Ultime letture: Innis, McLuhan, Morin, cyberpunk

By Domenico Fiormonte

Con le ultime tre letture entriamo ormai nella fase “calda” e conclusiva della nostra breve incursione negli studi fondativi della comunicazione. Alla fine mi sono lasciato corrompere e ho deciso di scandire anche un capitolo di McLuhan tratto da un testo che alcuni di voi conoscono: Understanding Media (trad. it. Gli strumenti del comunicare). Tutte le letture sono estratte dall’eccellente antologia curata da Andrea Miconi, Introduzione alle mediologia, Roma, Luca Sossella, 2000.

Visto che presto dovremo dedicarci interamente alla parte pratica, dopo Ong possiamo prenderci una pausa di una settimana (quella dal 23 al 29 marzo) e sintetizzare queste ultime letture (per altro di argomento omogeneo) in un ultimo e “pirotecnico” post da pubblicare entro mercoledì 8 aprile.

Di Innis (file 1, 1b) e McLuhan (file 1 e 2) abbiamo parlato e dunque non mi dilungo, mentre Morin (da leggere per ultimo, file 3) merita un discorso a parte. Questo poliedrico filosofo e sociologo francese, autore di moltissime ricerche in vari settori, rappresenta un necessario corollario a Innis e McLuhan, portando alle logiche conseguenze alcune delle loro intuizioni. Innanzitutto egli è fra i primi a parlare in termini non apocalittici di una crisi della “cultura alta”, cosi’ come aveva fatto McLuhan ipotizzando la “fine” della letteratura (vedi lettera a Innis); solo che Morin estende questa crisi a tutta la cultura umanistica e in genere alla figura dell’intellettuale (qui s’intravedono echi di Nietzsche, Heidegger e Husserl, ma tralasciamo). Insomma con lui entriamo direttamente nel cuore del dilemma contemporaneo: continuare a celebrare il funerale della cultura “alta” e dell’intellighentsia a essa collegata (nonché della scuola, dell’università, ecc. ecc.), oppure ricercare una nuova sintesi che non escluda la cultura di massa? Morin ovviamente propende per questa seconda ipotesi, mettendo metaforicamente sul piatto la propria testa: “In quanto intellettuale alle prese col problema della cultura, è in discussione innanzi tutto il mio concetto di cultura” (p. 136). Personalmente mi sento di sottoscrivere in pieno questa frase. Ed è cio’ che mi sforzo di fare anche qui e ora, in questo corso.

Insomma, Morin è l’anticamera francese dei Cultural Studies (= CS), ovvero di uno studio dei processi e dei prodotti culturali considerati nel loro contesto linguistico, sociale, economico, geopolitico. Come vedete a un certo punto della storia si profila un’ampia convergenza fra linguisti, antropologi, sociologi, filologi, filosofi, ecc. sull’idea che studiare una cultura vuol dire studiare gli strumenti, materiali o immateriali, astratti e concreti, attraverso i quali essa produce, comunica e rappresenta sé stessa. La nascita dei CS è figlia di quella crisi di cui parla Morin e al tempo stesso è lo sforzo estremo che le più avanzate frange della cultura umanistica tentano per salvarsi e non soccombere alla globalizzazione. E’ troppo presto per dire se questo tentativo avrà successo, ma come vedremo più avanti anche le Digital Humanities rientrano in questo progetto, che è quello non solo di un rilancio, ma di una vera e propria “rifondazione” delle discipline umanistiche.

Ho aggiunto a questo golden lot, come promesso, alcune pagine tratte dal migliore (e unico) saggio bibliografico sulla storia dei communication studies scritto in Italia: M. Sanfilippo/ V. Matera / Da Omero ai Cyberpunk, Castelvecchi, Roma, 1995 (file 4). Su questo testo non dovete scrivere obbligatoriamente un post, ma leggetelo perché è estremamente utile per orientarvi (sono poche pagine), oltre al fatto che fornisce il profilo di un importante autore di cui non abbiamo fatto in tempo a parlare, Eric Havelock.

[A proposito, pur essendomi dimostrato un pessimo venditore, mi corre l'obbligo di ricordarvi che tutte queste cose le trovate sviscerate nella prima parte di Scrittura e filologia nell'era digitale . Ci ho messo dieci anni per scriverlo e non sarebbe facile (né sano) riassumerlo in 72 ore…]

p.s. Nelle pagine di Da Omero ai Cyberpunk noterete qualche nota autografa che non ho avuto cuore di cancellare. Perdonate l’amarcord, ma questo libricino di 130 pagine fu per me fondamentale perché mi fornì, proprio a ridosso della partenza per gli Stati Uniti, una “mappa” per orientarmi nella selva interdisciplinare della comunicazione e allo stesso tempo mi confermò di essere sulla strada giusta per la mia tesi. Vi auguro di essere altrettanto fortunati e
di incontrare anche voi un libro-bussola che vi accompagni e orienti lungo le vostre ricerche.

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23 Responses to “Ultime letture: Innis, McLuhan, Morin, cyberpunk”

  1. elisastrozzi

    COMMENTO INNIS/MCLUHAN/MORIN

    Il fondamentale contributo apportato da Innis allo studio delle comunicazioni e dei media si può comprendere appieno collocando l’autore all’interno del periodo storico in cui maturò le sue esperienze personali e culturali. Egli sottolinea la stretta correlazione tra determinate forme di organizzazione politico-sociali, precisi assetti economici e l’utilizzo degli strumenti comunicativi, ripercorrendo storicamente le funzioni assegnate alla scrittura (e ai suoi differenti supporti) a partire dal periodo egiziano fino al mondo moderno.

    La considerazione della scrittura come struttura concettuale/mediale fondamentalmente bicefala, ossia passibile, da un lato, di uno sfruttamento da parte della burocrazia e dei poteri costituiti, al fine di garantire un monopolio (o meglio un oligopolio) della conoscenza, e dall’altro, di un uso liberatorio, attraverso cui si sviluppa il ragionamento astratto (per un verso) e si favorisce l’affermazione dell’individuo come essere dotato di auto-coscienza e capacità di auto-conoscenza (per l’altro), mi sembra particolarmente interessante.

    Vorrei riflettere sulla correlazione tra l’affermazione di una cultura prevalentemente scritta, la concezione dello Stato e la visione dell’uomo in Innis. Sappiamo che la scrittura può essere considerata non solo come mezzo di trasmissione e di conservazione del sapere ma anche come struttura concettuale della conoscenza: proprio per questo la costruzione identitaria, sociale e culturale predominante nei sistemi caratterizzati dalla scrittura alfabetica è molto diversa rispetto alle culture basate su scrittura ideografica (come la Cina e il Giappone). Nonostante ritenga criticabili le relazioni quasi causali stabilite tra determinati assetti politico-economici e precisi usi di supporti scrittori (come la pergamena o il papiro), mi ha colpito molto la visione globale con cui un tale studioso guarda ai macro-fenomeni che attraversano la storia umana (un po’ tendenziosa, ma comprensibile se si guarda al periodo storico in cui visse, nel quale la comunicazione propagandistica era strettamente finalizzata alla fondazione di un’ideologia totalitaria, alla sua trasmissione cosiccome alla formazione di imperi politici consistenti, per mezzo della guerra e della violenta sopraffazione).

    Ma soprattutto viene segnato un punto a favore della comunicazione, i cui differenti veicoli e contenuti determinano, nelle diverse epoche storiche, l’affermazione o la chiusura di alcuni mercati o assetti economici, e influiscono profondamente sul successo o sulla decadenza di precisi ordinamenti giuridico- politici.

    Altro elemento da sottolineare risulta essere il concetto di libertà individuale, che nella società moderna (periodo della seconda guerra mondiale e degli inizi della guerra fredda) si può manifestare secondo Innis, solo attraverso un’ostilità tout court nei confronti degli apparati burocratici, politici ed economici, delle ideologie (sia quella capitalista americana che quella comunista sovietica) e dei gruppi di potere, in nome della rivendicazione di una libertà d’espressione, di manifestazione del pensiero, che sembra trovare il suo luogo ideale (ed esclusivo) nelle università. Una concezione che presuppone sia una visione della libertà “negativa” (libertà da), secondo cui è fondamentale liberarsi dalle catene, sia mentali che concrete, che opprimono la vita individuale e sociale, sia un concetto di libertà “positiva” ( libertà di), per cui la persona ha diritto ad esprimere pienamente se stessa e le proprie potenzialità, naturalmente nei limiti del rispetto altrui.

    Per quanto riguarda il rapporto tra oralità e scrittura, vorrei mettere a confronto le posizioni di Innis, Goody e Ong: il primo sottolinea come il supporto scritto sia stato fondamentale per l’affermazione del sistema economico attuale e per la costruzione sociale di un determinato tipo di conoscenza, pur non svalutando la parola orale, dotata di vitalità ed espressività e considerata come «base per l’epica e la letteratura intese ad unire gruppi sparsi nella consapevolezza di appartenere alla cultura greca».

    Goody mette in luce il carattere di profonda influenza che la comunicazione scritta ha determinato sul discorso orale, fino a produrne una modificazione della visione delle composizioni omeriche, la cui marca di poesia epica orale viene rielaborata e messa in questione.

    Ong punta sulla portata innovativa e rivoluzionaria della scrittura, vista come tecnologia, ormai pienamente interiorizzata nella società e nell’uomo contemporaneo, che ha profondamente inciso sui meccanismi di costituzione, trasmissione ed interpretazione della conoscenza. Inoltre lo studioso ci ricorda la sostanziale differenza tra le culture primitive, ad “oralità primaria” e quelle moderne ad “oralità secondaria”, in cui cioè la comunicazione verbale occupa un ruolo di inferiorità rispetto a quella scritta, ma vi si riscontrano processi di influenza reciproca.

    A proposito del valore inusitato assunto dal medium nella modificazione degli assetti culturali, politici ed economici delle differenti forme di società umane, occorre ricordare il punto di vista (fondamentale per lo sviluppo odierno delle comunicazioni di massa) di McLuhan:

    «…le conseguenze individuali e sociali di ogni medium, cioè di ogni estensione di noi stessi, derivano dalle nuove proporzioni introdotte nelle nostre questioni personali da ognuna di tali estensioni o da ogni nuova tecnologia.»

    Sottolineando in primo luogo il ruolo essenziale di ogni mezzo di comunicazione nel processo di mutamento dei rapporti umani, indipendentemente dal contenuto stesso del medium, lo studioso giunge all’affermazione della profonda modificazione nell’equilibrio sensoriale, che subisce un notevole movimento di ristrutturazione, in seguito alla determinazione degli effetti di una specifica tecnologia sull’essere umano. Ogni tecnologia, secondo McLuhan, stimola un senso o una facoltà peculiare, determinando o comunque contribuendo al cambiamento del rapporto tra l’uomo e il mondo o la società che la circonda. E’ soprattutto la diversa proporzione di mutamento dell’attitudine umana verso la realtà prodotta dall’introduzione di precise tipologie di medium,il punto focale su cui si concentra l’autore in questo passo di “Understanding Media. The Estensions of Man”: la fondamentale distinzione tra media caldi ( come la radio o il cinema, che presentano un’alta proporzione di dati e quindi non lasciano uno spazio indispensabile al contributo dell’ascoltatore nel processo di costruzione della conoscenza e di interpretazione del mondo) e media freddi (come il telefono o la tv, i quali invece implicano un elevato grado di partecipazione o di “completamento” da parte del pubblico) si può comprendere attentamente solo attraverso una prospettiva non interna alla struttura del medium, bensì «standone al di fuori», al fine di individuare in modo critico e consapevole i vantaggi e gli svantaggi di ogni tecnologia, in modo da prevederne le conseguenze sull’essere umano e sulle comunità sociali.

    Da questa breve incursione nel pensiero di Innis e McLuhan, mi sembra che, se il primo analizzi primariamente l’influenza delle tecnologie della comunicazione sull’organizzazione sociale e sulla cultura, il secondo metta in luce come i nuovi media rivoluzionino la struttura sensoriale e di pensiero dell’individuo, tralasciando il livello istituzionale.

    Su un piano di critica culturale e sociale del mondo odierno ( in stretta correlazione con la realtà delle tecnologie di comunicazione), risulta molto interessante la concezione di Morin della società moderna come POLICULTURALE, ossia caratterizzata dalla presenza di più correnti di pensiero contemporaneamente (cultura umanistica, religiosa, politica), su cui si innesta la cultura di massa, che si qualifica, non per la sua indipendenza o assolutezza rispetto alle altre, ma per la sua novità ed universalità.

