Terza lettura: Walter Ong

By Domenico Fiormonte

La terza lettura è tratta dal libro di Walter Ong, Oralità e scrittura, Il Mulino, 1986 (ed. or. Orality and Literacy: The Technologizing of the Word, 1982). Walter Ong nasce come docente di letteratura inglese, ma probabilmente è uno dei maggiori storici della cultura di fine Novecento. Fu collega e collaboratore di Marshall McLuhan a Toronto e fra i due ci fu un frequente scambio, tanto che si è spesso parlato di influenze mutue. Insieme al grecista Eric Havelock e ad Harold Adams Innis (che presenterò più avanti) i quattro formano l’embrione della cosiddetta “scuola di Toronto” che è alla base della nascita dei Communication Studies in USA. Tuttavia, rispetto a McLuhan, Ong nei suoi studi appare più rigoroso e più chiaro. Esiste un splendido sito a lui dedicato che contiene numerosi inediti: http://libraries.slu.edu/sc/ong/

Le pagine che vi propongo [file 1 e 2], rispetto ad Arsuaga e Goody, entrano nel vivo della nostra discussione: il rapporto fra parola e tecnologia, l’apparire di nuove forme di conoscenza (es. il libro) e di conseguenza di nuovi stili cognitivi. Pur essendo stato scritto nel 1982 il libro pone già alcuni importanti interrogativi sullo scenario informatico.

Alcune schiette affermazioni di Ong negli anni successivi sono diventate, come è accaduto per McLuhan negli anni Sessanta, degli slogan. Per esempio la frase che leggiamo nella prima pagina: “la scrittura ha trasformato la mente umana”. Tuttavia Ong è più circostanziato e più cauto dei suoi epigoni e soprattutto analizza e interpreta in modo originale una grande quantità di dati. Lettura sempre affascinante e coinvolgente, Oralità e scrittura rimane ancora
oggi uno dei ‘must-read’ di ogni studioso di comunicazione.

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20 Responses to “Terza lettura: Walter Ong”

  1. tizianaursino

    Un punto che mi ha incuriosito molto è il fatto che Ong abbia evidenziato come la scrittura sia in grado di influenzare diettamente o indirettamente i processi mentali di un essere umano.E’,appunto, l’apprendimento della scrittura che modifica gli schemi neurologici dell’uomo,anche attraverso l’uso di strumenti volti alla scrittura.
    La scrittura si è imposta,così come’è avvenuto per la stampa e i computer,con molta difficoltà.Platone,ad esempio,considerava la scrittura come disumana perchè finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno.La scrittura ,quindi,per Platone è un prodotto manufatto.
    Secondo me,questo è un atteggiamento tipico di coloro che “temono” il nuovo e che si manifesta ogni qualvolta una nuova tecnologia entra nella nostra vita quotidiana.
    A questo proposito ,il mio pensiero mi riporta al 2000,quando Beppe
    Grillo,all’inizio di un suo spettacolo,distrusse un computer e cominciò a inveire contro questa nuova tecnologia e contro internet,denunciando gli effetti che quest’ultimo avrebbe potuto arrecare alla società.Non è forse vero che oggi il blog di Grillo è uno dei più consultati al mondo?

    Un altro punto che mi ha colpito,leggendo Ong,è lo studio effettuato da Clanchy.Quest’ultimo ha rilevato come la testimonianza orale abbia goduto di una maggiore credibilità perchè poteva essere messa in discussione ,mentre non era così per il testo scritto.Anche l’introduzione della data in un documento cambiò il modo di percepire il tempo da parte dell’uomo.Mettere la data implicava la scelta di un punto di riferimento,avere una propria collocazione in un tempo non più astratto.La scrittura,poi,ha sviluppato nuovi codici linguistici,diversi da quelli orali:un codice linguistico ristretto,valido nel trattare argomenti comuni ai vari inerlocutori,un codice più elaborato,che si è sviluppato con l’aiuto della stampa e della scrittura,nonchè tipi particolari di dialetti,come il grafoletto.Nato quest’ultimo nella corte di giustizia del Lord cancelliere di Enrico V,successivamente tramandato in forma scritta e astampa,ha permesso di inserire nella lingua scritta una quantità di vocaboli impossibile per una lingua orale.

    #11
  2. elisastrozzi

    Commento Ong: l’oralità non è una tecnologia?

    Analizzando la lettura di Ong, il primo elemento che vorrei porre in questione è la differenza più evidente tra scrittura ed oralità: un testo scritto, secondo lo studioso, permette di veicolare il messaggio del suo autore, in modo tale da non poter essere confutato totalmente, poiché “ha perso contatto con la fonte” che lo ha creato. Questa concezione può essere considerata attendibile se si considera l’opera come un risultato (alla maniera di Croce) ma non come il frutto di un processo. Un testo scritto non sempre rappresenta il compimento finale del lavoro di un individuo o di più soggetti, ma a volte consiste in realizzazioni sperimentali, tappe fondamentali nel proprio percorso culturale e di vita, che necessitano dell’apporto di altre persone che in qualche modo “confutano” o criticano il punto di vista dell’autore ( o degli autori) di un libro, contribuendo al processo di arricchimento e di cambiamento di una certo discorso. Mi ricordo, dal corso di estetica frequentato nel triennio, che Pareyson puntava proprio sull’importanza degli aspetti processuali dell’opera d’arte, vista come «un fare che ,mentre fa, inventa il modo di fare», accentuando in tal modo l’opera in fieri, vista come ricerca, come produzione che procede per tentativi, e in cui l’invenzione non precede totalmente l’esecuzione, ma anzi si costruisce durante il processo artistico.

    Il secondo punto su cui vorrei soffermarmi è la dicotomia scrittura/oralità, basata sulla contrapposizione tra «naturale» e «artificiale». Sono totalmente d’accordo con Ong quando sostiene che il discorso scritto è frutto di una serie di norme e regole stabilite e negoziate all’interno di una società e di una precisa cultura, e quindi rappresenta una tecnologia che influenza il nostro pensiero e il modo di esprimerlo. Ma non vedo come l’oralità possa essere “non artificiale” e quindi “naturale”, perché anche le forme di espressione orale sembrano essere il risultato di un accordo inter-personale, e quindi costituiscono una modalità “tecnologica” di veicolare il pensiero umano. Il linguaggio già mi sembra una tecnologia, e ( su questo concordo con Ong), ogni tecnologia viene con il tempo interiorizzata e fatta propria, cosiccome la scrittura oggi ci sembra far parte “naturalmente” della nostra vita e della nostra cultura (mentre alcuni ritengono che il computer e i nuovi media siano staccati dalla vita interiore e dalla coscienza umana e in qualche modo la danneggino). Ma anche le espressioni linguistiche orali rappresentano un modo di “tecnologizzare il pensiero”, e orientano le relazioni interpersonali e sociali in ogni campo della vita associata, in quanto divengono parte, vengono interiorizzati da ogni singolo individuo (allo stesso modo ha operato la scrittura nel corso dei millenni, e successivamente la stampa, ed è ancora in corso lo stesso processo da parte del computer).

    In terzo luogo vorrei sottolineare come ritengo assolutamente vera l’affermazione di Ong riguardo al progressivo cambiamento della struttura cognitiva dell’individuo, a seguito del processo di interiorizzazione della scrittura e poi della stampa nella vita quotidiana e sociale comune e personale: le modalità di conoscenza, gli strumenti di organizzazione, di classificazione, la concezione del tempo, la percezione spaziale, la visione e l’interpretazione della realtà si modificano enormemente a seguito dello sviluppo di una cultura profondamente scritta: mi ha molto colpito la descrizione, da parte dello studioso, della differenza nel gerarchizzare le cose da memorizzare in una civiltà fondamentalmente basata sull’oralità (che si serve soprattutto di tecniche mnemoniche, di “luoghi” della mente, di formule ripetitive) rispetto ad una società fondata sulla cultura scritta (che fonda i propri capisaldi nelle tabelle, negli elenchi, e in generale in una precisa strutturazione ed organizzazione spaziale del testo all’interno della pagina).

    «Per farsi capire senza gesti, senza espressione del viso, senza intonazione, senza nemmeno un ascoltatore reale, è necessario prevedere accuratamente tutti i significati possibili che una frase può avere per ogni possibile lettore in ogni possibile situazione, e di conseguenza è necessario usare un linguaggio chiaro, poiché manca un contesto». Quest’affermazione mi ha fatto riflettere sull’attività della scrittura, ma mi sembra eccessivamente generalizzante: il problema di concepire la scrittura come un processo di costruzione di significati i quali, idealmente, dovrebbero essere compresi da tutti, da ogni potenziale destinatario, è abbastanza difficile da risolvere. Per uno scrittore come Ong, che, da quanto ho potuto capire, si pone la questione di trasmettere le sue teorie in modo chiaro e lineare, sembra ovvia la necessità che tutti gli autori concepiscano la scrittura in questo modo. Io invece credo che ognuno scriva per un preciso scopo e per un preciso destinatario: a volte si scrive per se stessi, e quindi non si rispettano le ordinarie norme di organizzazione del discorso che si seguirebbero nel caso ci si rivolgesse ad un lettore esterno (è il caso della Simone Weil dei Quaderni, diari di vita della filosofa, la quale non si proponeva di pubblicare le note che prendeva nel corso della sua esistenza, ma semplicemente di esprimere se stessa, attraverso i suoi molteplici interessi e le sue passioni, ma che sono stati raccolti e pubblicati postumi dal fratello); si può scrivere a fini didattici e quindi si usa un determinato tipo di linguaggio altamente esplicativo, ma si può essere mossi anche da una tendenza speculativa o di ricerca sperimentale, e quindi il testo sarà strutturato in tutt’altra maniera. Rimane comunque ammirevole la concezione della scrittura espressa da Ong , soprattutto quando sottolinea la scelta accurata delle parole, e la previsione delle conseguenze che determinate espressioni possono produrre sul destinatario.

