vita umana ma al contrario la migliora”.
Salve a tutti!
Mi trovo in totale accordo con chi ha reputato la Lettura di Goody particolarmente complessa e artificiosa soprattutto per chi, come me, ha poca familiarità con questi argomenti (vengo io da una laurea triennale in lingue).
Goody nel testo sottolinea il fatto che non c’è forma orale che non risenta della presenza della comunicazione scritta, soprattutto considerando che questa viene associata ad una condizione sociale elevata. Credo non possa esistere una distinzione netta tra le due forme di comunicazione, anche la forma scritta prevede un ragionamento appunto orale. Io non parlerei però di superiorità di una forma sull’altra.
La forma orale è una delle prime forme coscienti con cui l’uomo ha costruito il mondo e la propria società e ha imparato a conoscere gli altri attraverso la propria oralità. Considerare le trasformazioni dovute all’introduzione della scrittura e prima ancora all’introduzione di un alfabeto non è facile, a mio avviso soprattutto perché oggi ci troviamo in una cultura influenzata dal testo a stampa e dalla comunicazione telematica. Sfido chiunque ad immedesimarsi completamente con chi ha sempre e solo comunicato oralmente.
Come abbiamo appreso dalle letture di Goody l’oralità è stata la prima tecnica di comunicazione in grado di formare un gruppo sociale. Il ruolo dei cantori nelle comunità descritte era fondamentale per l’esistenza stessa della comunità. La conoscenza avveniva tramite la ripetizione mnemonica e l’impossibilità di conservare in maniera duratura queste testimonianze per le generazioni future.
Nella cultura orale la memoria svolge un ruolo fondamentale, essa non permette mai una trasmissione parola per parola, ed è molto più flessibile e instabile rispetto alla scrittura, con cui nasce invece la possibilità di fissare un testo, su cui ragionare e ritornare, e di archiviare le informazioni in modo razionale e ordinato.
La scrittura, con la sua “forza conservatrice”, permette quindi una comunicazione a lungo termine. Nelle culture orali la comunicazione avviene nella grande maggioranza dei casi in situazioni di rapporto diretto. In sostanza, l’informazione è immagazzinata nella memoria, nella mente. Senza la scrittura non esiste in pratica accumulazione di informazioni al di fuori del cervello umano, e quindi nessuna comunicazione a grande distanza e per lunghi periodi di tempo”.
Come abbiamo visto anche a lezione, leggere un testo consiste nell’interpretarlo, nel convertirlo in suono con l’immaginazione, per cui la scrittura non può fare a meno dell’oralità. L’espressione orale può esistere senza scrittura, ma la scrittura, che affida la parola ad uno spazio, non esiste senza oralità
Con l’introduzione della scrittura il linguaggio passò da una dimensione impalpabile ad essere identificabile come un oggetto tangibile. Se l’oralità sviluppa l’udito come canale principale della socializzazione, la scrittura dà all’occhio un ruolo centrale nel trasferimento della cultura.
La velocità poi con cui le informazioni o meglio la cultura stessa iniziarono a circolare all’interno di una società e tra le società diverse, portò ad un’accelerazione anche nella produzione di nuovi mezzi di comunicazione.
Per quanto riguarda poi il concetto di oralità e scrittura nelle forme di comunicazione odierna – esempio in Internet – credo non ci siamo poi distaccati così tanto dal concetto di oralità. Cerco di spiegarmi meglio. La cultura scritta è comunque in quantità superiore rispetto all’oralità in molti contesti interattivi: chat, blog, social network, ma senza voler esagerare, l’uso delle telecomunicazioni – quelle che mettono in relazione le persone tra loro – come il telefono o le reti telematiche, a parer mio, credo abbiano incrementato e non diminuito la produzione di oralità.
Il telefono cellulare e la e-mail, per esempio cominciano ad avere tratti di oralità anche nella scrittura, è vero che i messaggi di posta elettronica e quelli dei cellulari sono ancora messaggi scritti, ma le loro condizioni di produzione e di ricezione li costringono a emulare la parola parlata: mancanza di punteggiatura, disinvoltura della sintassi, spontaneità, espressioni appartenenti al parlato e immediatezza della comunicazione: tutto ciò mi fa pensare che anche la comunicazione multimediale tenda verso una forma di oralità anche se pur molto diversa da quella trattata dall’antropologo Goody.
Navigando su internet, ho trovato alcuni esempi di continuità e discontinuità, attraversi cui si manifesta la scrittura. Spero siano esempi calzanti e idonei!