    Sebbene i caratteri di standardizzazione ed omologazione dei prodotti industriali, affermatisi grazie alle nuove tecniche e tecnologie produttive e alle innovative metodologie di lavoro,siano preponderanti nella odierna cultura di massa, credo sia potenzialmente criticabile la specificità ad essa attribuibile, soprattutto nei termini di un presunto cosmopolitismo e planetarismo.

    Si tratta certamente di dinamiche molto evidenti, per mezzo anche della globalizzazione e dei nuovi strumenti di informazione e di comunicazione, che inducono sempre più all’importanza dei confini spazio-temporali, ma gradi (seppur minori) di internazionalismo lo hanno rivestito nel passato anche altri filoni culturali, proprio quelli citati dall’autore. Ad esempio, per tutto il Medioevo, fino all’età moderna, la conoscenza scritta è rimasta patrimonio di una piccola classe sociale, formata dal clero e da un ristrettissimo ceto nobiliare colto: si può parlare di cultura non nazionale né territorialmente o socialmente omogeneizzante, ma di rapporti inter-nazionali fra individui appartenenti alla stessa categoria sociale, che condividevano processi di conoscenza, di discussione e di interpretazione dei testi, diffusi su manoscritti. Nel caso della civiltà industriale (e post-industriale più recente), assistiamo alla trasformazione della “cultura” in merce, ossia prodotto disponibile ad una massa sempre più ampia di persone: ciò che cambia non è tanto il cosmopolitismo intrinseco al concetto di cultura di massa, quanto il mutamento delle procedure tecniche di trasmissione del sapere, oltre al verificarsi di processi socio-economici fondamentali, quali l’alfabetizzazione diffusa (per lo meno nei paesi avanzati), l’affermazione del sistema capitalistico, la divisione tayloriano-fordiana del lavoro e l’introduzione della catena di montaggio, l’introduzione di nuovi mezzi di comunicazione.

    La contrapposizione tra cultura “alta” e cultura “di massa” è perfettamente inquadrata da Morin e implica una rielaborazione personale e sociale del nostro concetto di cultura. Smontare la costruzione intellettualistica di un approccio qualitativamente superiore alla conoscenza (soprattutto nei contenuti) è il presupposto fondamentale per intravedere germi di banalità, di volgarità anche nelle roccaforti dell’umanesimo tradizionale e soprattutto per abbattere i muri dell’elitarismo che da sempre ha caratterizzato la dogmatica “alta cultura”. Il risultato di questo processo non deve essere un’ugualmente limitante esaltazione della cultura di massa, bensì una maggiore profondità di indagine dei problemi della società e dell’uomo, senza sterili pregiudizi mentali e collettivi.

    A questo proposito vorrei fare riferimento ad un articolo, consigliatoci dal professore, riguardante l’informatica umanistica e in particolare l’opera di Padre Busa, curatore di un monumentale «Index Tomisticus», disponibile in cd-rom (dal 2002). Risultato importantissimo, che dimostra la possibilità di superare i confini tra la cultura umanistica e quella scientifica, grazie ad un approccio multi prospettico alle discipline umanistiche, che fanno riferimento prima di tutto alle «scienze statistiche dell’espressione umana scritta, quali solo il computer ha reso oggi possibili, e che solo possono rispondere alla sfida della globalizzazione elettronica».

    Altro elemento particolarmente interessante nel saggio di Morin è il «potere culturale» dell’autore, che, immerso negli assetti oligopolistici dell’odierna industria culturale, sembra essere gravemente compromesso a causa dei processi concentrazionistici, sia burocratici che tecnici, i quali sembrano ormai essere diventati tratti caratterizzanti del funzionamento della stampa, della radio, della televisione, del cinema. La duplice e al contempo contraddittoria logica della standardizzazione, centralizzazione e burocratizzazione (da un lato) e della invenzione, concorrenza, autonomia (dall’altro) sembra porre notevoli problemi al concetto e alla sostanza di autore dell’Opera, che deve fare i conti con le esigenze del mercato, con ciò che vuole esprimere e comunicare al pubblico e con le prescrizioni delle case editrici attuali, molte delle quali puntano sempre maggiormente alla massimizzazione del profitto e alla logica del bestseller a basso costo.

    #107
  2. pietrocalafiore

    Un medium, essendo una tecnologia, è cultura, come dice Ong. Non ha senso quindi dare “poteri” al medium, perché questo è un prodotto culturale al pari di qualsiasi altro strumenti che utilizziamo oggi.
    I cambiamenti sono avvenuti, è ovvio, ma sono dovuti a trasformazioni della società che hanno radici diverse, nate da nuovi bisogni a cui si è cercata una soluzione. E la stragrande maggioranza delle volte la soluzione è un nuovo media o un nuovo uso di un media. Non trovo neppure giusto “demonizzare” un uso di un media rispetto a un altro. McLuhan sostiene che molti fruitori di media lo usano male, non lo capiscono oppure ne sfruttano solo un aspetto (come il caso dell’africano che guardava la tv in inglese senza capirne neppure una parola). I media non intorpidiscono i sensi, gli uomini non credo siano “servo-meccanismi” dei media. Oggi, per lo meno.
    Come ho detto diverse volte, una variabile importante viene quasi sempre trascurata: secondo me si basa tutto sull’alfabetizzazione. I media offrono diverse possibilità e questo significa che possono essere utilizzati per tanti scopi diversi: divertirsi, informarsi, imparare, socializzare e tante altre cose. Quello che fa la differenza non è tanto l’atteggiamento con cui ci si rapporti con gli strumenti, quando il grado di competenza che si possiede. Probabilmente il discorso del sociologo era assolutamente pertinente nel periodo in cui scrisse, ma oggi non è così: i media vengono utilizzati con più “precisione”, in rapporto alla loro funzionalità.
    Se, infatti, prima la “cultura di massa” era relegata al basso degli intellettuali, questi oggi non sopravviverebbero senza questa. Mi piace molto l’idea della mass culture come miscuglio di tante istante: credo, poi, che sia molto vero. I media ci offrono tante fonti diverse contemporaneamente e questo tipo di movimento è proprio una delle risposte messe in atto per “schematizzare” i vari flussi di dati che raggiungiamo ogni giorno.
    La verità sta nelle prospettive. È ormai passata la fase – e di questo sono assolutamente convinto – che vedeva i media come “camere oscure” usate a casaccio dagli utenti. Oggi il grado di multi-alfabetizzazione (e con questo intendo la capacità di utilizzare tutto quello che si ha a disposizione) è talmente alta che è l’utente (medio) a piegare il medium per i propri usi. D’accordo, mettiamoci il digital divide, le differenze culturali, i diversi scopi e tutto quello che divide in fette d’utenza, ma resta il fatto che oggi i medium sono strumenti di cui l’utenza conosce le capacità e le funzionalità. Quindi io so come Internet abbia trasformato i rapporti personali, come Internet abbia modificato la percezione del tempo (in rapporto alle notizie, per dirne una), ma questo non m’impedisce di usarlo come più mi aggrada. Ma anche di non usarlo. Insomma, il tempo della “schiavitù” è finito, a mio parere.
    Quindi, sottoscrivo Morin quando dice che l’etichetta “di massa” è troppo stretta a priori, perché l’utenza è così frammentata che non si può parlare a uno per tutti; ma lo sottoscrivo anche quando dice che l’etichetta “cultura” è troppo larga, perché non tutto quello che viene veicolato nei media è cultura e nessuno fra gli utenti pensa, invece, che lo sia.
    E ha ragione Innis – che, fra l’altro, è stato quello che più mi è piaciuto leggere – quando dice che giudicare una cultura è difficile: non si può giocare con gli specchi per descrivere una cosa del genere. D’altro canto, è difficile descrivere una realtà in cui ci si trova. Tuttavia, e concludo, mi chiedo: ha davvero importanza descrivere – nel senso di circoscrivere – la cultura di massa?

    #108
  3. marialindamuzi

    Quello su cui è importante riflettere riguardo quest’ultima lettura, sta secondo me, nel considerare l’uso che si fa dei mezzi di comunicazione, quali forme di azione e di interazione nel mondo sociale.

    I nuovi media essendo correlati alla realtà sociale, ne influenzano i cambiamenti e stare al passo con il loro continuo avanzamento tecnologico è un fattore cruciale per l’uomo.

    In questo viene spontaneo da chiedersi se sono i media ad influenzare l’uomo o è l’uomo/la società che spinge i media a cambiare.
    Io credo che vi sia una sorte di “dipendenza” gli uni verso gli altri in quanto, da un lato, i media influenzano si le istituzioni sociali, ma dall’altra parte, l’uomo cerca continuamente di adattarsi alle loro novità.

    Abbiamo visto, nelle precedenti letture, come la civiltà dell’oralità abbia lasciato il posto alla civiltà della scrittura, poi la stampa che prima, ha soppiantato la scrittura stessa, e oggi ha lasciato spazio alla civiltà elettrica della televisione (e internet).

    La civiltà nasce infatti, come conseguenza dei media e in seguito alle varie trasformazioni entra in crisi e si modifica.

    Parlare di ‘mediologia’ significa infatti, considerare la comunicazione da un punto di vista interno, cioè partendo dai mezzi attraverso i quali la comunicazione avviene.
    Sia il pensiero di Innis come quello di Mc Luhan, possono essere inseriti nell’ambito di quella corrente definita “determinismo tecnologico” , in quanto entrambi sottolineano il rapporto che esiste tra i supporti tecnologici utilizzati per la comunicazione e i processi cognitivi che si mettono in atto.

    Harold Innis e Marshall Mc Luhan hanno avuto un impatto fondamentale sullo sviluppo degli studi sui media, parlano di civiltà, cultura e di medium e partendo da questi tre concetti, esaminano il rapporto tra la cultura occidentale e i supporti fisici della comunicazione (cioè i mezzi di diffusione della cultura).
    Secondo Innis infatti, le diverse fasi della civilizzazione dipenderebbero dal media attraverso il quale viene conservato e trasmesso il sapere: argilla, papiro, carta, comunicazione via etere, ecc… )

    Innis come Mc Luhan e Morin prendono in esame la relazione tra civiltà e mezzi di comunicazione, mettendo al centro il concetto di cultura come cardine della civiltà.

    Innis parla della cultura come un qualcosa di “influenzabile” (ad es. la nostra cultura è stata influenzata da quella greca. Secondo Innis infatti, tutta la storia è in funzione dei media.
    Nell’esame delle prime civiltà Innis parla del passaggio dalla scrittura sull’argilla a quella sulla carta, fino ad arrivare ai caratteri mobili e quindi all’origine di una più vasta civilizzazione.

    Il mutamento culturale ha portato quindi ad una più vasta produzione di massa, analizzata da Morin come complesso di miti, simboli e immagini della vita reale e della vita immaginaria in cui l’uomo si attua.

    Uno dei concetti principali emerso dalle letture è quello che accomuna Innis e Mc Luhan e quindi l’idea secondo cui “il medium è messaggio” e quindi che indipendentemente dal contenuto (ad es. quello di una trasmissione televisiva) è il mezzo televisivo stesso che produce degli effetti, e la sua natura sarà sempre più importante dei suoi contenuti.

    Mc Luhan sostiene che il vero senso della comunicazione sta nello strumento del comunicare: è il medium, non il suo utilizzo a dare significato peculiare alla comunicazione.

    Io credo, specialmente ad oggi, che il valore di uno strumento come quello comunicativo, dipenda in gran parte dall’uso che ne fa l’uomo e non tanto dal singolo strumento che viene utilizzato.

    Quello di Mc Luhan è un approccio umanistico in quanto parla di media come ‘estensioni tecnologiche’ del corpo umano. La sua idea è che i media siano estensioni di un determinato senso, ad es. la vista per la scrittura, l’udito per la radio, il tatto per la tv e quindi costringono l’ uomo a un determinato rapporto con la realtà sociale.

    Gli effetti della tecnologia non si verificano quindi a livello delle opinioni o dei concetti, ma alterano, dice Mc Luhan, le forme di percezione e le reazioni sensoriali.