    Nonostante ritenga che non solo la scrittura (e poi la stampa e il computer) sia una tecnologia molto perfezionata, ma lo sia anche l’oralità, non per questo posso non essere d’accordo nella spiegazione di Ong riguardo ai profondi cambiamenti determinati nella struttura cognitiva, nei rapporti sociali, nella concezione della conoscenza, e nell’organizzazione e trasmissione del pensiero provocati dall’avvento e soprattutto dalla progressiva “interiorizzazione” della scrittura nella vita individuale e sociale dell’umanità.

    #14
  3. paolacoda

    Scrivere ha cambiato la mente umana, come sostiene Ong nella terza
    lettura. Il modo in cui pensiamo è conseguenza dell’essere nati in una società in cui vige la scrittura. Un testo scritto ha in sé la presenza fisica, il fatto di essere sempre lì e di dire la stessa cosa.

    ” […] l’espressione ‹il libro dice› ha popolarmente lo stesso significato di ‹è vero›. E questo è anche uno dei motivi per cui i libri sono stati bruciati più volte nel corso della storia. Un testo che dichiari che ciò che il mondo intero conosce è falso, fintantoché esso esiste, ripeterà questa menzogna. I testi sono
    intrinsecamente ostinati.”

    Mi trovo pienamente d’accordo con quanto sostiene Ong: le critiche mosse da Platone alla scrittura sono simili a quelle che si sentono oggi nei confronti di internet e del computer. Ma così come le accuse di Platone alla scrittura sono messe per iscritto è altrettanto vero che chi critica tanto pc, internet e mezzi di comunicazione magari ha scritto il proprio saggio o articolo proprio
    usufruendone. Che poi la scrittura è qualcosa di artificiale e l’oralità qualcosa di naturale è vero, ma non è strettamente necessario connettere artificialità con tecnologia. Sulla questione che l’artificiale faccia parte del naturale poi non so quanto possa averne capito … Ho un po’ di dubbi a riguardo!

    #19
  4. luanamiriti

    Ho trovato interessante e comprensibile la lettura di W. J. Ong consigliata questa settimana.
    Egli descrive il passaggio dalla cultura orale alla scrittura e mostra come l’assunzione della pratica scrittoria abbia profondamente modificato l’esperienza ristrutturando il pensiero e inaugurando una nuova forma mentis.
    Sono rimasta colpita dalla frase “Senza la scrittura, un individuo alfabetizzato non saprebbe e non potrebbe pensare nel modo in cui lo fa […] La scrittura ha modificato la mente umana”.
    A mio parere l’ha cambiata profondamente. Ho sempre pensato alla scrittura non come una tecnologia, ma l’ho sempre vista come qualcosa di naturale.
    Se si pensa che nelle società prive di scrittura la trasmissione del sapere non poteva essere affidata ai libri, ma un ruolo fondamentale era assunto dall’espressione orale delle conoscenze che si trasmettevano di generazione in generazione. Il mezzo fondamentale fu costituito dai canti e dalla ripetizione di essi. Nell’oralità le parole non hanno un corpo visivo e non possono quindi essere percepite come presenze stabili ,non essendo scritte, non sono sott’occhio per poterle rileggere, le parole sono piuttosto deperibili ed evanescenti, si perdono. A causa della natura evanescente della parole, la cultura orale conserva per mezzo di moduli mnemonici, come il pensiero che può essere ricordato,comunicato e strutturato in ripetizioni. Al contrario, la scrittura garantisce la possibilità di non fare esclusivo affidamento sulla memoria, offre un modo valido per ritornare a valutare gli elementi oggetto del sapere, assicura che il sapere stesso si trasmetta in modo uniforme e oggettivo. La scrittura a mio parere ci offre un nuovo spazio dove poter immagazzinare le informazioni e poterle poi utilizzare.
    Ong sostenendo che : «il nuovo mezzo rafforza l’antico, ma naturalmente lo trasforma […] ben presto tutta la stampa si servirà in un modo o nell’altro delle attrezzature elettroniche» dimostra come la dicotomia oralità –scrittura viene ormai a cadere, perché alcune forme di comunicazione mescolano ormai oralità e scrittura in stratificazione di tutti i tipi , alla fine l’oralità che conosciamo è sempre secondaria ,in quanto è passata attraverso la scrittura ,la stampa, la televisione e tutti gli elementi visuali che oggi ci condizionano e consentono la comunicazione. Cambia così la forma culturale, gli assunti sui quali si basa il pensiero e tutto quanto concernente il mondo della trasmissione del sapere. La radio, per prima, dà una forte spinta all’introduzione dell’oralità( intesa come oralità secondaria) ma è con la televisione che il processo diventa massiccio. La Tv entra nelle case e modifica i comportamenti. La lettura, soprattutto tra le giovani generazioni, sembra perdere spazio e rilevanza sotto la spinta incessante della comunicazione audiovisiva in tutte le sue forme. Se si pensa ad Internet, ma anche ai telefonini di ultima generazione si possono trasmettere informazioni utilizzando più codici (suoni, immagini in movimento, testo), ma anche avere una interazione con i destinatari.
    Le barriere che separavano mittenti e destinatari, e talvolta la stessa distinzione tra i rispettivi ruoli, tendono a sparire.

    #26
  5. rosacoscia

    Ho trovato il discorso che Ong porta avanti nelle pagine proposteci dal prof molto affine a quello che abbiamo analizzato in Arsuaga. Il filo conduttore sono le “tecnologie” e la loro influenza sull’uomo che le produce rispetto al corso dell’evoluzione.
    Ong sostiene che si devono classificare come “tecnologie” la scrittura, in primis, ma anche la stampa e i computer, per i quali questa definizione è più facilmente accettabile, dal momento che sono sorte più tardi nella storia e, quindi, sono meno “interiorizzate” dall’uomo moderno. Come già qualcun altro ha suggerito, amplierei questa categoria fino a ricomprendere la parola orale (che, sinceramente, neppure a me come a Elisa sembra tanto inconscia come vorrebbe Ong, in quanto inconsci potrebbero essere i versi istintivi dei primati e dei primi uomini, ma non un vero e proprio codice, un sistema governato da regole che bisogna seguire nella costruzione di frasi, le quali necessitano di una struttura sintattica per veicolare l’esatto significato, sebbene più flessibile rispetto allo scritto), gli utensili dei primitivi, forse anche il pensiero complesso che l’uomo ha sviluppato rispetto ai suoi antenati.
    Non posso che far mie le parole di Ong quando scrive: “dire che la scrittura [e gli altri elementi che ho appena individuato qui sopra] è artificiale [fatta ad arte, costruita dall’uomo, qualcosa che non si trova in natura] non significa condannarla, tutto il contrario: […] essa […] è essenziale allo sviluppo più pieno dei potenziali umani interiori” (mio quanto scritto tra parentesi quadre). “Le tecnologie non sono semplici aiuti esterni, ma comportano trasformazioni delle strutture mentali”. “Le tecnologie sono artificiali, ma l’artificialità è naturale per gli esseri umani”.
    Ribadisco anche qui, sebbene possa sembrare poco originale, la mia convinzione, che esponevo già nel commento ad Arsuaga, riguardo al fatto che l’“homo sapiens” sia costitutivamente “homo technologicus”, impossibilitato ad esprimere tutte le proprie potenzialità, principalmente cerebrali, senza l’apporto delle tecnologie che egli stesso inventa per risolvere al meglio i problemi che la sopravvivenza, ad un primo livello, e il vivere, poi, gli presentano. Egli stesso è, dunque, artificiale (utilizzo anch’io il termine non nella sua accezione negativa, ma come descrizione di costruzioni e ricostruzioni); questa artificialità finisce però per essere del tutto naturale.
    Fu McLuhan, se non sbaglio, il primo a parlare di media (certamente tecnologie!) come estensioni dell’uomo, vere e proprie “protesi” (ne parla anche Alfonsina). Essi fanno quindi parte di noi, ed è per questo che l’uomo, sin dall’inizio della sua storia sulla terra, ha creato utensili, strumenti, ‘media’.
    C’è poi chi parla di “psicotecnologie”, strumenti in grado di intervenire ad un livello profondo della psiche, modificando le caratteristiche principali della struttura psichica di un individuo, sia a livello motorio che cognitivo. La parola parlata, la scrittura e le forme di comunicazione “elettriche” possono annoverarsi tra di esse. La teoria di Ong divide l’evoluzione della comunicazione in 3 fasi che avrebbero profondamente inciso sul quadro culturale delle rispettive epoche, ma anche sulla mente dell’uomo, riorganizzando di volta in volta il rapporto tra vista e udito, tra spazio e tempo, elementi che strutturano l’apparato cognitivo umano. Innanzitutto viene l’epoca dell’oralità, quando le comunicazioni vocali rappresentano il mezzo principale per lo scambio delle nozioni e la diffusione delle conoscenze e della memoria. Segue quindi la scrittura, accelerata poi dai processi di stampa, che porta sulla carta il mondo della conoscenza. Perde d’importanza la funzione mnemonica, si sviluppa il pensiero analitico, razionale, astratto e descrittivo, nascono i concetti di “io”, “logos” e “psyche”, di senso della storia. Arrivano poi i mezzi elettronici (radio, cinema e televisione), con i quali viene a configurarsi una sorta di “oralità di ritorno” che è ben distinguibile in molte manifestazioni: il senso comunitario e di partecipazione, la concentrazione sul momento presente, l’uso di formule meno rigide e più vicine al parlato, modalità conoscitive di tipo percettivo, analogico e olistico, pensiero diffuso e orientato all’associatività. Se i media elettronici hanno favorito un ritorno ad alcune dinamiche delle culture orali, i nuovi media (Internet) favoriscono una rivalutazione della scrittura come veicolo preferenziale per la trasmissione di contenuti. Ma la scrittura, con i nuovi media, sembra acquisire caratteristiche “orali”.
    L’introduzione di una nuova tecnologia cognitiva non aggiunge e non elimina nulla al sistema di comunicazioni: cambia tutto. I nuovi media ri-mediano i precedenti media visivi e testuali e questi vengono ri-mediati dai nuovi media. Ogni medium si specializza nei generi testuali più adatti alle proprie caratteristiche e ogni genere testuale ha un suo medium preferenziale.
    Secondo Ong alcune ostilità nel passaggio al nuovo sistema digitale nascerebbero proprio dallo stampo culturale diffusosi tramite la stampa, che informa sistemi culturali chiusi piuttosto che aperti. I media elettronici e soprattutto digitali producono un cambiamento nella forma culturale, negli assunti sui quali si basa il pensiero e tutto quanto concerne il mondo della trasmissione del sapere. Come la scrittura suscitò critiche nel mondo ancora, almeno idealmente, “orale” dei greci (vd. Platone), così Internet è guardato con sospetto da chi da sempre utilizza la forma di comunicazione “libro”. Ma se pensiamo che una nuova “invenzione” ci travolga, è soltanto perché la vediamo ancora come qualcosa di estraneo a noi, la riconosciamo ancora come una tecnologia, in quanto non è stata sufficientemente interiorizzata per via della sua “recente” introduzione. Evidentemente dimentichiamo che la tecnologia è parte di quel che siamo.
    D’altro canto, non è detto che tutte le nuove tecnologie introdotte siano vantaggiose per l’essere umano, che apportino un miglioramento nella sua esistenza e quindi sopravvivano tanto a lungo da essere interiorizzate… Certo Internet esiste già da più di un decennio, e la diffusione che ha avuto in così breve tempo non si può facilmente trascurare…