1) Ho pensato al dizionario Collins online per le lingue inglesi e francesi, che oggi attraverso il suo sito offre la possibilità di consultare anche diverse tipologie di espressioni, modi di dire tipiche dei giorni nostri, e il tradizionale dizionario magari anche tascabile presente nella librerie degli amanti delle lingue scusate la deformazione personale);
2) credo sia un altro esempio la recensione, il giudizio critico e i commenti del pubblico sui film in programmazione nei cinema, sul sito internet http://www.mymovies .it/cinema/ roma/ su questo sito si possono trovare: la trama del film, la critica di esperti, i commenti di chi lo ha già visto, e grazie ai mezzi tecnologici di cui disponiamo è possibile ascoltare anche la colonna sonora del film, il trailer può essere anche visivo, contro la locandina cartacea esposta nel cinema, dello stesso film dove ci sono solo i nomi degli attori, una immagine principale e cruciale del film, e gli orari degli spettacoli;
3) quello trailer su internet di qualsiasi film, online che diventa visivo e musicale e quello che possiamo trovare sul giornale.
Leggendo attentamente il testo dell’antropologo Jack Goody, alla luce dell’articolo sul nuovo linguaggio che nasce nelle Banlieues francesi, è più facile comprendere come i fattori storici e sviluppi tecnici sono importanti nell’analisi del discorso orale.
Prima di puntare il dito sui ragazzi della periferia parigina è necessario precisare che Banlieue non è strettamente confinbile nella definizione di periferia; ma è composta da comuni a sé stanti e del tutto indipendenti dalla metropoli limitrofa. Nella percezione comune Banlieue è divenuto sinonimo di disagio, povertà e insicurezza culminati con le rivolte cittadine del 2005, caratterizzate da incendi, atti di vandalismo e violenza contro le forze dell’ordine. E’ necessario fare luce sul quadro storico che fa da cornice, per comprendere meglio come nasce un nuovo linguaggio. Inventato dai giovani, la sua chiave d’interpretazione, sta nell’”envers” cioè “varlen”. La crisi degli anni ’70 porta anche con sé la disoccupazione immigrata. Il fenomeno del ricongiungimento familiare proprio in un momento di difficoltà, pone le basi per la nascita di nuove generazioni di francesi di origine straniera (provenienti sopratutto da ex colonie), mentre i borghesi spaventati dalle crescenti
difficoltà nelle Banlieues decidono di abbandonarle. Così le nuove generazioni rivendicano una piena integrazione alla società francese, nella valorizzazione e nella perseverazione delle loro radici culturali. Sotto questa luce è facile spiegare perchè il nuovo linguaggio “al contrario” si sviluppa nelle Banlieues
francesi come strumento di contestazione giovanile delle nuove generazioni.
Questa riflessione fatta considerando sopratutto gli aspetti storici che hanno portato al nascere del varnel l’ho fatta semplicemente perchè è stata la prima cosa che mi ha colpito:quali sono stati i fattori scatenanti del nuovo fenomeno.
Per quanto riguarda la seconda lettura, la prima riflessione che emerge riguarda la consapevolezza che nel mondo contemporaneo l’oralità e la scrittura siano due aspetti della comunicazione, che si giustappongono, si mescolano, interagiscono, ma sicuramente non si escludono; al contrario, laddove la forma scritta nn può arrivare, subentra la carica emotiva che solo le peculiarità del “parlato” possono conferire. Tornare indietro nel tempo in un’epoca in cui tutto ciò non era ancora possibile, implica la necessità di dare il giusto valore ai prodotti di due tradizioni parallele. A tale proposito considero indicativo il modo in cui Goody apre il dibattito citando in causa il concetto di “letteratura” e le ambiguità legate a tale formalismo, tramite cui si designa il patrimonio culturale scritto di una data società.
I contributi orali che non trovano spazio in tale classificazione, rientrano nella macrocategoria di cui la letteratura fa parte: si parla di cultura, e della notevole influenza che questa esercita sulla comunicazione.