    #109
  4. barbarazawisza

    I punti che mi hanno colpito maggiormente della lettura di Innis si concentrano nelle frasi: “ La stabilità che caratterizzò certi periodi delle precedenti civiltà, non è l’ovvio obiettivo di questa civiltà”, e “I valori culturali di una società industriale non sono i valori culturali di altre società”. Il contenuto di entrambe le frasi sembra abbastanza ovvio, ed è una perfetta risposta alle polemiche sulla perdita dei valori, e quelle riguardanti il mutamento culturale. Non possiamo quindi come dice Innis parlare di perdita di valori, perché i valori sono semplicemente cambiati, seguendo i mutamenti della civiltà. E essendo il capitale uno dei maggiori valori della nostra civiltà, è una chiara conseguenza che il nostro obiettivo non sarà la stabilità, visto che essa rappresenta una delle caratteristiche più lontane al capitale.
    Interessante è anche la differenza resa nota da Innis, tra la civiltà greca, che con la sua massima
    “ Nulla in eccesso” dimostrava la sua sfiducia verso la specializzazione in tutte le fasi della vita culturale, e la civiltà moderna, che al contrario continua a prediligere la specializzazione e l’industrialismo, seguendo la massima “Sempre in eccesso”.
    Così Innis ci presenta una civiltà, quella greca, dalla tradizione orale, che fu base dell’epica e della letteratura, e una civiltà nella quale ritorna il dominio dell’occhio, e la parola scritta viene addirittura santificata dai diritti sulla libertà di stampa.
    Nella nostra civiltà, grazie ai miglioramenti nelle comunicazioni, accelerò lo sviluppo dei mercati e dell’industria, anche quella della carta, che generò una grande espansione della stampa, intensificò la specializzazione e l’interesse per l’eccesso, caratterizzando la nostra civiltà con una assenza di equilibrio. A mio parere questa tendenza verso l’eccesso, e verso la quantità ha portato l’uomo verso una perdita della propria naturalezza, quindi in un certo senso ad una disumanizzazione. E ancor di più sono d’accordo con McLuhan quando afferma che i media non hanno effetti sulle nostre opinioni, ma soprattutto sui nostri sensi. E condivido la sua concezione secondo la quale il medium è il messaggio. Come dice infatti anche Baudrillard, ciò che ci viene presentato in Tv non è una serie di messaggi, dai quali noi possiamo tranquillamente difenderci, o rimanere indifferenti, ma un flusso mediatico che è il medium stesso, poiché esso rappresenta lo strumento attraverso il quale la società si presenta in veste materna e ci rassicura, dichiarando di poter realizzare tutti i nostri bisogni personali, e facendoci sentire amati. In questo senso i media cambiano la nostra percezione, non per i loro contenuti, ma per ciò che essi rappresentano.
    Ho trovato molto interessante il discorso che McLuhan fa sulle autoamputazioni, legate all’estensione di varie parti del corpo, soprattutto quando dice che con l’avvento della tecnologia elettrica l’uomo ha esteso, al di fuori di se stesso, un modello vivente del sistema nervoso centrale; in realtà mi sembra anche un po’ inquietante come discorso, però lo condivido.
    Il punto che ho trovato più interessante, nella lettura di Morin, è quello che tratta la divisione del lavoro che provoca una frammentazione persino della creazione artistica, che dovrebbe rappresentare l’attività più spontanea e inconscia dell’uomo. Invece la società di massa, e all’interno di essa la percezione della realtà mutata attraverso l’influsso dei media, creando stereotipi, e standardizzazioni, come ci dice McLuhan, lascia l’uomo, anche nell’arte, libero di muoversi solo entro certi schemi, poiché egli rimane prigioniero dell’ideologia della tecnica.

    #110
  5. claudiaiaboni

    Commento Finale

    La facoltà di comunicare è stata determinante per l’evoluzione dell’uomo e per il suo progresso culturale. Per questo la ricerca di mezzi e tecnologie adatte per gestire e controllare l’atto di comunicare ha caratterizzato la storia di ogni civiltà modificandone i tratti principali.
    Nelle letture fin’ora affrontate un denominatore comune, potrebbe a mio avviso essere caratterizzato da tematiche come: tecnologia, mass media, mente e società.
    I rapporti di interconnessione tra questi concetti, ci portano ad individuare gli effetti che i primi due hanno sui restanti.
    Le tecnologie e quindi la diversa natura dei media, hanno da sempre avuto un effetto profondo sulla mente, sulla cultura e sulla società. Basti pensare ad esempio ad Ong il quale sosteneva che la scrittura modificasse la mente umana più di ogni altra invenzione;
    a Morin che parlava di “terza cultura” o “mass-cultura” rivolta ad una massa sociale caratterizzata da tecniche di divulgazione sociale. La cultura di massa secondo Morin è un complesso di miti, simboli e immagini della vita reale e della vita immaginaria, in cui l’uomo quotidianamente si attua e si riconosce.
    Morin analizza forme, contenuti e meccanismi ed effetti della cultura di massa riuscendo a dimostrare come questa non sia solo un nuovo strumento per fughe immaginarie dal mondo, ma anche produzione di precise modalità di partecipazione alla realtà.
    Lo stesso McLuhan, inoltre, introdusse il concetto di “determinismo tecnologico”, l’idea che in una società la struttura mentale e la cultura siano influenzate dal tipo di tecnologia di cui tale società dispone.
    “Ogni medium amplifica le potenzialità fisiche, intellettuali, sensoriali e cognitive dell’individuo modificando di conseguenza le strutture della società. In quanto estensioni del nostro sistema fisico e nervoso, i media costituiscono un sistema di interazioni biochimiche che deve cercare un nuovo equilibrio ogni volta che sopraggiunge una nuova estensione”.
    La storia dell’uomo viene letta come espressione dei media dominanti nei quali le diverse forme di società si sono riconosciute. La civiltà viene ritenuta fortemente dipendente dai media, profondamente influenzata da essi nelle sue crisi e nei suoi processi di trasformazione, di evoluzione.
    Dal punto di vista della comunicazione, a partire dalla scrittura, la trasmissione del messaggio viene indagata nella sua relazione con il supporto tecnologico che ne garantisce la diffusione ad un pubblico ampio, e qui torniamo al concetto espresso da McLuhan : “ il medium è il messaggio”,
    nel senso che è importante studiare i media non tanto in base ai contenuti che essi veicolano, ma in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione.
    Si può dunque arrivare ad affermare che “ ogni medium influenza contemporaneamente l’intero campo dei sensi”.
    La trasmissione telematica del messaggio mediatico comporta, la trasformazione di dati percettivi individuali, legati all’esperienza, in una dimensione quotidiana condivisibile da una pluralità di individui.
    In queste ultime tre letture l’oggetto della analisi è il sistema mediatico nella sua complessità, come rete di relazioni instaurate fra i media e il sociale, si sviluppa un discorso a tutto tondo sulla realtà del medium nelle sue svariate forme, come fattore di cambiamento del sistema sociale e politico e culturale. Si indagano funzioni culturali come la politica, il potere, le ideologie, infatti, Innis parla del poter dell’impero, ritenendo che la comunicazione sia la vera spina dorsale dei sistemi economici.

    Volevo poi focalizzare l’attenzione su un concetto espresso sia da McLuhan che da Morin.
    McLuhan afferma che l’evoluzione della scrittura e dell’organizzazione visiva della vita rende possibile la scoperta dell’individualismo e dell’introspezione;
    mentre secondo Morin il termine cultura di massa o società industriale, privilegia le società moderne, che vengono dette non soltanto industriali o di massa, ma anche tecniche, burocratiche e individualiste.
    Quello che mi ha colpito è l’aspetto individualistico, introspettivo a cui questo tipo di società e di cultura potrebbe portare. Con le prime letture di Arsuaga, Ong, abbiamo visto l’oralità concepita come fattore aggregante, fattore di comunione e condivisione a livello sociale. Gli abitanti di una comunità dovevano riunirsi e stare insieme per ascoltare l’oratore che interagiva con loro, c’era quindi una condivisione collettiva, di un unico medium, ora con l’incalzare della tecnologia si parla si nuove società, società tecnologiche, industrializzate, ma soprattutto società individualistiche.
    La comunicazione e tutti i suoi mezzi più o meno sofisticati non sono altro che strumenti di rimozione della condizione di solitudine che da sempre tormenta l’uomo, tanto nell’epoca preistorica quanto nell’era telematica. I media si profilano come gli strumenti dell’inganno per eccellenza a cui l’uomo deve la sua salvezza dall’assurdo dell’esistenza.

    #111
  6. mariacristinacondello

    Harold Adam Innis, oltre ad essere stato uno storico economista, ha esercitato un ruolo innovativo nel campo della sociologia della comunicazione. Tra le parole chiavi di Innis (dalla lettura di queste pagine) emergono tecnologia e progresso, due importanti termini finalizzati allo sviluppo della comunicazione. Come anche lui ha affermato, i mutamenti della tecnologia aumentano le difficoltà di riconoscere l’equilibrio. Forse queste parole sono state dette per evidenziare le possibili conseguenze e le probabili trasformazioni sociali che potrebbero comportare tali mutamenti nell’impatto con l’evoluzione.
    Il “monopolio del sapere” di Innis è considerato come una macchina funzionale che serve ad elaborare e a trasmettere conoscenze e cultura. I mezzi e i sistemi di diffusione delle informazioni culturali costituiscono il fulcro dei rapporti sociali ed economici tra gli uomini. Ciò che lui ha messo in rilievo, però, è l’importanza dei supporti cartacei. Questi assumono valore sia nell’economia, sia nell’incremento dello sviluppo economico tramite la carta.

    Della lettura di Edgar Morin, ho ritenuto molto interessante la contrapposizione tra l’intellighentsia e la barriera intellettuale. La differenza tra cultura “alta” e cultura di massa incalza uno studio sui problemi tra uomo e società. Gli intellettuali vivono al di sopra di una concezione aristocratica della cultura. Morin spiega il perché del termine “cultura del XX secolo”. Questo perché sta al di sopra del mondo mass mediatico. Da qui risalta inoltre, la differenza tra atteggiamenti politici contrastanti. Vi è una differenza sostanziale tra le culture d’èlite e quelle di massa.

    Il mezzo è il messaggio. Con questa formula McLuhan ha definito la struttura comunicativa. Condivido su quanto ha affermato riguardo al determinismo tecnologico. L’idea che in una società la struttura mentale delle persone e la cultura sono influenzate dal tipo di tecnologia di cui tale società dispone, rispecchia oggi gli aspetti sociali. Questo ci fa pensare da un lato, ad una sorta di modernità, dall’altro ad una capacità di usufruire dei mezzi comunicativi in base al grado di competenza che le persone hanno e in base alla disponibilità di mezzi a disposizione. I messaggi trasmessi dai mass-media sono costituiti dalla natura del medium stesso. Se questo medium noi lo adoperiamo spesso, questo può condizionare la nostra mente e il nostro “calderone culturale”.

    #112
  7. rosacoscia

    Mi sembra che Claudia Iaboni abbia sintetizzato efficacemente il minimo comun denominatore che è possibile individuare tra Innis, McLuhan e Morin, ovvero lo studio dei rapporti che intercorrono tra tecnologie, mass media, mente umana e società; uno studio che nel passaggio dall’uno all’altro di questi studiosi (di varia formazione e provenienza) avanza nelle direzione di un riconoscimento delle tecnologie come mezzi di comunicazione e di una sempre crescente attenzione agli effetti che questi ultimi hanno sull’economia, sulla società, sui circuiti psichici e cognitivi dell’uomo, sulla cultura (occidentale, in particolare).
    Tutti e tre si fermano – per ovvie ragioni storiche – a considerare i mezzi di comunicazione “di massa” (giornali, cinema, radio e soprattutto tv) e i caratteri della “cultura di massa”, ovvero lo scenario che regnava nella seconda metà del XX secolo. Oggi molte cose sono cambiate con l’avvento dei new media, e di Intenet in special modo, è inutile stare a ripeterlo, ma il contributo di queste teorie delle comunicazione ci può essere senza dubbio molto utile nell’affrontare un’analisi della realtà che ci circonda ai nostri giorni, fornendoci, oltre ad una base concettuale, molteplici modalità d’approccio da prendere ad esempio.