    #30
  6. pietrocalafiore

    Salve a tutti.
    Dunque, la definizione di “scrittura” come tecnologia è un qualcosa sul quale vale la pena di riflettere. Personalmente, non mi ritrovo mai a pensare alla scrittura come, appunto, una tecnologia vera e propria: al contrario, tendo sempre a vederla, ormai, come qualcosa di naturale.
    Questo avviene, infatti, per l’interiorizzazione dello strumento, processo avviatosi secoli fa e arrivato a un livello molto progredito. Tuttavia, mi chiedo: perché in questi scritti la cultura orale ha sempre questo alone di “naturale sacralità”? Non saprei definire meglio questa mia sensazione, ma, in ogni caso, io ritengo che anche la lingua parlata abbia un che di “artificiale”. È vero, come dice Ong, che la grammatica la si può imparare senza conoscerla (il che rende la questione particolare), ma è anche vero che non si tratta di un procedimento automatico, quanto di “alfabetizzazione”, che avviene in maniera graduale ma massiccia da quando siamo tutti bambini.
    Ecco, la questione dell’alfabetizzazione mi preme particolarmente, perché è facilmente ricollegabile ad qualunque media, Internet compreso.
    Ma andando oltre – visto che la lettura non parlava di questo – posso ancora dire che, sebbene in un primo momento si possa tendere a vedere la lingua scritta come la normale prosecuzione di quella parlata – cosa falsa, come abbiamo letto – è anche vero che la lingua scritta non è solo “codice” di quella parlata. Ovvero, sono due cose diverse, sebbene molto vicine.
    Intendo dire che dipende tutto dagli usi che si fanno di questo strumento. Allora, la lingua scritta non è naturale – perché l’attenzione che vi immettiamo è molto diversa rispetto a quella orale – ma non tutte le produzioni orali sono “spontanee”. Che poi questa “non-spontaneità”, come nel caso della retorica, venga fuori da una forma mentis scaturita dalla lingua scritta, questo è un dato di fatto, ma quello che mi preme di sottolineare è, credo, che la natura di un testo scritto o orale sia molto legata al contesto, al grado di alfabetizzazione, allo strumento – esterno alla scrittura – utilizzato. E in questo trova spazio tutto: dalle arringhe degli avvocati romani alle quattro chiacchere davanti a un caffè.
    La posizione di Ong mi suona molto simile a quella di Goody, ma mi sembra altrettanto corretto mettere un accento – seppur piccolo – sul processo. Dalla lingua orale, tramite la scrittura, si arriva alla forma scritta che, grazie ancora alla stampa, codifica e standardizza. C’è, in queste letture, una sorta di nostalgia per i tempi andati, che fa molto proustiano ma che non rispecchia, io credo, l’atteggiamento che si ha oggi al riguardo. È processo o evoluzione (neutrale): ogni fase ha pro e contro, ma questo mi pare molto normale.
    Ultima considerazione sul rapporto autore-scritto. Nella pratica moderna, ormai, “scrivere” non è più solo “imitazione del parlare”, perché ad ogni forma di comunicazione si è giunti a dare un significato diverso. Prescindendo da quanto ho già affermato – circa gli usi e i contesti di ogni forma di scrittura – se è vero che un autore si immagina un suo pubblico, forse adesso lo fa inconsciamente, oppure non da a questa “creazione” più tanta importanza: i paragoni citati sono, credo, formulati in maniera anacronistica. I testi si costruiscono diversamente oggi, proprio perché alla parola scritta o a quella orale si danno due significati molto differenti. Non è molto comune per un lettore perdere tempo a immaginarsi l’autore – chi lo fa? – né per l’autore è strettamente utile compiere il procedimento opposto. Certo, si fanno ricerche di marketing, si ipotizza il possibile lettore, ma è più un’operazione – come dire – che riguarda gli aspetti tecnici soltanto (tipo il registro da usare, il linguaggio, la struttura del testo) che qualcosa legato all’uso “culturale” della lingua.

    #34
  7. vivianaboni

    “Essa [la scrittura] crea ciò che è stato definito un linguaggio
    decontestualizzato o una forma di comunicazione verbale autonoma, vale a dire un tipo di discorso che, a differenza di quello orale non può essere immediatamente discusso con l’autore, poichè ha perso contatto con esso.” Non trovo condivisibile parlare indistintamente di autonomia e decontestualizzazione del
    discorso scritto, nè parlare di autonomia del discorso scritto nei termini di cui si serve Ong.
    Se è vero che la tecnologia della scrittura ha permesso forme di comunicazione (più) autonome nel senso delle sue influenze sul discorso verbale riconducibili alla sua riproducibilità e “immutabilità nel tempo”, se è vero che questa supposta autonomia dipende anche da come gli attori della comunicazione scritta
    si rapportano al prodotto testuale (sia nel senso della sua produzione, che nell’atto della sua ricezione, solitaria o collettiva, nel tempo) è però difficilmente condivisibile che “[un testo] anche dopo una confutazione totale e distruttrice, esso dirà ancora esattamente le stesse cose”. Sappiamo anzi il contrario, e sembra saperlo anche l’autore quando parla del diario personale (“Per quale me stesso sto scrivendo? Per il me stesso di oggi? Per come sarò tra dieci anni o per come spero di diventare”); sappiamo cioè che il contenuto di un testo può cambiare a seconda di quando venga letto (parlo di epoche, ma anche diversi momenti della propria vita) a seconda di cos’altro sia stato scritto, a seconda di chi lo legge, a seconda del supporto sul quale viene trascritto. In questa diversa ottica, la variabile temporale e ciò che attiene alla dimensione del lettore contribuiscono anzi a definire il contesto del discorso scritto, oltre che a mettere in discussione l’idea per cui “nel caso dell’alfabeto può essere necessario un contesto extra-linguistico, ma solo in casi eccezionali”.
    Oggi sappiamo con una certa convinzione che anche il testo, oltre che il discorso orale, si serve di molti elementi “altri” perchè possa essere compreso. Si fa riferimento agli elementi cotestuali, a quelli paratestuali, al contesto situazionale, oltre che a tutti quei tratti del discorso puramente linguistici che, nel discorso orale come in quello scritto, consentono al linguaggio di “attaccarsi” alla realtà. L’immutabilità del discorso scritto è allora una questione di grado e di modalità attraverso cui si realizza: se è innegabile che un testo scritto è più facilmente riproducibile in forme “simili” nel corso del tempo rispetto allo stesso “testo” in forma di discorso orale, non si può allo
    stesso modo affermare che il testo scritto sia immune (e autonomo) da cambiamenti, a volte molto massicci, sia in termini di forma che in quelli di contenuto.