Il diverso livello di progresso della tradizione letteraria, non può prescindere dalla considerazione delle differenti implicazioni storiche che hanno determinato diseguali percorsi di sviluppo tra le comunità. Goody, effettuando un parallelismo tra la Grecia antica e la West Africa, mette in evidenza il carattere sociale della comunicazione, analizzando i contributi orali delle tribù del Continente Nero e gli scritti provenienti dalla patria della poesia epica. E’ opportuno dimostrare quanto la tradizione orale sia ricca di sfumature, accorgimenti e tecniche che non devono essere oggetto di un giudizio di valore se confrontati con il registro scritto che da sempre è stato considerato un elevato standard di cultura, riservato ad alti strati di élite. A tale proposito non capisco la teoria della “Grande Divisione”, citata dall’autore, che prevede una distinzione e separazione tra culture provviste di scrittura o meno, a favore invece del tentativo di trovare un filo conduttore, una sorta di evoluzione, cito, “nei metodi e nei contenuti della comunicazione”. Si può cercare così di non ridurre il problema della contrapposizione tra oralità e scrittura ad una mera quaestione tecnica, ma considerare le variabili politiche, economiche, sociali e religiose direttamente implicate nel successo dell’uno e dell’altro canale comunicativo.
Non si può, comunque, non attestare che l’importanza della scrittura risieda anche nel fatto di costituire una fondamentale “prova di esistenza” di qualsiasi tipo di documento, che viene fissato nel tempo come accade nel caso di una fotografia.
Commentare il testo di Goody questa settimana si è rivelato essere un compito
piuttosto difficile, almeno rispetto alla lettura di Arsuaga. Un po’ forse per
la mia poca dimestichezza con gli studi antropologici ma anche perché non ho
trovato nessun collegamento, almeno non evidente fin da subito, con le lezioni e
i discorsi intrapresi in classe, specialmente dopo la lezione di ieri in cui
sembrano essere stati meglio chiariti gli scopi didattici del corso e a cui non
sono ancora riuscita a ricollegare il testo di Googy. Cerco comunque di proporne
una lettura, anche se non so se ho colto il punto.
Le osservazioni e i paragoni fatti da Goody e, prima di lui, dagli altri
studiosi citati mettono a confronto tradizioni orali e tradizioni scritte. Per
reminiscenze scolastiche, gli esempi portati con la tradizione greca mi sono più
vicini; per quanto riguarda la questione omerica infatti, concordo le ipotesi
che vedono la creazione dell’Iliade come solamente orale e poi, in un secondo
momento, l’introduzione di una versione scritta. Sembra plausibile che nel
periodo solamente orale, circolassero diverse versioni, anche divergenti, dello
stesso tema, divergenze dovute non soltanto alla trasmissione orale, che, ne
sono convinta, porti inevitabilmente a delle modifiche, ma anche rispetto alla
presenza contemporanea di diverse versioni, non necessariamente nate in momenti
diversi, e portate avanti da più aedi, o scuole di aedi, operanti nello stesso
momento. Quando poi si è potuti arrivare ad avere una versione scritta di tale
poema, non è detto che la versione portata su carta ( o papiro, o pergamena, non
lo so!) sia l’originale, anzi, non credo nemmeno che si possa parlare di un
originale. Penso invece che ciò che ci è stato tramandato sia semplicemente la
versione più accessibile a chi ha compiuto la stesura. Se la versione
disponibile fosse stata un’altra avremmo forse avuto una storia molto diversa.
La questione delle formule invece, credo sia impossibile da negare; erano
sicuramente usate non fosse altro per agevolare la memorizzazione e la
successiva recitazione. Erano usate come uno strumento metrico e ritmico ed
anche oggi infatti ci risulta più facile memorizzare cose in rima e ripetitive,
magari accompagnate da melodie, come poteva essere la lira per gli aedi.
Questo stesso principio credo si possa applicare anche alle culture africane e
jugoslave analizzate. Anche per loro vale il discorso della possibile
compresenza di più versioni ed anche per loro vale il discorso dell’uso di
formule e melodie come supporti che fungano da richiami alla mente dei fatti da
narrare durante le performances. E’ inoltre quasi ovvio che a distanza di anni
si riscontrino delle differenze, anche notevoli, nella riproduzione di uno
stesso poema, come riportato negli esempi, ma credo anche che ciò non comporti
alcuna perdita o variazione di trama della storia narrata. Questo si potrebbe
quindi anche affermare per l’Iliade.
Infine, a proposito delle differenze tra Bagre Bianco e Bagre Nero, ritengo che
sia normale che nel Brada Bianco si riscontrino maggiori elementi di continuità;
è che ciò normalmente succede a rituali e liturgie. Tali procedure tendono
infatti ad una maggiore cristallizzazione nel tempo, a causa dello loro
pregnanza di significato per l’intera comunità, rispetto invece a dei semplici
poemi di intrattenimento, anche con tutti gli scopi educativi, celebrativi,
esaltativi che gli si vogliano attribuire.