    Partendo da Innis, il suo contributo di economista, ma anche di innovativo sociologo, è stato fondamentale per lo studio della comunicazione. La novità maggiore che egli ha introdotto consiste in un rivolgimento “copernicano” in merito all’oggetto da porre al centro, come “sole” del proprio sistema teorico: non più il contenuto dei processi comunicativi, il messaggio veicolato (sul quale si erano concentrati i sociologi fino ad allora), ma la natura del mezzo tecnico che ne costituisce il supporto.
    A questo arriva grazie ai suoi studi sull’industria cartaria canadese, attraverso i quali aveva compreso che «senza la carta, cioè senza libri, giornali e gazzette ufficiali, mastri e registri contabili, certificati azionari (e relative cedole per l’incasso dei dividendi), l’economia contemporanea non avrebbe potuto funzionare, e addirittura non sarebbe mai potuta nascere. Senza la carta, niente economia mercantile, e – aggiungiamo noi – senza carta niente tipografie (le prime officine accentrate dell’epoca moderna, basate sulla specializzazione e parcellizzazione del lavoro non servile, adibite alla produzione standardizzata di beni di consumo di massa), e quindi niente organizzazione capitalistica del lavoro» (M. Sanfilippo, V. Matera, Da Omero ai Cyberpunk, Castelvecchi, Roma, 1995, p. 14). Così doveva essere accaduto anche prima, con la pergamena, il papiro, l’argilla, la pietra, e così doveva essere anche per le comunicazioni via etere e ciò che le avrebbe seguite. Ecco perché Innis prende a studiare il modo in cui i supporti della comunicazione si sono succeduti nel corso della storia, dando vita alle diverse fasi della civilizzazione e alle diverse forme di organizzazione economica e politica, le quali dipenderebbero proprio dai media che di volta in volta permettono di conservare e trasmettere il sapere. La convinzione principale dello studioso diviene infatti che la comunicazione della conoscenza costituisce la base delle relazioni sociali ed economiche tra gli uomini, in quanto l’informazione e il sapere sono dei beni, che circolano, hanno valore, e danno potere a chi li controlla (oggi la politica sa bene quanto di vero c’è in questo).
    Innis suddivide i media in base alla “tendenza” interna o bias che mostrano: alcuni hanno un’inclinazione per il tempo (pergamena, argilla, pietra), altri per lo spazio(carta, pergamena). I mezzi di comunicazione moderni (radio e televisione) hanno determinato una progressiva erosione dell’importanza del tempo come durata storica (ancora presente nella stampa, che poneva attenzione alla durata dell’informazione che veicolava) a vantaggio di un suo appiattirsi sull’istante. Proprio questo concetto di bias è ciò che più può risultare utile per la nostra riflessione sui media di oggi, non tanto o non solo perché individuando la propensione di un medium per la centralità dello spazio o del tempo possiamo giungere ad una comprensione profonda dei caratteri della civiltà in cui quel medium agisce, ma soprattutto perché se i media danno la loro impronta all’aspetto complessivo di una civiltà, condizionano anche i sistemi di pensiero nati all’interno di essa. Per questa ragione, è impossibile una conoscenza oggettiva e non parziale di altre civiltà, sottoposte all’influsso di altri media dominanti. Questo è da tener presente per chi, come noi, ambisce a studiare la storia delle comunicazioni.

    McLuhan deve molto al pensiero di Innis, di cui è stato forse il più importante erede intellettuale. Studioso di letteratura e critico teatrale di formazione (si era occupato soprattutto di Shakespeare, e questo si vede quando, nel brano di Understanding media che abbiamo letto, riporta parecchi passi di diverse opere del celebre drammaturgo inglese come antecedenti illustri delle sue tesi sui media), egli ha applicato alla ricerca sui mezzi di comunicazione un metodo del tutto particolare, continuando nell’opera, iniziata dal suo stimato collega, di trasformazione della ricerca sui contenuti della comunicazione in quella sulle caratteristiche dei mezzi. Secondo McLuhan, infatti, “il mezzo è il messaggio”: non è tanto importante, quindi, studiare i contenuti del mass-media («Gli effetti della tecnologia non si verificano infatti al livello delle opinioni o dei concetti »), che possono essere diversi, ma non hanno alcuna influenza sulle forme dell’associazione umana, quanto il medium stesso e il condizionamento profondo che, in virtù delle sue caratteristiche tecnologiche, opera sui nostri modi di percepire e pensare il mondo. L’idea di McLuhan è infatti che i media siano estensioni di un senso – la vista per la scrittura, l’udito per la radio, il tatto per la tv, e così via – e che quindi costringano l’uomo ad un determinato rapporto con la realtà sociale.
    Egli è anche ben consapevole della complessità delle relazioni tra l’uomo e le proprie “estensioni tecnologiche”. Queste ultime provocano infatti la “narcosi di Narciso”. Gli esseri umani sono «soggetti all’immediato fascino di ogni estensione di sé, riprodotta in un materiale diverso da quello stesso di cui sono fatti». Per comprendere il senso del mito di Narciso, McLuhan spiega che ogni estensione di una facoltà umana è la reazione a una irritazione causata dall’ambiente. Il nuovo medium è dunque un antidoto destinato a salvaguardare l’equilibrio dell’organismo sociale. Tuttavia è anche un atto di autoamputazione («ogni invenzione o tecnologia è un’estensione o un’autoamputazione del nostro corpo, che impone nuovi rapporti o nuovi equilibri tra gli altri organi e le altre estensioni del corpo»): la ruota, per esempio, sostituisce il piede, ma per questo fatto stesso, essa gli toglie le sue più importanti funzioni: è una specie di amputazione. Questa estensione di una facoltà che si accompagna anche con la propria amputazione, imprime uno shock psichico che provoca desensibilizzazione e intorpidimento. Anche l’immagine di Narciso «è un’autoamputazione o un’estensione determinata da pressioni irritanti. In quanto revulsivo essa produce un torpore generale o uno shock che impedisce il riconoscimento. L’amputazione di sé vieta il riconoscimento di sé».
    A mio parere, le teorie di McLuhan hanno tutta la forza di un illuminato sguardo visionario e rivoluzionario, il quale ha avuto il merito di porre i mezzi di comunicazione non più sullo sfondo, ma in una posizione di maggior rilievo nella ricerca sociale. Tuttavia, non si può fare a meno di notare la quasi totale assenza di rigorosità scientifica nella sua analisi. Inoltre, McLuhan, come Innis, finisce spesso col ricadere in quel determinismo tecnologico di cui più volte abbiamo enumerato i limiti. Esso è insito nell’idea che la struttura mentale delle persone e la cultura di una determinata società siano influenzate dal tipo di tecnologia di cui essa dispone. Io credo, però, che questo meccanismo di causa-effetto non sia così unilaterale ed esclusivo, ma sia quantomeno un flusso di influenze reciproche. La visione determinista induce poi a individuare spaccature e fasi ben definite e consequenziali nella storia della comunicazione e dei suoi supporti (proprio come hanno fatto i due autori in questione), restando ancora legata ad un idea di progresso o, comunque, di evoluzione, ad una concezione sequenziale e lineare del tempo, degli eventi e dei cambiamenti che intervengono.

    Quello che ha fatto Morin, importantissimo sociologo francese, è stato esaminare il contesto di quei mass media che studiosi come Innis e McLuhan hanno cercato di analizzare, ovvero la cultura di massa, individuandone gli elementi antropologici più rilevanti e il rapporto che in essa si instaura tra il consumatore e l’oggetto di consumo.
    Morin si pone l’obiettivo, davanti all’alterigia con cui l’intellighenzia si scaglia contro la cultura di massa, non tanto di esaltare quest’ultima, quanto di ridimensionare il ruolo della cultura alta. La cultura di massa, la cultura industriale, infatti, rimane l’unico grande terreno di comunicazione tra classi sociali e culture diverse, l’unico esempio di cultura universale della storia dell’umanità.
    La prima caratteristica che salta all’occhio nello studio di Morin sull’industria culturale, è la contraddizione tra il carattere burocratico e standardizzato della produzione, da un lato, e la dimensione individuale del consumo – che esige originalità e innovazione -, dall’altro. La cultura di massa, in altre parole, si trova davanti l’ingrato compito di dover rispondere, per vie industriali e seriali, a bisogni che sono per loro natura personali, profondi, affettivi. Essa, però, proprio in quanto negoziazione tra le esigenze della produzione industriale e quelle del pubblico di massa, non è affatto da considerare come “imposta” ai consumatori. La cultura di massa ha il merito, secondo Morin, di rendere possibile, nel XX secolo, la partecipazione del maggior numero di persone alla vita sociale.
    Oggi, credo, siamo ad uno stadio “oltre” la cultura di massa, seppure anche questo vissuto a livello massivo, per il numero sempre crescente di persone coinvolte. L’interattività del web 2.0 è l’apice di tutta una serie di nuovi fenomeni comunicativi che vedono come protagonista – molto più di prima – l’individuo, il quale ricerca attivamente le informazioni che lo interessano, interviene sulle stesse e arriva a piegare il mezzo che le veicola alle proprie esigenze. Certo, siamo ancora in presenza di processi di profilazione degli utenti, che tendono a suddividerli in segmenti – forse anche micro-segmenti – con interessi comuni, per i quali vengono pensati determinati contenuti (per esempio un blog come il nostro verrà visitato, prevalentemente se non esclusivamente, da chi si interessa alle tematiche di informatica umanistica da noi trattate; una testata online, che invii agli utenti un giornale elettronico costruito sulla base delle loro più o meno esplicitate preferenze, fornirà notizie selezionate tematicamente, ma non scritte esclusivamente per ciascuno di essi); tuttavia il futuro sembra prospettare un affinamento delle strategie per soddisfare sempre più le richieste del singolo. Anche questo “nuovo mondo” comunicativo ha diviso gli intellettuali tra apocalittici e integrati o, meno estremisticamente, tra chi accetta di conoscere i nuovi media e farne un’ulteriore potenzialità per il proprio pensiero e la diffusione delle proprie idee e chi, invece, rimane ancorato alla tradizione. Ciò è comprensibile qualora sia una decisione frutto di accurata riflessione sui limiti del nuovo e sui vantaggi che offre il vecchio, ma non se si tratta del solito rifugiarsi nella roccaforte che salvaguarda il proprio status privilegiato.

    #113
  8. paolamarziano

    La preliminare considerazione emersa al termine delle letture consiste nella consapevolezza di quanto le culture esercitino una notevole influenza reciproca, che si manifesta inevitabilmente anche sulle modalità comunicative. L’aprirsi di nuovi orizzonti è una costante nella storia dell’umanità, che ha conosciuto sviluppo e progresso a partire dall’incontro di ciascuna civiltà con esemplari differenti; la variabilità si configura come uno stimolo al miglioramento e una fonte di crescita. A tale proposito ho trovato molto interessante la ricostruzione, operata da Innis, della storia del mondo occidentale seguendo come linea guida la diffusione della comunicazione, passando da un contesto culturale all’altro.
    Analizzare la nascita della comunicazione equivale a riprendere il tanto discusso rapporto tra l’oralità e la scrittura, constatando ancora una volta l’idea che ho maturato con i precedenti saggi riguardo l’impossibilità nel tracciare una linea di demarcazione netta tra il subentrare dell’una modalità di espressione e l’altra. La cultura orale, infatti, continua a vivere in quelle caratteristiche di “vitalità” ed “espressività” che avvicinano la scrittura al mondo del parlato.
    La nota più interessante risiede nel modo in cui il tema della comunicazione sia stato affrontato dalle più svariate categorie del sapere: linguisti, antropologi, economisti si affiancano ai tradizionali uomini di “lettere” per analizzare, ognuno dal proprio punto di vista, un fenomeno che ci riguarda tutti incondizionatamente.
    Come evidenziato da Matera, lo stesso Innis considera la scrittura una sorta di colonna portante dell’economia contemporanea, che probabilmente non sarebbe esistita nelle peculiarità con cui l’abbiamo conosciuta noi se non fosse stato per l’apparizione sulla scena di nuovi supporti. Prima le tavolette di argilla, passando per il papiro e la pergamena, fino ad arrivare alla carta, hanno permesso il trasmettersi della conoscenza di epoca in epoca trascendendo i confini spazio-temporali che dividevano le diverse culture.
    Quest’immagine mi porta inevitabilmente a riflettere sul fatto che nel mondo digitalizzato in cui viviamo noi, tutto ciò è ancora estremamente vivo ed attuale: sono cambiati i mezzi, i tempi necessari, sono emersi nuovi soggetti, ma alla base c’è lo stesso bisogno di comunicare, per diletto o per necessità, che ha animato i primi secoli della storia umana.
    Personalmente credo che sia proprio questo filo conduttore che unisce le generazioni, a rendere l’universo comunicativo un campo di notevole interesse, che muta e si migliora di pari passo con la civiltà. In effetti la connessione tra la comunicazione e la cultura si manifesta anche nell’universo del quotidiano, in cui risulta piuttosto intuitivo dimostrare quanto non potrebbe essere altrimenti; che cosa comunichiamo se non il bisogno di dire al mondo chi siamo e cosa facciamo? Insomma il comunicare diventa una prova di esistenza di noi stessi e della nostra identità.
    Morin attesta come il XX secolo abbia partorito un nuovo modello di cultura, definita di massa, derivante dall’affermarsi di nuovi mezzi di comunicazione quali il cinema, la radio, la televisione e la stampa. La “massificazione” concerne entrambi i partecipanti al processo comunicativo; accanto al moltiplicarsi degli emittenti di informazione, assistiamo al delinearsi di un inedito corpo destinatario composto da individui-fruitori che condividono il medesimo immaginario, dando luogo ad una cultura che comprende al suo interno le sfumature particolari e contingenti vincolate allo spazio e al tempo. L’atteggiamento refrattario a questo nuovo “tipo” culturale è testimoniato dalla prima reazione di rifiuto da parte degli studiosi. La stessa terminologia rimanda ad una sorta di ossimoro: il concetto di massa genera un senso di uniformazione, omologazione, bassezza dello spirito e standardizzazione; sentimenti che entrano totalmente in collisione con il senso di elevatezza e l’ unicità, proprie dell’elite degli intellettuali. La forza di tale orientamento culturale risiede nell’eclettismo che riesce ad incorporare, rispecchiando a pieno lo stato delle cose così come si presentano agli occhi di qualunque osservatore: la nostra è un’era in cui, fortunatamente, si lavora costantemente in direzione dell’abbattimento delle barriere, dell’ “orizzontalizzazione” dell’informazione, nel coinvolgimento attivo di punti di vista e vissuti sempre maggiori e sempre più differenziati tra loro.