    “La scrittura ha trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione”. Il discorso di Ong su come la tecnologia della scrittura abbia rimodellato la mente umana presenta, a mio avviso, qualche nodo che meriterebbe ulteriore approfondimento, primo fra tutti l’idea secondo cui “il discorso scritto in quanto tale differisce da quello orale nel senso che non nasce dall’inconscio” ma si fonda su regole arbitrarie e del tutto artificiali. Mi chiedo se lo stesso linguaggio, inteso come competenza linguistica, non sia una tecnologia a prenscindere dalla sua forma espressiva.
    Mi chiedo se davvero la tecnologia della scrittura sia “la più drastica”, come la definisce lo stesso Ong, in quanto “ha ridotto il suono a spazio” (e, aggiungo,lo ha reso leggibile) perchè, a pensarci bene, la parola avrebbe ridotto le idee a suono, e non mi sembra da meno.
    Mi chiedo, infine, cosa intenda l’autore con l’idea di interiorizzazione. Se è largamente condivisibile (e rincuorante) l’idea per cui una nuova tecnologia smette di far paura una volta che la si interiorizza, come si realizza questa interiorizzazione? E’ un processo mentale del singolo, dipende dal grado di accoglimento di una certa tecnologia da parte della società, è una questione di abitudine collettiva al suo utilizzo, dipende dal riconoscimento dell’utilità dell’uso di quella tecnologia in rapporto alla fatica di doverla imparare? Forse tutte queste condizioni assieme ma, allora, dovremo aspettare ancora un pò, prima di liberarci dei vari Platone dei giorni nostri.

    #38
  8. mariacristinacondello

    Leggendo le pagine di Ong vorrei soffermarmi sulla frase:

    “La scrittura, la stampa, i computer sono tutti mezzi per tecnologizzare la parola”.
    Tale considerazione, secondo me, accomuna la parola scritta alla tecnologia poiché richiede l’utilizzo di una serie di strumenti. Inizialmente questi strumenti erano il calamaio, l’inchiostro e la carta. Oggi invece esiste la scrittura digitale tramite l’utilizzo del PC.
    La tecnologia ha incrementato la produzione anche di oralità a mio parere. Basti pensare ai moderni cellulari, agli strumenti di chat, ai social network o anche alle semplici e-mail. Questi hanno cominciato ad infettare di oralità la scrittura. E’ vero che, i messaggi trasferiti tramite questi mezzi sono in forma scritta, ma le loro condizioni di produzione e di ricezione danno l’idea di emulare la parola parlata. In questo “gioco di parole” si inseriscono imprecisioni come ad esempio: errori ortografici, punteggiatura ridotta al minimo indispensabile, nuovi simboli (quali ad esempio emoticons) e molto spesso anche assenza di maiuscole. Queste imprecisioni non sono dovute all’incompetenza comunicativa ma all’esigenza della velocità di comunicare, alla voglia di riuscire a capirsi comunque in modo più sbrigativo.
    Altra frase interessante che mi ha colpita è stata:
    “Nel XII secolo non c’erano orologi e non c’erano calendari da muro o da scrivania. Prima che la scrittura venisse profondamente interiorizzata grazie alla stampa, le persone non si sentivano in ogni singolo istante della loro vita situate in un tempo astratto calcolato artificialmente”.
    Mi viene subito da pensare all’impossibilità di adattamento (abituati all’era digitale) e alla possibile difficoltà di essere proiettati in un mondo dove per conoscere l’ora bisognava guardare la posizione del sole!
    Oggi un po’ tutti sentiamo l’esigenza quotidiana di metterci e di rimanere in contatto con la gente anche tramite i social network, che ho citato prima (Facebook o Messenger) o anche semplicemente tramite i messaggi di posta elettronica. Questo è frutto della scrittura e della lettura digitale che in pochi clic ci permettono di leggere o di inviare un messaggio. Durante la lettura del messaggio si dedica molta attenzione al contenuto e non alla forma. La scrittura diventa così un’intesa reciproca tra i soggetti; si crea una sorta di complicità tra l’emittente e il destinatario del messaggio.

    #43
  9. alfonsinamosella

    Mi è capitato di leggere Oralità e scrittura di Ong per un esame di Semiotica di triennale e rileggerlo è stato molto interessante soprattutto alla luce delle questioni trattate in aula sul rapporto della scrittura con i nuovi media e sull’influenza dell’oralità nelle civiltà antiche. Sono molte le cose di Ong che mi hanno colpita la prima volta che l’ho letto e che ho riletto con piacere anche adesso, ma una cosa in particolare è secondo me degna di nota: Ong parla della scrittura come tecnologia equiparabile alle nostre tecnologie moderne e, anzi, ponendola un gradino più sopra se, come fa lui, si tiene conto della grande rivoluzione che ha portato con sé. Sono dell’avviso che il nostro corpo quanto a componenti biologiche porti con sé un alto grado di capacità che sono solo in potenza e che solo alcune civiltà e culture sono riuscite a sviluppare correttamente. Alcune di queste potenzialità per uscire fuori hanno bisogno di supporti esterni e Ong lo dice chiaramente: “[…] l’artificialità è naturale per gli esseri umani[…]”. A ben pensarci l’invenzione della scrittura ha favorito il processo di evoluzione: a noi sembra difficile credere che essa sia una tecnologia ma in realtà lo è, Ong lo dice a chiare lettere; dal mio punto di vista lo sono anche i chopper utilizzati dai nostri antenati preistorici per tagliare la carne o accendere il fuoco. Cosa hanno in comune questi strumenti cosi diversi, con scopi tanto dissimili e nati in contesti tanto variegati? Cosa fa pensare a Ong che scrittura, computer e (aggiungo io) utensili preistorici siano su di una linea vettoriale che ha come propulsore l’evoluzione umana? Dal mio punto di vista questi strumenti, queste tecnologie, “questi supporti esterni” come vogliano chiamarsi rappresentano tutti, nei loro contesti d’uso delle “protesi” , delle estensioni mentali o fisiche del nostro corpo. Grazie ad essi noi, non solo abbiamo risolto molti dei problemi di natura materiale che ci si presentavano nel corso della nostra vita quotidiana ma ci siamo anche evoluti: è avvenuto al nostro interno un cambiamento nelle nostre impostazioni mentali che ha cambiato il nostro modo di comportarci e di relazionarci allo spazio, modificando ad esempio la nostra postura (per quanto riguarda l’utilizzo di utensili) e al tempo, portandoci ad “inventare”, per così dire, degli schemi mentali assolutamente astratti che ne fissavano regole e ne determinavano limiti (com’e accaduto per la nascita dei calendari scritti o per l’invenzione delle agende elettroniche). Protesi queste, che da un lato hanno “impoverito” il nostro apparato biologico: ad esempio con l’introduzione degli utensili, come fa notare anche Arsuaga, l’uomo primitivo è diventato meno forte e prestante fisicamente rispetto ai suoi predecessori; mentre all’introduzione della scrittura prima e dei computer dopo (con tutto il seguito di invenzioni che si collocano in mezzo), ha corrisposto un uso sempre più rado del supporto mnemonico e quindi un conseguente indebolimento dell’area del cervello predisposta a quello scopo. Dall’altro lato, ovviamente, forza e memoria si sono “riversate” all’esterno, sui cosiddetti supporti artificiali e hanno triplicato le possibilità naturalmente intrinseche nei supporti biologici.

    #47
  10. saramoretto

    La prima parte del testo di Ong si concentra sul fatto che la scrittura, nel momento della sua introduzione e diffusione, non venne vista come una conquista positiva, perché ritenuta disumana e deleteria per la memoria e per la mente; le stesse critiche fatte, tra gli altri, da Platone alla scrittura sono da alcuni trasferibili oggi al computer e, in passato, alla stampa che ne ha ricevute di molto simili: tutte e tre queste tecnologie (perché di tali si tratta, secondo Ong, e ne condivido il pensiero) andrebbero così a impoverire la mente, secondo i detrattori. Non condivido, ma non mi stupisce affatto che un nuovo mezzo di comunicazione possa essere considerato, all’inizio, come un qualcosa di alieno: per attualizzare, accade ancora oggi, perfino tra chi con il computer lavora quotidianamente, di sentirsi – almeno per i primi attimi – spaesato di fronte a un cambio di piattaforma, di organizzazione o semplicemente di grafica del sito/forum/blog a cui si è abituati, spesso criticandoli ed esprimendo il desiderio di tornare “ai vecchi”.

    Tornando a Ong, egli considera la scrittura come un qualcosa di artificiale (almeno rispetto al parlato), sottolineando che non si tratta di una condanna: in effetti ogni tecnologia non agisce semplicemente dall’esterno, ma si “integra” nelle strutture mentali, trasformandole. Se quest’assunto viene preso alla lettera si possono immaginare scenari futuribili, nemmeno troppo lontani, che vedranno l’essere umano sempre più integrato, appunto, con la tecnologia (si pensi anche alle protesi da cui dipendono le funzionalità di alcune persone in situazione di handicap): per ora è quasi impensabile, ma tra qualche decennio chissà: d’altronde già al giorno d’oggi siamo perennemente connessi, rintracciabili (e controllabili aggiungerei) tramite pc portatili, (video)telefonini, palmari, e quant’altro: questi mezzi spesso si rivelano vere e proprie appendici del nostro corpo, dalle quali risulta sempre più difficile staccarsi.