    #114
  9. leonardasabino

    Harold Adams Innis (1894-1952) fu un economista e storico canadese principalmente interessato all’analisi dei processi di produzione delle risorse primarie (saples) e soprattutto interessato all’influenza di questi sull’evoluzione e sullo sviluppo della società moderne.
    Innis si occupò di comunicazione nei soli ultimi dieci anni della sua vita e la fama di questo straordinario studioso è passata per molti anni sotto silenzio e solo in seguito le tesi da lui teorizzate in, “Imperi e comunicazioni” (1950) e “The Bias of communication” (1952) furono rese note al gran pubblico.
    Innis ripercorre la storia dello sviluppo della civiltà occidentale attraverso una precisa analisi di quelle che ne sono state le principali istituzioni.
    Per Innis la stabilità di una civiltà dipende dall’equilibrio tra lo sfruttamento dello spazio, che a sua volta permette l’estensione sul territorio e lo sfruttamento del tempo garantendone la continuità istituzionale, sostiene a ragione che le tendenze assunte dalla comunicazione determinano le forme dell’organizzazione sociale. Il potere è connesso al controllo dello spazio e del tempo, i sistemi di comunicazione – i rapporti spaziali e temporali – modellano l’organizzazione sociale.
    E ne segue una distinzione in due grandi Tempi della Comunicazione: uno contrassegnato da manoscritti e comunicazione orale di poco potere e limitata distribuzione, l’altro contrassegnato dallo Spazio in cui primeggia la stampa.
    Inquadrare dunque l’evoluzione dello sviluppo umano all’interno di una cornice interpretativa di questo genere, conduce inevitabilmente ad una visione della storia che confronta le differenti realtà, tra i più svariati protagonisti.
    L’evoluzione dei mezzi di comunicazione ha la capacità di adattarsi al continuo mutare dei tempi e dall’utilizzo che gli individui, gruppi o comunità ne hanno fatto con lo scopo primario di salvaguardare la propria memoria e la propria sopravvivenza.
    L’affermazione forse più famosa, e sconvolgente al tempo stesso, di Marshall McLuhan (1911-1980) è riassumibile nella sua frase: “Il medium è il messaggio”.
    Indipendentemente dal contenuto veicolato, sostiene McLhuan, è il mezzo, il medium a produrre effetti. Ne “La galassia Gutenberg”, McLuhan sottolineò l’importanza dei media nella storia dell’umanità e considerava quanto l’avvento della stampa a caratteri mobili avesse inciso sulla storia della cultura occidentale.
    Se nella cultura orale la parola è una forza viva, nella cultura alfabetica la parola diventa un significato mentale. Con l’invenzione di Gutenberg, queste caratteristiche della cultura alfabetica si accentuarono e tutta l’esperienza si ridusse o si concentrò in un solo senso, la vista.
    Ne “Gli strumenti del Comunicare”, McLuhan inaugurò uno studio del tutto nuovo per l’epoca, affermando l’importanza di studiare i media non tanto in base ai contenuti che essi veicolano, ma in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione.
    Cioè considerare il medium come messaggio.
    Questa espressione, sta ad indicare che il vero messaggio che ogni medium trasmette è costituito dalla natura del medium stesso.
    Ogni medium va quindi studiato in base ai “criteri strutturali” in base ai quali organizza la comunicazione. È proprio la struttura comunicativa di ogni medium che lo rende non neutrale, perché essa suscita negli utenti-spettatori determinati comportamenti e modi di pensare. In questo testo McLuhan introduce la classificazione dei media in caldi e freddi ( medium freddi come la TV, il telefono, i film, i cartoni animati, la conversazione; viceversa definisce come caldi medium come la radio e la fotografia).
    Ne “Gli strumenti del comunicare”, McLuhan afferma che “nel regime della tecnologia elettrica il compito dell’uomo diventa quello di imparare e di sapere; tutte le forme di ricchezza derivano dallo spostamento d’informazione”. Alla base del pensiero di McLuhan e della “Scuola di Toronto”, di cui egli, insieme a W. J. Ong, è il maggiore rappresentante, troviamo un accentuato determinismo tecnologico, vale a dire l’idea che in una società la struttura mentale delle persone e la cultura siano influenzate dal tipo di tecnologia di cui tale società dispone. A partire dall’antico Egitto per arrivare fino all’età della carta e del torchio da stampa, ci fa capire Innis, il dato più sorprendente è riscoprire, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che chi possiede le chiavi dell’informazione è in possesso di un enorme potere che può gestire a vantaggio della collettività o solamente di una parte di essa.
    I miei studi di antropologia culturale si sono aperti con una definizione data da Edward B. Taylor (1832-1917) considerato come uno dei padri fondatori di questa disciplina in “Cultura Primitiva”, che si apre con una definizione, che riporto, di cultura: «la Cultura, o civiltà intesa nel suo senso etnografico, più ampio, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società».
    Per spiegarla meglio, secondo Taylor, la cultura è ovunque, cioè non ci sono popoli con culture e popoli senza culture, la cultura è poi un insieme complesso, cioè si costituisce di elementi che si possono ritrovare ovunque come l’economia, la politica l’arte, ancora la cultura è acquisita e infine la cultura è acquisita dall’uomo in quanto membro di una società e da ciò ne deriva che gli esseri umano ricevono la cultura dalla propria società, e siccome le società sono tante e diverse esistono tante culture quante sono le società.
    Ritorno al punto: le tecnologie e quindi la diversa natura dei media, hanno da sempre avuto un effetto profondo sulla mente, sulla cultura e sulla società. (Perdonatemi le ripetizioni)
    Ong allievo di McLuhan, sosteneva che la scrittura modificasse la mente umana più di ogni altra invenzione, Morin parla di “terza cultura” o “mass-cultura” rivolta ad una massa sociale caratterizzata da tecniche di divulgazione sociale.
    La cultura di massa è, secondo Morin un complesso di miti, simboli e immagini della vita reale e della vita immaginaria, in cui l’uomo quotidianamente si attua e si riconosce.
    Morin analizza forme, meccanismi ed effetti della cultura di massa riuscendo a dimostrare come questa non sia solo un nuovo strumento per fughe immaginarie dal mondo, ma anche produzione di precise modalità di partecipazione alla realtà.

    Concludo riportando un breve dialogo tratto dal film “Io e Annie” di Woody Allen del 1977 in cui il “nostro caro McLhuan” interpreta una piccola parte.

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    #115
  10. leonardasabino

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    #116
  11. andreapatassini

    Morin

    Mi sembra interessante questa analisi di Morin sulle reazioni di chi criticava (e critica) i prodotti diffusi dall’industria culturale. Reazioni diverse, provenienti da differenti ambienti, ma che in sostanza nascondono un atteggiamento comune, quello dell’incapacità di relazionarsi con le novità. E mi sembra molto stimolante provare ad applicare il pensiero di Morin al dibattito nato attorno all’introduzione di nuovi strumenti e successivamente nuovi consumi. Non voglio assumere un tono altrettanto ciecamente critico, pensando alla Rete, riducendo la questione a due poli contrapposti: da una parte i favorevoli, dall’altra i contrari. No, non mi sembra questo il modo migliore. Negli atteggiamenti dell’intellghenzia descritti da Morin trovo delle similitudini con chi non fa emergere elementi positivi nei strumenti offerti dall’attuale industria culturale. Sottolineo, un’industria culturale che sta attraversando un’intensa mutazione e quindi ricca di eccessi, di contraddizioni. Lo so, probabilmente l’esempio è troppo facile, ma a sintetizzare perfettamente questo atteggiamento vedo bene Eugenio Scalfari come figura paradigmatica. Spesso il fondatore di Repubblica ha criticato in toto i mutamenti in atto, lamentando la fine di un consumo intelligente di prodotti culturali. È facile pensare a lui (ma potrei pensare a chissà quanti altri professori della nostra università) perché capisco il suo disorientamento, visto le sue esperienze, la sua storia, le scelte che pone sulla sua personale dieta culturale. Lo vedrei contrapposto all’attuale consumatore di prodotti culturali. C’è un abisso. Un abisso dovuto al modo di fruire la cultura, ma non nella consapevolezza di farlo. Ma poi perché pensare ad un cambiamento netto tra prima e dopo? Il cambiamento non è così veloce come lo sintetizza un libro di storia. Io non credo nell’impoverimento culturale che oggi molti declamano. Perché, seppur sono cambiati i supporti e le modalità di fruire, quella cultura, che fornisce dei punti di appoggio immaginari alla vita pratica e dei punti d’appoggio pratici alla vita immaginaria (detta alla Morin), c’è eccome. Sono convinto, come scrive lo stesso Morin, che è naturale diffidare delle novità, perché ci si abitua a quello che ci circonda, tutto ciò che quotidianamente ci circonda.
    Mi piace il metodo di approccio delineato da Morin, l’approccio autocritico e della totalità. Per approccio autocritico mi sembra interessante l’idea di conoscere il mondo (anche) divertendosi senza sentirsi estranei. Il distacco, a mio parere, è la strada sbagliata per cercare di capire. Così per comprendere l’industria culturale e i suoi mutamenti, probabilmente viverli servirebbe a raccogliere maggiori informazioni per cercare di ricostruire il quadro della situazione. Nel descrivere questo quadro generale, Morin tende a distinguere le espressioni pubbliche dell’industria culturale, da quelle private. Se le prime, secondo Morin, assumono un ruolo istituzionale rivolto all’educazione, volendo adattare il pubblico alla propria cultura, le altre al contrario si vogliono adattare al pubblico. Riformulerei il pensiero di Morin plasmandolo alla realtà attuale dell’industria culturale considerando proprio le evoluzioni sopra espresse. Perché i confini tra pubblico e privato, tra istituzionale e commerciale, tra impegno e svago non sono più così netti. Non saprei individuare la radice di questo cambiamento, ma vivendoci immerso riesco a percepirlo. Oltretutto non credo che attualmente la sfera composta dai privati rifletta la descrizione riportata da Morin, ovvero la concentrazione delle risorse in mano a pochi. Si, nei grandi numeri ancora si può parlare di questo (e la premonizione di Googlezon non fa ben sperare), ma è indubbio una ridistribuzione dei ruoli. Un ruolo attivo e capillare di quel concetto che Morin chiama massa. Oggi chiunque può fare informazione, e questo rimescola le carte in tavola. I filtri burocratico-industriali individuati da Morin, che di fatto donano quel ruolo istituzionale ai grandi protagonisti dell’industria culturale, oggi non riescono a contenere il flusso di informazione dilagante. Informazioni personalizzate, che esulano da quel modello di standardizzazione che si persegue. E allora mi viene da pensare che quel bilanciamento tra invenzione e standardizzazione che Morin indica, oggi si sta tentando di riproporlo nell’accostamento della Rete con gli altri media. Siamo probabilmente ancora in una fase di transazione, dove i pesi a volte si sbilanciano, e dove ancora non si riesce a formalizzare questa ibridazione tra due sfere in passato contrapposte.

    Innis

    Con la lettura di Harold Innis mi vengono in mente tre concetti connessi: potere, cultura e società. Che il potere si manifesti attraverso la cultura in un contesto sociale, Innis lo spiega indicando l’architettura e la scultura come segni indelebili del potere stesso. La cultura come strumento di potere, di risonanza del potere. Innis offre come esempio le piramidi: simbolo «di potere sul tempo». Simbolo che infrange il limite del tempo. E poi Innis alimenta il ragionamento prendendo in considerazione due aspetti che, ai fini dei nostri ragionamenti, potrebbero risultare utili, la scrittura e le biblioteche. Uno strumento di comunicazione e un luogo dove raccoglierla e conservarla. Naturalmente in una società povera di informazioni, questo binomio provoca un potere non indifferente. Con le innovazioni dei supporti per la scrittura, partendo dalle tavolette di argilla, passando per i papiri e poi le pergamene, per poi giungere alla scoperta della stampa, muta anche la forma del potere, cambiano gli equilibri del potere. Questo continuo mutamento ha visto nascere e morire diverse civiltà, diverse culture, diverse forme di potere. Quando poi si concentra sui nostri tempi Innis, considerando i sistemi di comunicazione che hanno contribuito al mutamento, pone al centro dell’attenzione la stampa. E anche in questo caso la scoperta della stampa e il suo affinamento tecnico (ad esempio l’aumento della fabbricazione della carta), hanno comportato grandi cambiamenti culturali e notevoli stravolgimenti dei poteri.
    Pensando proprio la stampa, Innis descrive i suoi effetti decisivi nel costruire una società. Il miglioramento delle comunicazioni incrementarono gli scambi commerciali; la riproducibilità delle parole su larga scala permisero una diffusione del sapere. Da non dimenticare: nascono nuovi poteri. Forse potrei sbagliare, ma se Innis indica la scoperta della stampa come tassello fondamentale per la rivoluzione industriale, mi viene da pensare all’ascesa della classe borghese come nuova forma di rappresentanza del potere. Tutto questo mi sembra possa essere considerato il soddisfacimento di quella sete di sapere che nelle antiche civiltà era decisamente palpabile. Le risorse culturali diventano più accessibili proprio quando sono riproducibili su larga scala. Questi mutamenti nelle società possono essere individuati attraverso una ricostruzione storica, e mi viene da riflettere su come sia facile farlo considerano, appunto, quei cambiamenti che la storia ci racconta e come invece sia difficile applicarlo al nostro presente. La storia scandisce le fasi del mutamento, trova le motivazioni, fa emergere dei protagonisti, insomma, sintetizza il tutto secondo uno schema narrativo lineare. Quando dobbiamo confrontarci sui cambiamenti che un mezzo di comunicazione provoca, stiamo di fatto ragionando su quanto noi stessi stiamo cambiamo i nostri comportamenti nel presente che viviamo.
    Poi, allargando l’inquadratura, potremmo pensare a ciò che accade in una società, quali poteri emergono, se noi stessi entriamo a farne parte. Quei stessi poteri che sono riusciti ad occupare un ruolo rilevante nella società, attribuiranno a tutti quei mezzi che sono risultati determinanti per il loro scopo un ruolo fondamentale, quasi sacro.

    McLuhan

    Il mutamento mi sembra, anche nel caso della lettura di McLuhan, aspetto centrale del ragionamento. Il concetto di medium come messaggio, lo avevo già affrontato in passato e comunque l’ho ritrovato in molte altre situazioni. Del resto mi sembra un passaggio fondamentale per gli studi sulla comunicazione, lo spostamento degli interessi dal contenuto trasmesso a chi lo trasmette. Oltretutto tali interessi, secondo McLuhan, devono tener conto del contesto sociale entro cui il medium opera. Restando sul tema della contestualizzazione, McLuhan critica l’atteggiamento di chi pone un giudizio del media a seconda di chi lo utilizza e, soprattutto, di come lo utilizza. Forse potrei sbagliarmi, ma questo passaggio della lettura mi rimane poco chiaro fino al punto in cui il sociologo canadese non usa questa frase «Che da una cosa segua un’altra non significa che questa ne derivi». Ancora non chiarissimo, devo integrarlo con quest’altro passaggio: «Niente consegue da una sequenza, tranne il mutamento». Pensando ai media allora potremmo dire che l’effetto provocato da questi non va collocato secondo un ordine sequenziale, ma rispetta invece la logica del mutamento. In sostanza, un giudizio sull’uso giusto o sbagliato dei media rientra in quel processo mentale sequenziale che vede uno strumento innocuo fino al momento in cui qualcuno non lo adopera. Per McLuhan la strada da seguire è quella del mutamento e (ipotizzo) e il medium porta con sé il mutamento stesso. Tutto ciò riesco a ricondurlo a quello che abbiamo già letto e scritto e, in particolare, pensando a queste ultime tre letture, mi sembra un altro contributo alla riflessione sul mutamento culturale. La difficoltà di noi uomini nel riconoscere il mutamento McLuhan l’attribuisce al ruolo della società alfabeta e omogeneizzata. Anche in questo caso devo fermarmi un attimo a riflettere. Se la tendenza ad omogeneizzare la cultura non permette all’uomo «di essere sensibile alla vita diversa e discontinua delle forme»,ciò non può essere un problema di estrema sintesi del messaggio? Mi spiego, se un messaggio deve essere confezionato a una moltitudine di persone, questo dovrà rispecchiare quella “visione del mondo” condivisa da quella moltitudine. Il rischio che si corre è quello di sintetizzare, appunto, secondo una linearità, secondo una sequenzialità. Ma probabilmente se la natura del medium offrisse «ruoli anziché impieghi» (i primi mi sembrano attribuibili alla dimensione del gioco e quindi della dinamicità, i secondi alla dimensione meccanicistica e seriale e quindi della staticità), come nel caso della Rete, allora quella linearità verrebbe a mancare. Non seguendo una modalità standardizzata la sintesi del messaggio non è unica, ma può frammentarsi e plasmarsi a seconda del ruolo intrapreso. Ciò potrebbe accogliere quella discontinuità capace di far sentire e capire all’uomo il mutamento.
    Riguardo alla lettura “Narciso come narcosi” trovo utile ai fini dello studio che stiamo affrontando la riflessione di McLuhan sull’autoamputazione e l’estensione. Rapportate alla tecnologia, queste due attività trovano un riflesso sulla questione della mutazione. La tecnologia è un’estensione di noi stessi, del nostro corpo: «Nell’audiotattile Europa, la TV ha intensificato il senso visivo avviando gli spettatori verso modi di vestire e di presentarsi di tipo americano». Mi sembra di capire da questa frase che il corpo e la tecnologia si integrano, una commistione che mi fa pensare a “Crash” di Ballard. Pensando alle estensioni anche il mito di Narciso può essere interpretato sotto un’altra luce. Insomma, se ho ben capito, se corpo e tecnologia assumono una forma integrata, allora pensando alla mutazione, oltre a coinvolgere il piano culturale, potrebbe coinvolgere anche quello fisiologico. Il primo pensiero va naturalmente a quella tecnologica che agisce sul nostro corpo per curarci, ma anche per modificare il nostro aspetto. Nel caso di quelle tecnologie impegnate nella comunicazione è più sottile la ricerca del rapporto macchina/corpo. Penso all’estensione della voce attraverso la radio e il telefono o all’immagine attraverso la televisione. Penso all’estensione dei pensieri in parole nella scrittura, la riproducibilità di quei pensieri offerti dalla tipografia e infine all’espansione e frammentazione di questi grazie al Web.

    #117
  12. leonardasabino

    Bene, lei non sa niente del mio lavoro.
    Ritiene che ogni mia topica sia utopica.
    (…) Ragazzi, se la realtà fosse così

    #118
  13. flaminiatommasi

    Quasi allo scadere del tempo, ecco l’ultimo (pirotecnico?) post.

    Cominciando con le pagine di Innis, la frase che subito mi è saltata agli occhi è stata: “…siamo propensi a vedere in altre culture null’altro che le virtù della nostra…”, niente di più vero a mio avviso. Ogni cultura ha la presunzione di credersi superiore alle altre. Interessante anche la parte in cui Innis cita il pensiero di Hume per cui “…quando le arti e le scienze raggiungono la perfezione in qualsiasi stato, da quel momento…declinano…” , mi è venuta alla mente la scorsa lettura su Ong e quel concetto di interiorizzazione della tecnologia. Quando una tecnologia viene interiorizzata (in quel caso si parlava della scrittura) il progresso ce ne pone davanti una nuova per cui deve avvenire il medesimo processo e quella precedente, in qualche modo, declina anch’essa. Innis inoltre analizza i mutamenti nei metodi di comunicazione nelle diverse civiltà e sottolinea come la stampa abbia portato ad un tipo di civiltà dominata dall’occhio più che dall’orecchio. Nella comprensione di Innis mi è stata d’aiuto la lettura delle pagine di Matera e Sanfilippo i quali fanno una panoramica molto utile e chiara sugli studi della comunicazione. Alla base del rapporto sociale ed economico tra gli uomini per Innis c’è la comunicazione della conoscenza attraverso le forme e gli strumenti disponibili a seconda delle epoche. Trovo questo concetto tanto semplice quanto importante. Non esiste un solo tipo di conoscenza, è un “oggetto poliedrico” e molti sono i canali con cui può essere trasmessa e scambiata. La comunicazione per Innis non consiste solo nel suo contenuto ma anche nel suo veicolo. “ Il medium è il messaggio” dirà McLuhan, ogni medium è un’estensione di noi stessi.

    Infine Morin affronta il concetto di “cultura di massa”, quella Terza Cultura che viene prodotta secondo le logiche della fabbricazione industriale di massa, viene divulgata secondo tecniche di divulgazione di massa e rivolta ad una massa sociale. Morin sostiene che se per cultura si intende un complesso di norme, simboli, miti e immagini che entrano nell’intimità dell’individuo e ne influenzano gli istiniti e le emozioni, allora la cultura di massa è cultura. Questa però ha trovato non pochi ostacoli nel confronto con “l’intellighentsia colta” che la considera una merce di pessima qualità, opponendole una certa resistenza. E’ qui che si pone la questione accennata dal Professor Fiormonte, mi permetto di citarla: “…continuare a celebrare il funerale della cultura “alta” e dell’intellighentsia a essa collegata (nonché della scuola, dell’università, ecc. ecc.), oppure ricercare una nuova sintesi che non escluda la cultura di massa?” Io mi trovo d’accordo con Morin quando asserisce che il suo scopo non è esaltare la cultura di massa bensì “riabbassare la cultura degli uomini colti”. Dal mio punto di vista la cultura di massa probabilmente ha dei lati negativi in quelle sue caratteristiche di standardizzazione e spersonalizzazione, ma credo che sia più importante notare come essa abbia reso accessibile la cultura stessa. Secondo me il punto è proprio questo: l’accessibilità. L’intellighentsia era chiusa in quella sua cultura elitaria che escludeva chi non faceva parte di quella cerchia di “colti”. L’avvento della cultura di massa e con essa la diffusione dei mass media, hanno fatto sì che l’informazione, il sapere ma anche la musica, il cinema potessero essere fruibili da tutti indistintamente. Questo secondo me non ha provocato un livellamento verso il basso (di cui accennavo già nel post su Ong) ma ha permesso a tutti di usufruire di un qualcosa che è reso in qualche modo universale. A questo punto come questo “tutto” possa essere raggiunto dipende dal mezzo che si usa e dal tipo di uso che se ne fa. Questo varia a seconda della volontà, della necessità, dell’interesse e del grado di alfabetizzazione e competenza che si possiede.