    Proseguendo nella lettura, nel paragrafo “Dalla memoria alla registrazione scritta” (ma non solo) ho trovato molti punti di contatto con la lettura precedente di Goody, nel trattare il passaggio dall’oralità, alla trascrizione, fino ad arrivare alle registrazioni su vari supporti. Mi ha colpito la riflessione sull’aiuto dato dalla stampa al collocarsi nel tempo dell’uomo: oggi non ci si fa quasi più caso (ogni quotidiano riporta la data; molti siti nella home page hanno l’indicazione dell’ora; le agende sono integrate nei telefonini; i calendari nei computer… sappiamo sempre che giorno e che ore siano), ma nel Medioevo con molta probabilità la gran parte delle persone non aveva idea nemmeno dell’anno in cui viveva.

    Lo stesso Ong cita Goody quando parla degli elenchi delle scoperte antropologiche riportati su carta (o su schermo, a questo punto), che deformerebbero i miti stessi. Vi sono vari metodi di lettura di un testo, a seconda della cultura: da sinistra a destra, da destra a sinistra (mi sono subito venuti in mente i manga giapponesi), dal basso verso l’alto, spesso con una “personificazione” attuata tramite l’uso di parti del corpo umano per identificarne i passaggi (testa, capo, piè…). Anche lo stesso concetto di lettura orizzontale o verticale (che io stessa ho usato giusto l’altro giorno per descrivere l’ordine delle notizie su schermate e pagine di Repubblica) va approfondito e non è sempre scontato; di sicuro tutti questi “punti di riferimento cardinali” nel parlato non possono essere ritrovati, non hanno corrispondenza.

    In questo senso, l’oralità può essere dispersiva. E’ pur vero che anche dai testi scritti possono essere tratte conclusioni errate, ma questo rischio è molto più probabile usando la versione orale (di una notizia, un evento, una data…). La scrittura ha il pregio di dare la possibilità di esporre nel migliore dei modi il concetto, con correzioni e autocorrezioni (ad esempio, se avessi fatto questo commento in classe, non avrei espresso le mie considerazioni come sto facendo adesso, anche se sto digitando su una tastiera e non sto scrivendo con una biro su un foglio di carta). Ong in effetti afferma che ciò che è scritto rimane tale, l’orale no: è più malleabile, manipolabile; può essere quindi distorto con maggior facilità.

    Nel passaggio relativo al diario, quando Ong asserisce che persino in questa forma letteraria “recente” (dal XVII secolo in poi) ci si deve “inventare”, immaginare un ipotetico destinatario al quale ci si rivolge, mi è stato inevitabile pensare agli attuali blog: è vero che molti conservano quest’impostazione diaristica e intimistica, ma quanto sono effettivamente privati e rivolti unicamente a se stessi? Non è forse vero che il blog – o almeno un suo certo tipo – viene quasi scritto per gli altri, o se non proprio per questi, per avere comunque un feedback?

    #51
  11. pamelacecconi

    Ho trovato la lettura assegnataci su Ong, tratta dalla sua opera “Oralità e scrittura”, veramente molto interessante. Già nel precedente commento su Goody avevo inserito delle considerazioni riguardanti Ong, avendo già svolto contemporaneamente entrambe le letture. Alla luce di una rilettura però, questa volta vorrei soffermarmi ad analizzare più nello specifico alcuni punti che mi hanno particolarmente colpito.
    Secondo Ong: “la scrittura ha trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione”.
    Prima della scrittura infatti la comunicazione era essenzialmente orale, con la presenza di culture caratterizzate da quella che Ong definisce “oralità primaria”: si tratta di culture (accuratamente studiate grazie soprattutto all’indagine di Lord e Parry) presso le quali la parola esiste come suono e non come grafia, ed appare legata al suo carattere fisico, che implica la presenza di un uditorio preparato ad interpretarlo e riceverlo. In culture del genere naturalmente il pensiero e l’espressione devono essere strutturati per favorire la memorizzazione. La memoria però non è un supporto fisico, tangibile, così come può essere un libro o un giornale, perché il suo sistema tende all’eliminazione di tutte quelle memorie che non hanno più rilievo per il presente. Inoltre Ong sottolinea la differenza tra cultura orale e cultura tecnologica, differenza che secondo lui risiede nel diverso rapporto che le due culture hanno con il tempo. Nelle culture orali il tempo è quello del presente, poiché la memoria è affidata alla voce, mentre il testo scritto può mantenere memoria di un racconto, può essere ripetuto all’infinito e mantiene una sua stabilità, non è legato al presente perché vi incide il tempo necessario alla sua composizione. Con l’introduzione del testo scritto la memorizzazione subisce un forte mutamento poiché una cultura altamente letterata tende a considerare la memoria orale come uno svantaggio piuttosto che come un elemento necessario alla conservazione della memoria.
    Ritengo che la scrittura non disumanizzi e distrugga la memoria, così come afferma Platone, ma che al contrario rappresenti una tecnologia al servizio della memoria collettiva, uno strumento che permette di conservare e trasmettere l’esperienza umana ampliando il dominio delle altre tecnologie.
    Un altro punto che ho trovato particolarmente interessante è quello in cui Ong afferma che “al contrario del linguaggio naturale, orale, la scrittura è del tutto artificiale […]. Dire che la scrittura è artificiale non significa condannarla […]essa ha un valore inestimabile poiché è essenziale allo sviluppo più pieno dei potenziali umani interiori […]. Le tecnologie sono artificiali, ma l’artificialità è naturale per gli esseri umani. La tecnologia, se propriamente interiorizzata, non degrada la vita umana, ma al contrario la migliora”. La scrittura così come la stampa possono essere considerate delle tecnologie che richiedono l’uso e l’applicazione di determinati strumenti e materiali. La radice del termine tecnologia è quella della parola greca “técne” che può significare tanto arte quanto mestiere o insieme di regole ed abilità per poter usare mezzi e materiali; perciò sia la scrittura antica che quella moderna sono delle tecnologie cioè metodi per integrare i pensieri verbali entro uno spazio visivo, per formulare le proprie idee in maniera sistematica, affinché possano essere esaminate da un lettore. Se la scrittura è “interiorizzata”, come dice Ong, questo può creare problemi nel riconoscere la natura tecnologica della scrittura, perché interiorizzandola siamo portati a considerarla come un fatto naturale. Quando tale abilità acquisisce naturalezza, lo strumento tecnico diventa estensione del soggetto stesso che lo utilizza. L’uso del computer ha modificato la tecnologia dello scrivere combinando insieme rapidità e flessibilità, permettendo a chi scrive o a chi legge di modificare il testo o di adattarlo a proprio piacimento. Si tratta dell’applicazione di tecnologie di scrittura che consente solo il computer, mentre sul libro stampato non è possibile intervenire, permettendo al lettore di prendere parte alla costruzione del testo.
    E con l’avvento delle nuove tecnologie entriamo in quella che Ong definisce una cultura dominata dall’ “oralità secondaria”. La scrittura digitale condivide alcune caratteristiche della “scrittura tradizionale” ma le utilizza per una comunicazione diversa, producendo una forte interazione tra linguaggio scritto e parlato; tutto ciò è evidente nelle forme di comunicazione che si realizzano nel Web caratterizzate da linguaggi sempre più complessi nei quali si mescolano scrittura, video, suoni e immagini. Ong non fa un riferimento esplicito ai nuovi linguaggi della rete sembra però anticiparne alcune caratteristiche. La parola ripropone tutte quelle caratteristiche che essa possedeva nella fase dell’oralità primaria ed è essenzialmente parlata, sentita come evento sonoro anche quando è scritta.
    La parola parlata, quindi, attraverso il suono sembra ritrovare nuova forza e dinamicità, elemento unificatore e non disgregante contrapponendosi alla spinta separatrice della tradizionale parola scritta che, in quanto segno, si riferisce a ciò che viene visto e quindi riduce ciò che è uditivo e dinamico a ciò che è visivo e statico.

    #54
  12. simonesozio

    Walter Ong: la scrittura ristruttura il pensiero

    La lettura delle pagine di Ong può offrire numerosi spunti di riflessione. La scrittura viene analizzata in qualità di mezzo di espressione e comunicazione seguendo alternativamente i tratti essenziali della sua natura e del suo avvento nella storia. In particolare, viene citata la netta opposizione del filosofo greco Platone nei confronti della tecnologia dello scrivere: nel suo pensiero, infatti, la scrittura finge di ricreare al di fuori della mente ciò che invece esiste solo nel suo interno. Se Platone avesse inteso questo “qualcosa” come il linguaggio, probabilmente potrebbe essere indicato come precursore delle teorie di grammatica generativa e innatismo del linguaggio tanto care a Noam Chomsky. Tuttavia, giungere a conclusioni affrettate non è mai un bene, e (forse) sarebbe ingiusto anche nei confronti del noto linguista statunitense. Ciò a cui il filosofo ateniese fa riferimento potrebbe presumibilmente essere la parola nella sua essenza, e la facoltà umana di comunicare dialogando, asserendo, confutando, creando un dibattito. Proprio su questo punto si poggia un’altra critica di Platone nei confronti di un testo scritto: esso è inerte. Non è pertanto possibile interrogarlo sperando di ricevere risposte differenti dai concetti su di esso riportati, né esso è in grado di difendere un’opinione o un’argomentazione, come potrebbe fare chi esprime oralmente il suo pensiero. Eppure, nel corso dei secoli l’uomo ha interiorizzato a tal punto l’arte e la tecnica dello scrivere che proprio attraverso di essa muove analisi, approvazioni, dibattiti, critica altri testi, ed altri ancora addirittura li corregge e li modifica (basti pensare alla rettifica di un servizio giornalistico). Infine, Ong riporta un ulteriore appunto che Platone muove alla scrittura: essa contribuisce all’oblio della memoria. Chi scrive cessa di ricordare, e si serve di supporti esterni per mantenere intatte le proprie conoscenze, che in realtà si sgretolano all’interno della mente. Ciò nonostante, osserva giustamente Ong, Platone produce le sue considerazioni nel Fedro, un suo dialogo, che ovviamente è un testo scritto. Ritengo che questa sia una prova inconfutabile di come l’innovazione tecnologica dell’ambito comunicativo abbia in realtà il potere di coinvolgere l’uomo all’interno delle sue dinamiche indipendentemente dalla sua approvazione.
    Altra considerazione: Ong ritiene che “Un pensiero e un discorso esistono sempre in un contesto di rapporti fra persone reali. La scrittura invece è passiva, fuori da un contesto, in un mondo irreale, innaturale”. Personalmente, trovo che la scrittura in quanto tecnica di espressione non sia totalmente decontestualizzata, e possa dirsi esclusivamente priva di ambiente dialogico, per occupare in realtà un contesto ben definito, ma semplicemente diverso rispetto alla comunicazione orale. Si prenda ad esempio un libro di narrativa; esso può essere letto in un qualsivoglia contesto spazio-temporale: oggi all’interno di una stanza come fra decenni all’interno di una biblioteca, eppure manterrà all’interno dell’articolazione della sua trama la collocazione spaziale e temporale conferitagli dall’autore.
    Infine, un interrogativo: la parola scritta, afferma a ragione Ong, è priva di suono, nonché di intonazione; ciò non accade all’espressione orale, impossibile da riprodurre senza le due suddette peculiarità. Scrivere porterebbe dunque a un impoverimento della comunicazione?

    #66
  13. flaminiatommasi

    Ho trovato il testo di Ong molto più chiaro e scorrevole dei precedenti, oltre che interessante. Mi è sembrato più facilmente collegabile alla situazione presente, più “attualizzabile”. Probabilmente ripeterò quanto già detto da altri, ma anche io sono stata colpita dalla parte in cui Ong si occupa del Socrate nel Fedro di Platone. Già il titolo del paragrafo è molto esplicativo, “Platone, la scrittura e i computer”, racchiudendo in sé quei concetti su cui stiamo riflettendo in questi giorni. Le critiche che muove il Socrate di Platone sono rivolte alla scrittura, definita “disumana”, accusata di “distruggere la memoria” e di essere “fondamentalmente inerte”. Con uno sguardo rivolto al presente queste sono nientemeno che le critiche rivolte alle nuove tecnologie oggi. Corsi e ricorsi storici si potrebbe dire. La storia spesso è testimone di eventi ciclici, prima è stata la scrittura a creare una rivoluzione, una volta interiorizzata questa tecnologia, ci si è sconvolti di fronte all’invenzione della stampa, superata anche quella si è arrivati al computer in tempi più recenti. Se la “macchina computer” in sé è forse stata accettata, ancora troviamo il Platone di turno avverso a quello che è Internet e tutta la varietà di usi che se ne possono fare. Probabilmente dovremo aspettare ancora qualche anno affinchè questa nuova tecnologia possa essere altrettanto interiorizzata. Chissà quale sarà il passo successivo? Anche se citato in poche righe, mi trovo d’accordo con chi, dopo l’invenzione della stampa, si riferiva ad essa vedendola come “elemento livellatore”. Probabilmente quello che prima sarebbe stato accessibile solo ad una minoranza, con la moltiplicazione dei testi poteva essere reperibile anche presso altri. Lo stesso per me vale per le nuove tecnologie, il fatto che disponiamo di una quantità di fonti maggiori da cui attingere, e di mezzi con cui farlo, permette il raggiungimento di esse ad una porzione maggiore di persone, senza una cesura netta. E non necessariamente è un livellamento verso il basso, i nuovi media permettono una democratizzazione del sapere.

    #69
  14. leonardasabino

    Leggendo il brano di Walter J. Ong (1912-2003), l’antropologo e padre gesuita inglese, sono rimasta colpita dalla linearità utilizzata dall’autore per esprimere le differenze tra il “prodotto orale” ed il “prodotto scritto”.
    Concordo nell’affermare che la scrittura, in quanto tecnologia, abbia trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione ed abbia permesso la nascita di una forma di comunicazione verbale autonoma.
    Nelle culture orali, il pensiero e l’espressione, lungi dall’essere “primitivi”, richiedono forme di organizzazione che sono estranee e poco congeniali alla nostra mente, mente capace di saper leggere e scrivere. A differenza delle culture alfabetizzate, ciò che conta è l’aggregazione piuttosto che l’analisi, la partecipazione piuttosto che la distanza, la situazione specifica più che l’astrazione. È stata l’introduzione della scrittura, la prima forma di tecnologia della parola, a trasformare la coscienza degli uomini, producendo nuovi modelli di pensiero che hanno reso possibile lo sviluppo della cultura e come tutte le “innovazioni” ha dovuto subire delle critiche che come giustamente riporta Ong (un tempo riservate alla scrittura, oggi lo sono per il computer).
    Abbiamo ben letto quanto Platone accusava la scrittura d’esser “disumana” e distruttrice della memoria, ma per dare efficacia alle sue obiezioni, il filosofo greco le presentò per iscritto (proprio come fece l’abate di Sponheim, Johannes Trithemius, nel trattato “De laude Scriptorum”dove esortava i monaci a continuare il loro mestiere di copisti, ma i suoi trattati e le sue opere più importanti vennero poi affidate alla stampa di Gutenberg e non alla scrittura dei monaci).

    Ong, sostiene che il – «linguaggio orale sia naturale, mentre quello scritto artificiale»- «non c’è modo di scrivere naturalmente», afferma.
    Successivamente spiega che in una società chiunque impara a parlare, mentre non tutti imparano a scrivere.«Si può sapere come usare le regole grammaticali, se ne possono perfino stabilire di nuove, senza però essere in grado di dire che cosa esse siano».
    Il trasferire le parole dall’oralità alla scrittura è un processo normativo che deve seguire le direttive accettate-imposte da una comunità per essere trasmesse, anzi, trasferite e riportate in modo corretto.
    Ma «dire che le scrittura è artificiale non significa condannarla», anzi, l’autore esprime in questo modo l’esatto contrario, poiché l’uso delle tecnologie (in questo caso la scrittura stessa)comporta inevitabilmente delle trasformazioni delle strutture mentali: innalzando la consapevolezza.
    Ed aggiunge che l’artificiosità per l’uomo è, paradossalmente, naturale e migliora la vita a condizione d’esser interiorizzato nel modo corretto
    Condizione necessaria «interiorizzata nel modo corretto», poiché la Storia, ci ha fatto sapere come per lunghi periodi di tempo, dopo l’invenzione della scrittura, le culture antiche si affidavano al ricordo di «uomini anziani, maturi e saggi con una buona memoria» per risolvere le controversie piuttosto che ricorrere alla scrittura.
    L’oralità godeva di maggiore credibilità poiché poteva essere messa in discussione, mentre non era così per i testi scritti (che hanno carattere oggettivo, essendo immobilizzati nello spazio visivo di un foglio).

    Infine, sono rimasta affascinata dal paragrafo intitolato “La dinamica testuale”, nel quale l’antropologo spiega che la parola ha come habitat naturale il mondo dell’oralità, della presenza e della realtà, mentre la scrittura invece è un’operazione prettamente solipsistica (e come dargli torto!?).
    Nel linguaggio orale, l’intonazione è fondamentale (e naturale), nella scrittura invece, ci può venire in aiuto la punteggiatura, ma non sarà mai la stessa cosa, non produrrà mai lo stesso effetto.
    Nella comunicazione scritta, tramite «l’analisi retrospettiva» di Goody, le parole possono essere corrette e scelte in modo selettivo. Una parola pronunciata oralmente invece, produce effetti, non può essere né cancellata né corretta (una visione critica del noto Verba volant, scripta manen).
    Esempio calzante è la citazione del «bricolage» dell’antropologo Claude Lévi-Strauss che, per le culture primitive, aveva notato quanto il commettere errori durante una cerimonia toglieva credibilità all’oratore. Ma, ovviamente, interiorizzato il senso della precisione proprio del mondo della scrittura, questo viene a ritrovarsi, successivamente nel mondo dell’oralità.