    #119
  14. saramoretto

    Alcuni punti – e conseguenti riflessioni – che mi hanno colpita in ciascuna delle letture, schematicamente:

    • Innis
    Quanto più una società è culturalmente attiva, più il suo potere cresce. Se una cultura si fissa invece unicamente su se stessa, è l’inizio del suo declino. Inequivocabilmente, sostiene Innis, la nostra civiltà – come ogni altra – si crede superiore alle altre, e questo la limita fortemente. Di conseguenza l’ideale sarebbe coltivare il proprio patrimonio culturale, tenendo sempre aperto un confronto con gli altri. Ma è sempre così semplice riuscirci? Di certo no, ma indubbiamente i mezzi di comunicazione possono facilitare il compito. E infatti lo studioso prosegue, argomentando la sua tesi: “il successo della forza organizzata dipendeva in parte dal progresso tecnologico” (in questo caso, parlando di Babilonia, per ‘progresso’ si intendono cavalli, carri e uso del ferro: oggi ci si riferirebbe magari all’uso del pc e di altre tecnologie avanzate). In effetti lo studioso sembra mantenere una posizione abbastanza moderata sul tema: alla fine del capitolo sottolinea che i mutamenti della tecnologia e la loro influenza sulle comunicazioni diminuiscono notevolmente le possibilità di riconoscere l’equilibrio raggiunto dalla precedente società, così come l’eventualità – molto remota – di raggiungerlo a propria volta. Si arriva quindi all’amara conclusione, ormai nota, che il livellamento culturale della popolazione in un regime democratico conduce a una minore resistenza al despotismo futuro. Innis scrive queste parole nel 1951, ma potrebbe benissimo averlo fatto nel 2009. Sono invece rimasta piacevolmente stupita quando lo studioso riporta il fatto che la biblioteca costituiva un forte strumento di potere imperiale: oggi chi considera più le biblioteche luoghi importanti e, soprattutto, “di potere” (almeno nelle sfere governative)? Andando avanti nella sua ricostruzione storica, Innis parla dell’abbandono del papiro e della pergamena in favore della carta: questo nuovo mezzo avrebbe dato un nuovo input all’apprezzamento verso la cultura. Come accade per tutte le invenzioni, si è verificato un iniziale interesse per la nuova arrivata, che è poi andato scemando sia per “abitudine” che per l’arrivo di nuovi mezzi e supporti. E infatti, con l’avvento della stampa, si verifica un ritorno a una civiltà visiva invece che orale. L’intervento di Innis si conclude con la constatazione che il mutamento, lo spostamento culturale e comunicativo hanno dei costi, anche pesanti. Non si riesce mai a raggiungere un equilibrio e una stabilità. Ma se stabilità fa rima con staticità, allora il pensiero di Innis – per quanto condivisibile in alcuni suoi aspetti – mi sembra un po’ troppo conservatore.

    • Morin
    L’immagine iniziale presentata da Morin nell’estratto proposto è molto suggestiva: uno sciame, un flusso, una corrente di parole e di immagini, di informazioni e di dati che fluiscono ininterrottamente da ogni mezzo possibile a nostra disposizione. Lo studioso si riferisce a quest’”involucro” comunicativo parlando di noosfera, stesso termine usato dal gesuita Teilhard de Chardin con l’accezione di “sfera del pensiero umano” (Vernadsky), una coscienza collettiva che si genera dall’interazione tra le menti umane, processo enormemente amplificato e facilitato dal Web. Il concetto di massa sociale è quindi centrale. Anche Morin si confronta quindi con l’idea di cultura, una nozione che giudica però a priori troppo larga, mentre quella di massa sarebbe a priori troppo ristretta. Interessante per me è stato il punto in cui parla della cultura come un ponte tra reale e immaginario: questa duplicità in effetti mi ha sempre affascinato, e credo sia l’asse portante di tutto ciò che i media oggi – interagendo appunto con la cultura – creano. Il fatto che le società moderne siano endemicamente policulturali non può che essere un bene. Ma la cultura – sottolinea Morin – ha anche una forte e irriducibile valenza politica, e in questo trovo un primo punto di contatto con quanto appreso dalla prima lettura di Innis. La ricostruzione che Morin fa della genesi della cultura pone l’accento su un aspetto importante, e cioè che agli inizi non erano degli intellettuali “di professione” a occuparsene, a “farla”: sottolinea insomma il carattere “popolare” della cultura. Si torna quindi a una fusione tra quella che è considerata cultura “alta” e la cultura di massa. Il concetto di cultura è e deve essere in continua discussione, anche per gli stessi intellettuali uomini di cultura, proprio in quanto studiosi. Forse è un assunto che troppo facilmente viene dimenticato.

    • McLuhan
    In “Understanding Media”, testo conosciutissimo dello studioso canadese, McLuhan sfata un falso mito che potrebbe facilmente e ingenuamente essere sposato da chi non è un esperto di comunicazione: e cioè che i mezzi di comunicazione di massa in sé sarebbero neutri, privi di accezioni positive e negative, e che il loro valore viene determinato da chi li usa e dall’uso che ne fa. In realtà ogni medium si addiziona a ciò che siamo, estendendo le nostre facoltà. Interessante il confronto che viene fatto tra la corrente artistica del cubismo – che presenta simultaneamente tutte le facce di un (s)oggetto e non un unico punto di vista illusorio – e i media. Il quadro che ne deriva può dunque risultare drammatico, ma almeno veritiero. E’ un po’ quello che accade mettendo insieme i diversi aspetti di un fenomeno, colti a seconda del medium utilizzato. Si può parlare di paragone cubista quindi, solo se si considerano i molteplici mezzi a nostra disposizione e non uno soltanto. Altro interessante paragone proposto da McLuhan è quello dello spaesamento provato di fronte alle nuove tecnologie, che ancora oggi noi uomini moderni (e in qualche caso umanisti digitali) proviamo, ma che anche gli uomini tribali hanno conosciuto durante il processo di alfabetizzazione: ovvero, una miriade di concetti e nozioni ai quali non erano stati affatto preparati. Il paragone regge fino a un certo punto, a mio parere: il passaggio al digitale è stato comunque graduale – finora – e non ha assunto le fattezze di un diluvio universale, come vuole l’immagine dipinta dallo studioso. Anche in questo estratto ritorna il concetto di equilibrio, già incontrato in Innis; in proposito McLuhan cita gli studi di due scienziati secondo cui le estensioni di sé ( i media) che tanto affascinano gli uomini altro non sarebbero che il tentativo di conservare l’equilibrio. La tecnologia indurrebbe dunque un senso di torpore, per cui ci sarebbe la scelta di un unico senso da stimolare, sviluppare, isolare o auto amputare: conseguentemente avverrebbe la ricerca di un equilibrio con gli altri sensi. L’uomo viene frammentato dalle tecnologie che egli stesso ha prodotto, secondo Blake. Queste possono quindi rivoltarglisi contro, portandolo al martirio e alla guerra. Insomma, il concetto di società avanzata = società belligerante è un comun denominatore ricorrente in tutti e tre gli autori analizzati: uno scenario tristemente noto.

    #120
  15. vivianaboni

    Uno studio dei rapporti fra tecnologie, cultura e mente che intenda investire le nuove forme di comunicazione, non può non tener conto di alcune fra le questioni già sollevate dalla Scuola di Toronto: l’idea del mezzo come estensione e supporto delle facoltà umane, l’influenza dei media sull’ambiente esterno e interno all’uomo, il problema del rapporto autore-creazione e autore-opera.
    Tuttavia, appare evidente come la sola ricontestualizzazione “in chiave digitale” di queste ricerche si dimostrerebbe inefficace. Non si tratta di mettere in discussione la permeabilità fra i diversi momenti tecnologici della comunicazione, ma di cercare di cogliere alcune specificità nelle attuali configurazioni i fra i nuovi media e i suoi attori. Il tentativo ruota attorno alla ridefinizione del concetto di media, con particolare riferimento ai domini dello spazio e del tempo. Se infatti Mc Luhan ha colto nel medium in sé, il potere di influenzare tanto il contenuto del messaggio quanto “l’intero campo dei sensi”, queste stesse considerazioni risultano inapplicabili al mezzo digitale. Non è qui in dubbio che il computer possa essere definito un’invenzione cosi come la radio, la televisione, la ruota, il telefono, ma è difficilmente applicabile a questo medium l’idea per cui ogni invenzione tecnologica sia un estensione di una particolare facoltà dell’uomo (come la ruota del movimento, la scrittura della parola, la televisione della vista). Il computer è infatti un ipermedia, un mezzo che rielabora altri mezzi e linguaggi, e che offre diversi “inviti” al suo utilizzo, come del resto ogni artefatto tecnologico; cosi diversamente considerato, di per sé non determina lo sviluppo o l’inibizione di questa o quella modalità percettiva dell’essere umano, se non nel momento in cui se ne frutta una particolare affordance.
    Le stesse categorie di spazio e tempo, nelle diverse forme di comunicazione offerte dal computer, vanno oltre l’idea di Innis secondo cui “i media che danno rilievo al tempo sono quelli di carattere durevole [mentre quelli che] danno rilievo allo spazio sono in genere di carattere leggero”. Se è vero che queste due dimensioni, a loro volta, ben si prestano come lente d’osservazione sulle culture passate e presenti (troviamo questa idea anche in Morin), nel caso di quella digitale perdono il loro carattere di sostanziale alternatività e, anzi, è nel loro potenziamento d’insieme che si può scorgere una delle specialità delle nuove forme di comunicazione.
    Un’ultima e fondamentale peculiarità dell’artefatto digitale risiede nelle sue modalità di produzione e fruizione: se fin’ora è stato possibile tracciare un’evoluzione storica dei media attorno all’idea di proprietà e creazione autoriale (si pensi a Goody e Ong nell’ambito del patrimonio culturale delle popolazioni orali, o a Morin per quanto riguarda la spersonalizzazione-frammentazione della creazione nell’epoca elettrica), con il computer e le tecnologie digitali si profilano scenari (e si producono contenuti) in cui la stessa distinzione fra autore e fruitore è costantemente messa in discussione.

    #121
  16. simonesozio

    Innis, Morin, McLuhan

    Harold Innis ritrae la società odierna come una massa ossessionata dalla ricerca della specializzazione in ogni campo, ben lontana dalla “mesòtes” (giusto mezzo) che contraddistingueva la cultura greca, priva di qualsiasi tipo di eccesso. Eppure il continuo progresso della tecnologia, che coincide con l’evoluzione dei sistemi di comunicazione, non può prescindere dal suo frenetico incedere, dalla dinamicità della propria natura; pertanto, le possibilità di riconoscere e raggiungere un equilibrio anche minimo vengono meno. L’analisi condotta da Innis prende le mosse da un’attento esame dello sviluppo storico e sociale della civiltà occidentale, tenendo in particolar considerazione l’evolversi della comunicazione e dei media, inteso come fondamento del progresso economico e sociale dell’uomo. Ritorna l’eterna opposizione fra oralità e scrittura, e, con l’avvento della stampa, si ricostituisce il monopolio della percezione visiva dell’informazione, a discapito di quella uditiva. A questo proposito, è geniale l’intuizione dello studioso riguardo all’uso della carta come “staple” per eccellenza, un prodotto di largo consumo senza il quale lo sviluppo economico e culturale del mondo non avrebbe avuto luogo: come affermano Matteo Sanfilippo e Vincenzo Matera nel saggio “Da Omero ai Cyberpunk” ,

    “non esiste valore o mercato senza comunicazione”.

    Morin, dal canto suo, vede nella società moderna e policulturale il tramonto della cosiddetta cultura “alta”, a favore di una mass culture assolutamente cosmopolita. L’intellettuale appartiene ormai a una realtà al di fuori del dinamico meccanismo del pensiero globale e globalizzato; l’individuo rinvia la propria singolarità alla costituzione di un’identità universale. In questo senso, mi trovo parzialmente in disaccordo con Morin: per costruire una cultura globale, è necessaria la coesistenza di numerose culture locali ed individuali, che nella globalizzazione possono fondersi, ma non scomparire né perdere la propria particolarità. Di sicuro interesse è poi l’analisi della cultura in base all’esistenza di due sistemi, statale e privato: mentre il primo cerca di educare il pubblico alla propria dimensione culturale, il secondo tenta di conformare se stesso al pubblico, ridisegnando la propria cultura. Da queste considerazioni deriva il profondo legame che vincola il patrimonio culturale di una civiltà alla politica che la governa. C’è da chiedersi se il potere culturale possa affermarsi a prescindere da quello tecnico-burocratico. I meccanismi che muovono la società moderna lasciano pensare il contrario. E così ogni produzione ed ogni invenzione dell’intelletto vengono ricollocate all’interno di un processo di standardizzazione.

    McLuhan analizza la funzione dei media all’interno della società di massa: ogni innovazione tecnologica è destinata a divenire estensione del corpo dell’individuo, così come ogni mezzo di comunicazione. La distinzione fra media caldi e freddi, che contribuiscono a narcotizzare (nel primo caso) o incentivare (nel secondo) la partecipazione comunicativa dell’utente, avvalora l’essenza della celeberrima formula “the medium is the message”: il messaggio è anch’esso mezzo, poiché il contenuto di un medium è sempre, a guardar con attenzione, un altro medium.
    Rimane dunque dell’individuo il compito di trasmettere informazione in modo intelligente e responsabile, preservando la propria identità dalla completa standardizzazione che impone la società di massa.