    #72
  15. marialindamuzi

    Walter J.Ong affronta il tema delle differenze tra culture a oralità primaria,
    del tutto ignare alla scrittura e alla stampa, e culture chirografiche che si
    basano sull’uso della scrittura.
    Ong descrive questo passaggio e mostra come l’assunzione della pratica
    scrittoria abbia profondamente modificato l’esperienza umana, ristruturando il
    pensiero ed inaugurando una nuova ‘forma mentis’.

    Quali sono i tratti di una cultura ad oralità primaria?

    In primis il pensiero e l’espressione tendono ad essere strutturati in modo da
    favorire la memorizazione. Le parole non hanno un ‘corpo visivo’, fanno parte
    del presente e della reltà in un rapporto tra individui reali.
    Nell’epoca dell’”oralità primaria” le comunicazioni vocali rappresentavano il
    mezzo principale per lo scambio delle nozioni e la diffusione delle conoscenze e
    della memoria.

    Il passaggio dall’ oralità alla scrittura ha, come dice Ong, ‘trasformato la
    mente umana più di qualsiasi altra invenzione’, favorendo la nascita della
    conoscenza grazie al suo effetto cognitivo.

    Oggi il telefono, la radio, i vari tipi di registrazione, la tecnologia
    elettronica in generale, ci hanno condotti in un era detta “oralità secondaria”,
    basata su un vasto uso di scrittura e stampa.

    L’oralità secondaria a cosa porta?

    In contrapposizione alla lettura di un testo scritto o stampato che tende a far
    ripiegare gli individui su di sè, questo secondo tipo di oralità, genera un
    senso di appartenenza a gruppi più ampi di quelli delle culture a oralità
    primaria (genera il “villaggio globale” di Mc Luhan).

    I punti chiave che ho riscontrato in Ong sono:

    - Il concetto di SCRITTURA come TECNOLOGIA
    dovuta al progressivo processo di tecnologizzazione della parola che ha portato
    ad un potenziamento dell’attività intellettuale dell’uomo moderno (prima della
    scrittura si usavano tecniche di memorizzazione diverse o aides memories come,
    bastoncini intagliati e file di sassolini).
    La scrittura come tecnologia della parola è stata per l’uomo, l’evento di
    maggiore importanza nella storia delle invenzioni, poichè ha trasformato
    pensiero e discorso.
    Ha portato anche, però, ad un indebolimento mentale, dovuto ad un’eccessiva
    semplificazione delle nostre azioni ‘sollevandoci’ da compiti che invece
    avrebbero favorito l’allenamento della nostra mente.

    Oggi infatti c’è chi considera la tecnologia come un qualcosa di ‘alieno’ e
    queste stesse obiezioni che vengono rivolte al computer, in passato venivano
    mosse nei confronti della scrittura.

    Prendendo proprio Platone come esempio, egli affermava: “la scrittura è
    disumana, distrugge la memoria e quindi indebolisce la mente”;in questa sorta di
    connotazione negativa della scrittura però, tende a contraddirsi quando per
    tramandare le sue critiche usa proprio il mezzo scritto.

    - Dominio della VISTA sull’UDITO
    Il passaggio dall’oralità alla scrittura è anzitutto il passaggio dal dominio
    dell’udio a quello dalla vista.
    L’uomo nella civiltà orale è immerso in un mondo di suoni, dove conta
    l’intonazione e la ridondanza, per contribuire a tenere attaccato nel tracciato
    tanto l’oratore quanto colui che ascolta.
    Nel testo scritto invece, analoga funzione è svolta dalla punteggiatura.

    In ultimo la differenza più importante, a parer mio, sta nel rapporto con la
    ‘fonte’. La scrittura dice Ong ha creato un linguaggio “decontestualizzato” e
    “autonomo” per via della rottura con il suo autore.

    #79
  16. claudiaiaboni

    Il discorso di Ong è probabilmente un discorso, molto interessante, attuale, ma complesso. E’ lo stesso Ong ad ammetterlo indirettamente, lasciando intendere come non sia così facile far capire l’oralità a chi da sempre si nutre di scrittura («senza la scrittura, un individuo alfabetizzato non saprebbe e non potrebbe pensare nel modo in cui lo fa […] La scrittura ha modificato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione»). Come probabilmente non è facile far capire Internet a chi da sempre “naviga” sui libri.
    Leggendo Ong, possiamo capire che l’evoluzione della comunicazione ha visto tre fasi, o comunque si è fatta strada attraverso queste tre tappe fondamentali:
    dapprima venne l’epoca dell’oralità, quando le comunicazioni vocali rappresentavano il mezzo principale per lo scambio delle nozioni e la diffusione delle conoscenze e della memoria, quindi la scrittura, accelerata poi dai processi di stampa, che portò sulla carta il mondo della conoscenza. Arrivò infine il mezzo elettronico, accelerato da Internet, che ha poco per volta fatto confluire in sé tutti i medium rappresentando per ognuno di questi una rivoluzione scomoda, tribolata, ma inevitabile. Con il mezzo elettronico viene a configurarsi una sorta di oralità che è ben distinguibile in molte manifestazioni: la fine della sequenzialità dei testi, l’uso di formule di scrittura meno rigide e più vicine al parlato che non alla scrittura tradizionale, e infine il senso comunitario di partecipazione intesa come interattività . Possiamo dunque affermare che sta cambiando e probabilmente continuerà a cambiare la forma culturale, gli assunti sui quali si basa il pensiero e tutto quanto concernente il mondo della trasmissione del sapere.

    Sono d’accordo con Ong, quando afferma che la parola parlata così come la parola scritta sono, entrambe, tecnologie. Tecnologie che strutturano il nostro universo mentale.
    In una cultura che non conosce la scrittura, la parola solo parlata, è solo orale, senza nessun riferimento alla scrittura, non ha una presenza visiva, è suono, che può essere richiamato, ma che non sta in nessun luogo e che svanisce non appena la parola è pronunciata. La scrittura modella i processi mentali, riduce il suono a spazio.
    Nella lettura di questa settimana ho notato, in senso generale, che le stesse obiezioni che oggi sono comunemente rivolte ai computer venivano mosse alla scrittura da Platone, nel Fedro.
    La scrittura, Platone fa dire a Socrate nel Fedro, è disumana poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno. […] In secondo luogo, incalza il Socrate di Platone, la scrittura distrugge la memoria: chi se ne serve cesserà di ricordare […] la scrittura indebolisce la mente». Insomma, se questa visione potrebbe ritenersi non del tutto assoluta, e in certi casi poco valida, perché mai non dovrebbero sbagliare, o non dovrebbero avere idee poco valide oggi autori ed editori nei confronti della dimensione digitale? Ironia della sorte: ai suoi tempi Platone affidò la propria critica ad un testo scritto, oggi autori ed editori affidano il proprio pensiero ai propri siti web ufficiali.

    Secondo il mio punto di vista scrivere, invece,la scrittura non distrugge l amemoria,anzi il contrario, facilita la memorizzazione, ecco perché molti studenti si servono di riassunti o schemi per studiare poiché un testo, o anche un concetto, quando viene scritto, sembra sia già più semplice da ricordare.( Scusate la digressione! )

    Concludo, dicendo che la scrittura è stata una della più importanti tecnologie che ha permesso all’uomo di trasmettere e conservare poi la conoscenza e come tale, o meglio come “tecnologia della mente” ( Goody), ha reso visibile il linguaggio, ed ha conferito all’uomo forme di pensiero e di riflessioni lineari. Allo stesso modo non dovrebbe esservi difficoltà nell’ammettere che anche le attuali tecnologie dell’informazione e della comunicazione si configurano come tecnologie della mente e come tali devono essere considerate nell’insieme dei profondi riflessi che esse innegabilmente hanno sullo sviluppo di differenti forme di pensiero.

    #86
  17. barbarazawisza

    Ho trovato interessante la lettura di Ong, ci sono tuttavia dei punti che non condivido.
    Ong afferma che la scrittura, come altre invenzioni umane, ha trasformato la mente dell’uomo, creando un linguaggio “decontestualizzato”, e su questo sono d’accordo. Indubbiamente oggi la tecnologia (ivi compresa la scrittura digitale) continua a cambiare la mente dell’uomo, portando effetti positivi e negativi. Uno di questi aspetti positivi è ad esempio la flessibilità della scrittura digitale, che però può corrispondere anche ad un punto negativo, in quanto rappresenta un aspetto di instabilità e d’immaterialità.
    Molto interessante è la parte che affronta il Fedro di Platone, secondo il quale la scrittura distrugge la memoria e indebolisce la mente. A mio avviso non è così, anzi la scrittura aiuta a conservare la memoria, ed è un utile esercizio di interiorizzazione dell’informazione per l’uomo. E’ anche vero che nella nostra epoca si tende ad utilizzare spesso supporti elettronici per la memorizzazione anche di semplici dati personali, lasciandosi un po’ tentare dalle comodità offerteci dall’industria, ma non per questo si può parlare di perdita della memoria.
    Andando avanti nella lettura viene citato Geronimo Squarciafico. Egli sosteneva che l’abbondanza di libri rendesse gli uomini meno studiosi, mentre altri videro nella stampa un elemento livellatore gradito. Secondo me l’abbondanza di libri è un elemento positivo in quanto permette a tutti un più facile accesso alla cultura; ma è anche vero che soprattutto nella nostra epoca, il principio della qualità è stato sostituito con quello della quantità, e il risultato di tale trasformazione non sempre corrisponde ad un aumento del livello della cultura, ma anzi, spesso, a un suo abbassamento.
    Per quel che riguarda la morte della parola nel libro, sono d’accordo con Ong nell’affermare che il libro dà vita alla parola, e la rende eterna, facendola rivivere negli occhi e nelle menti dei lettori.
    Ong continua a citare Platone, sostenendo la sua tesi sull’artificialità della scrittura, che oramai è però una tecnologia interiorizzata, e per questo non deve essere condannata. La scrittura, quindi, trasforma la mente dell’uomo e innalza il suo livello di consapevolezza, poiché permette di staccarci dall’ambiente che ci circonda; e io trovo che questa sia una grande possibilità che la scrittura ci offre.

    Sono rimasta stupita dalle scoperte di Clancy che Ong ci propone nel suo testo; infatti non immaginavo che tra l’XI e il XII secolo i documenti scritti non ispirassero grande fiducia, e che anzi le testimonianze orali godessero di maggiore credibilità. Praticamente la situazione era opposta a quella di oggi, dove i documenti scritti hanno una grande importanza, e valgono molto di più della semplice parola.
    Anche la parte in cui Ong afferma che le testimonianze orali godevano di una maggiore credibilità di quelle scritte, in quanto potevano essere messe in discussione, mi sembra incredibile, visto che oggi molti documenti scritti godono di credibilità proprio perché non possono essere messi in discussione, in quanto ciò che dicono è accettato da tutti come vero, proprio perché messo nero su bianco.
    Interessante è anche il fatto che in passato, nelle culture orali, non venissero usati gli elenchi, che devono la loro nascita alla stampa, ma “delle canzoni cantate”; questo proprio perché la scrittura ha favorito una trasformazione della mente umana.

    Infine Ong ci offre una serie di caratteristiche attribuite alla parola parlata ed a quella scritta.
    La parola parlata è sempre legata al contesto e prevede una certa intonazione, mentre la parola scritta è decontestualizzata e il tono viene segnalato in modo minimo. E ancora la parola scritta vuole una accurata selezione e riflessione, e può sempre essere corretta, mentre la parola parlata dopo essere stata pronunciata non può più essere cancellata. In ultimo la scrittura apre la psiche all’io, e perciò a mio avviso è legata in qualche modo all’inconscio, come la lingua parlata.

    #87
  18. silviadaddazio

    La lettura di Ong l’ho trovata molto interessante perchè analizza la grande svolta culturale portata dalla scrittura che viene intesa come una tecnologia. E’ con l’invezione della stampa a caratteri mobili nel VX secolo, che si diede un impulso decisivo alla scrittura: il suo avvento comportò trasformazioni nei
    confronti delle civiltà che basavano la loro comunicazione tutta sull’ oralità. La scrittura fissò ulteriormente le parole, e il linguaggio e si sostituì alla memoria, motivo per cui si diede grande impulso a quella attenzione verso l’interiorità e l’analisi soggettiva che caratterizza la cultura scritta.
    Ho trovato interessante l’accenno al Fedro di Platone,che affronta la questione dell’ avvento della scrittura, condannando il nuovo mezzo che, a detta del filosofo, presume di dare all’uomo la sapienza ma in realtà non farebbe altro che produrre l’oblio nell’anima degli uomini, facendogli perdere l’esercizio
    della memoria. Inoltre, la scrittura, secondo Ong, ha trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione, producendo così un discorso “decontestualizzato”, che ha perso contatto col suo vero autore e ha comportato la riduzione del suono a spazio. Ma Ong riesce ad individuare anche una facoltà comune ad oralità e
    scrittura, che è quella oracolare: come nell’oralità esistono discorsi adoperati in formule rituali fisse, come gli oracoli e le profezie, così il libro diviene portavoce di un messaggio derivante da una fonte, rappresentata dall’ autore stesso del libro. Sinceramente, prima di leggere Ong, non avevo mai pensato alla scrittura come a una tecnologia, ma ora che sto riflettendo il cambiamento che ha prodotto, è senz’altro indiscutibile, perchè la scrittura ha condotto allo sviluppo della conoscenza in genere.

    #91
  19. paolamarziano

    Prima di tutto vorrei dire che ho trovato piuttosto interessante e facilmente comprensibile la lettura di Ong, che mi ha portato a riflettere su un meccanismo che compiamo quotidianamente e di cui forse non siamo pienamente consapevoli: l’azione che la scrittura esercita sui nostri processi mentali. Le caratteristiche individuate dall’autore al fine di fornire alcuni tratti che distinguono l’oralità dalla scrittura, si concentrano sui due concetti fondamentali: lo spazio e il tempo. Asserire che la scrittura crea un “linguaggio decontestualizzato” implica l’affermazione di un processo che viene svincolato dalle proprie coordinate spazio-temporali, a cui non è fisicamente legato come avviene nel caso di un discorso il quale non avrebbe senso senza un preciso contesto.
    Le critiche mosse alla scrittura, prima tra tutte quella platonica che la definisce “[…] passiva, fuori da un contesto, in un mondo irreale, innaturale”, manifestano il medesimo atteggiamento culturale di rifiuto di una società che sta subendo una trasformazione, innescata dallo sviluppo di una nuova tecnologia. In questi casi la reazione più istintiva è quella di respingere la novità, che crea inevitabilmente una dissonanza con il nostro modo di percepire quotidianamente il mondo che ci circonda: per l’uomo il meccanismo di mettere in discussione se stesso e i propri valori è un processo difficoltoso da accettare, ma certamente si configura come una prova di crescita e maturazione. L’autore ci fa notare, come del resto ognuno di noi può constatare dalla sua personale esperienza, quanto la scrittura abbia inciso sulla nostra concezione del tempo di cui ci sentiamo parte integrante e di cui ne percepiamo l’avanzamento, più di altre culture che non hanno sperimentato il calcolo artificiale del tempo.
    Riprendendo la discussione circa il legame evolutivo, presunto o meno, che lega l’oralità e la scrittura, Ong sostiene che lo “scrivere è sempre una imitazione del parlare”, come si può notare dal fatto che si cercano nella scrittura quegli espedienti che possano renderla più dinamica e simile al parlato, ricostruendo in piccola parte ad esempio l’intonazione della voce tramite l’uso della punteggiatura. Senza dimenticare l’accurato studio che si cela dietro la stesura di un testo, in cui ogni parola non può essere lasciata al caso, ma è il risultato di un’analisi meticolosa degli effetti che quella stessa parola dovrà sortire nel lettore; ritorna così il concetto di “retrospezione”, in cui la rilevanza data al processo di scrittura riguarda non soltanto il testo nel suo sviluppo pratico, ma l’origine dell’idea stessa.

    #97
  20. alessiazanuccoli

    Ho molto apprezzato le riflessioni di Ong sulla scrittura e mi sono ritrovata in accordo con molte dei punti da lui analizzati. Il concetto di scrittura come mezzo per tecnologizzare la parola mi sembra quanto mai appropriato.

    Nella prima parte dedicata alle critiche mosse da Platone alla scrittura, mi ha particolarmente colpito il paradosso che lega la scrittura al concetto di morte. Mi sfugge però come Platone, impegnato a costruire una visione “inumana”, fissa e rigida alla scrittura, non abbia saputo valutarne le innumerevoli possibilità. Forse era troppo legato allo stile retorico del suo tempo, o al fatto che la scrittura fosse una tecnologia relativamente nuova e non ben interiorizzata come è per noi adesso, ma mi sorprende che non ci si sia accorti fin da subito delle potenzialità di tale tecnologia come la capacità di trasmettere pensieri nel tempo e di rendere le parole di fatto immortali.

    Cito anche io, come molti dei miei colleghi, la frase che più mi ha colpito: “la scrittura innalza il livello di consapevolezza”. Il fatto di poter rimaneggiare all’infinito un testo prima di renderlo pubblico mi aiuta a capire bene e ha prendere coscienza di ciò che voglio dire, come invece non sempre accade con i discorsi, in cui spesso ci ritroviamo a dover ritrattare o a meglio definire le nostre parole. Sono d’accordo quindi a ritenere che la scrittura abbia un effetto positivo sul modo di pensare, rendendoci capaci di organizzare melgio le parole per adattarle al pensiero che vogliamo esprime. Non mi ritrovo con la visione nostalgica che molti hanno verso il tempo passato dell’oralità, che, questo sì, definirei piuttosto statico. La scrittura invece ha mgliorato notevolmente la nostre capacità di pensare, influenzandole certo, ma in melgio e rendendoci capaci di lasciare agli altri cose meravigliose.

    Infine mi è piaciuta anche la visione della scrittura come attività solipsistica e certamente più complessa e difficile da affrontare. Certo l’assenza di un pubblico immediato e reale può sembrare all’inizio un po’ spaesante, al contrario invece dell’oralità, che si rivolge sempre ad una persona reale e presente, e lo stesso mi sembra si critichi oggi al computer, che presuppone una certa “solitudine” nell’uso. Forse con il tempo riusciremo ad interiorizzare anche il computer e non lo vedremo più come innaturale.

    #106