    #122
  17. luanamiriti

    Analizzando le letture di Innis,Mcluhan e Morin è importante soffermarsi, a mio parere, sul concetto di Medium affrontato dai vari studiosi.
    Un medium è un mezzo di comunicazione attraverso cui è possibile diffondere un messaggio, secondo le caratteristiche proprie del mezzo, ad una pluralità di indistinti e diffusi destinatari. Inizialmente con “mass media” si faceva riferimento ai giornali, radio e televisione, alla fine del XX secolo si assiste alla prepotente affermazione di Internet e del computer. Attualmente in questo contesto, per alcuni, anche i telefoni cellulari sono da considerare strumenti di comunicazione di massa, in quanto e nella misura in cui sono utilizzati, per esempio attraverso l’SMS, per veicolare conoscenza verso una pluralità di individui. Nel corso degli anni è stata prodotta un’enorme quantità di studi e ricerche sugli effetti causati dai media e ancora oggi gli esperti si dividono, secondo una famosa definizione di Umberto Eco, fra “apocalittici” (per i quali i media hanno una portata sostanzialmente distruttiva rispetto alla socializzazione ordinaria) e “integrati” (gli integrati, di cui senz’altro fanno parte tutti gli apologeti del consumo, al contrario sono gli apostoli di un progresso tecnologico capace di guidarci in maniera quasi automatica verso una terra promessa nella quale scompariranno per incanto la maggior parte delle nostre limitazioni).
    Secondo Mcluhan i media, per la loro stessa struttura comunicativa, modificano profondamente la nostra percezione della realtà e della cultura per cui “il medium è il messaggio”. Egli parlava di un’epoca elettrica che si sostituiva alla passata epoca meccanica e tracciava un accurato ritratto di un uomo nuovo, un abitante del villaggio globale, ancora sospeso tra le due tecnologie, due modi diversi di agire e pensare. Egli definisce quest’uomo alla ricerca dei suoi valori, della sua integrità con un ritorno al passato per poi congiungerlo al futuro; un uomo che pretende di comprendere fino in fondo la propria indole, consapevole dell’agire, ma bisognoso di chiarezza nel caos delle informazioni. Quest’uomo vive in un’unica realtà, il “mondo intero” ed è attore e spettatore e deve lavorare per costruire le proprie responsabilità perché davanti a lui si presenta una realtà “ricca di scambi, influenze, confronti tra tutte le sue parti improvvisamente collegate l’una con l’altra da un afflusso continuo di dati”. Un’interconnessione che lo costringe ad essere vigile per prevenire la “distruzione di una qualsiasi parte dell’organismo che può risultare fatale per il tutto”. Mcluhan con “villaggio globale” descrive la situazione contraddittoria in cui viviamo. I due termini dell’enunciato si contraddicono a vicenda, il “villaggio” esprime qualcosa di piccolo, mentre “globale” sta a significare l’intero pianeta. McLuhan ha forzato il linguaggio per meglio esprimere una situazione inedita e difficilmente rappresentabile. La globalizzazione agisce a molti livelli che interagiscono e si “rinforzano” reciprocamente. La globalizzazione investe ogni campo ed il risultato, l’effetto di questo fenomeno è quello che accade in un punto qualsiasi del pianeta è come se avvenisse sotto casa, accanto a noi come se vivessimo in un immenso villaggio. McLuhan afferma che per creare un mondo globale c’è bisogno di una fusione organica tra tutte le funzioni frammentarie e lo spazio totale. Grazie al web il mondo è diventato centro. La rivoluzione prevista da McLuhan ,il mondo come “villaggio globale”,era solo un anticipo ,un acconto di una rivoluzione che adesso tutti noi abbiamo sotto gli occhi e nella quale ognuno di noi, coscientemente o no, ci sta vivendo dentro.

    È interessante notare quanto afferma Mcluhan secondo cui è importante studiare i media non tanto in base ai contenuti che essi veicolano, ma in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione. McLuhan osserva che ogni medium ha caratteristiche che coinvolgono gli spettatori in modi diversi; ad esempio, un passo di un libro può essere riletto a piacimento, mentre (prima dell’avvento delle videocassette o dei DVD) un film deve essere ritrasmesso interamente per poterne studiare una parte. È in questo testo che McLuhan introduce la classificazione dei media in caldi e freddi. In generale possiamo dire che il concetto di “temperatura” è legato al grado di partecipazione che un media richiede in chi lo utilizza o ne fruisce. In questo senso i media “caldi” sono quelli che non esigono da parte di chi li utilizza una grande partecipazione, e media “freddi” sono invece quelli che richiedono al fruitore maggiore partecipazione e coinvolgimento. Un medium è caldo, e dunque meno partecipativo, se impegna un solo senso con messaggi ad alta definizione. In questo caso, infatti, la comunicazione fornisce una grande quantità di dati estremamente dettagliati, che non richiedono al fruitore nessuna operazione di integrazione del messaggio durante la percezione. Un esempio di medium caldo è la fotografia: su tratta infatti di un medium esclusivamente visivo le cui immagini sono dotate di un elevato grado di dettaglio. Ma anche la radio e la scrittura sono considerati da McLuhan media caldi. Al contrario, i media freddi coinvolgono molteplici canali sensoriali, inviando però un messaggio a “bassa definizione”. Essi di conseguenza lasciano spazio al fruitore, gli chiedono anzi di completare la loro portata informativa con una partecipazione attiva. I media freddi, insomma, coinvolgono il fruitore proprio perché lo stimolano con maggiore efficienza sia dal punto di vista sensoriale che da quello percettivo. Non stupisce dunque che McLuhan, oltre al telefono, indicava come esempio massimo di media freddo la televisione: «La TV è un medium freddo, partecipazionale … La radio, invece, è un medium caldo e funziona meglio se se ne accentua l’intensità. Non richiede a chi ne fa uso lo stesso livello di partecipazione. Può servire come rumore di fondo… La TV non può essere uno sfondo, ci impegna, ci assorbe».
    Le tecnologie, insomma, non si limiterebbero a semplificare la nostra vita quotidiana, a ottimizzare spazi e tempi, a introdurre nuovi strumenti di comunicazione. Chi crede di potersi servire dei media, controllarli, senza lasciare nulla sul campo, sostiene McLuhan, si sbaglia di grosso. Ciò che non ha alcuna conseguenza, ciò che è solo funzionale per chi lo fruisce, è il contenuto del medium. Il suo messaggio, invece, è tutto ciò che implica: l’alterazione delle proporzioni, dei ritmi, degli schemi. Secondo lui i media sono una sorta di sottile membrana sistemata tra noi e il mondo esterno. Da loro dipende la nostra percezione di quanto ci circonda, dalla visione d’insieme ai contorni più sfuggenti.
    Altro interessante punto di ciò che sostiene Mcluhan è il ruolo dell’artista. Per Mc Luhan è proprio l’artista ad incarnare la figura ideale di interprete e guida di questa difficile epoca di transizione, in quanto “l’artista è sempre impegnato a scrivere una minuziosa storia del futuro perché è la sola persona consapevole della natura del presente.” Inoltre “L’artista è l’uomo che in qualunque campo, scientifico o umanistico, afferra le implicazioni delle proprie azioni e della scienza del suo tempo. E’ l’uomo della consapevolezza integrale. “L’ artista è l’unico uomo che non è intorpidito dalla tecnologia ma è consapevole dell’adattamento dei diversi fattori della vita individuale e sociale alle nuove estensioni. L’artista è sempre impegnato a scrivere una minuziosa storia del futuro perché è la sola persona consapevole della natura del presente.” Secondo lui è un fantastico connubio tra la tecnologia meccanica e quella elettrica:compito del regista è di trasportare l’utente dal suo mondo a quello creato dal film. È un fatto così ovvio e si verifica in modo così completo che coloro che subiscono questa esperienza l’accettano senza esserne consapevoli. Rispetto alla stampa, il cinema immagazzina e trasmette una grande quantità di informazioni: così lo scrittore per sopravvivere ha ridotto le descrizioni e si è mosso verso un simbolismo di profondità.
    Innis come Mc Luhan e Morin prendono in esame la relazione tra civiltà e mezzi di comunicazione, mettendo al centro il concetto di cultura come fulcro della civiltà.
    Interessante il pensiero del sociologo francese E.Morin che opera una rivalutazione della cultura di massa, ponendo l’obiettivo, davanti all’alterigia con cui l’intellighenzia si scaglia contro la cultura di massa, non di esaltarla, ma ridimensionare il ruolo della cultura alta. Certo, egli non manca di evidenziare l’egemonia valoriale degli Stati Uniti, primi produttori di beni culturali industriali, e il fatto che la cultura di massa sia cultura dei consumi, e infine, che essa tenda ad essere media nella sua aspirazione e ispirazione, quindi a tagliar fuori coloro che sono materialmente troppo poveri, o spiritualmente troppo ricchi per i sogni che produce. La cultura di massa, la cultura industriale, rimane per Morin l’unico grande terreno di comunicazione tra classi sociali e culture diverse, l’unico esempio di cultura universale della storia dell’umanità. Egli lascia una traccia sul dibattito dell’industria culturale definisce la cultura come un corpo complesso di norme e simboli miti e immagini che penetrano l’uomo e nella sua intimità e ne strutturano gli istinti.Egli prima di parlare di cultura di massa parla di cultura nazionale religiosa e umanistica .La conoscenza della storia è importante, aiuta a conoscerci meglio ,ad avere una identità nazionale come proiezione di identificazione interna. La sua posizione alternativa sulla cultura di massa e sull’industria culturale analizza con strumenti alternativi e non con le chiavi di lettura della cultura “alta”,tentando di risolvere la dicotomia tra cultura “alta” e cultura popolare. È cultura a tutti gli effetti anche quella diffusa dai giornali, dalla televisione, dal cinema. Le società moderne sono policulturali, vedono la compresenza della diverse culture che si coniugano e convivono.La cultura di massa integra e si integra nella realtà policulturale. Si fa contenere e controllare dalle altre culture, ma tende anche a corroderle disgregarle.

    Innis propone l’obiettivo di ripercorrere la storia dello sviluppo della civiltà occidentale attraverso una precisa analisi di quelle che ne sono state le principali istituzioni. Egli muove dall’evoluzione dei mezzi di comunicazione, dalla capacità di quest’ultimi di adattarsi al continuo mutare dei tempi e dall’utilizzo che gli individui, gruppi o comunità ne hanno fatto con lo scopo primario di salvaguardare la propria memoria e la propria sopravvivenza. Egli operò, all’interno dei mezzi di comunicazione (o media), la suddivisione teorica tra quelli che si sviluppano nel tempo e quelli che si sviluppano nello spazio. I primi hanno una limitata portata geografica, come ad esempio le iscrizioni e le epigrafi su pietra; i secondi sono invece effimeri, ma raggiungono distanze lontanissime, come radio, televisione e giornali. In particolare egli si occupò dei diversi modi in cui i mezzi di comunicazione determinano il nascere, l’affermarsi e il declinare degli imperi, e in genere i complessi rapporti che si instaurano tra comunicazione e potere economico-politico, fondamentali per la comprensione di quest’ultimo. Innis attribuisce al rapido dispiegarsi dei mezzi di comunicazione di massa, effimeri nel tempo ma geograficamente potentissimi, la «continua, sistematica e spietata distruzione degli elementi di permanenza essenziali all’attività culturale». Egli era convinto che il futuro della cultura occidentale potesse essere assicurato solo da un ritorno all’equilibrio tra spazio e tempo nei mezzi di comunicazione: di qui la grande importanza da lui accordata alle istituzioni universitarie, in cui è ancora possibile un trasferimento di conoscenze duraturo e svincolato dalla dittatura della tecnologia, e dunque la rivendicazione della loro totale indipendenza dal potere. Egli mette in luce tutti i passaggi chiave della storia della comunicazione umana nel corso dei secoli, a partire dall’antico Egitto per arrivare fino all’età della carta e del torchio da stampa. Il dato più sorprendente è riscoprire, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che chi possiede le chiavi dell’informazione è in possesso di un enorme potere che può gestire a vantaggio della collettività o solamente di una parte di essa. Si assiste così ad un continuo ciclo di concentrazione del sapere, e dunque del potere, nelle mani di una sola casta, solitamente quella sacerdotale, fino alla scoperta di un nuovo medium e alla rottura del monopolio culturale costituitosi sul precedente con il conseguente sviluppo delle istituzioni nella loro totalità. L’introduzione di un secondo medium tende a frenare l’influenza del primo, e a creare le condizioni adatte alla crescita dell’impero. Il dominio della pergamena ha portato, nella storia dell’occidente, al monopolio dell’organizzazione ecclesiastica, che a sua volta provocò l’introduzione della carta, favorevole invece allo sviluppo delle istituzioni politiche.
    Con l’avvento della stampa, la carta facilitò lo sviluppo effettivo dei vernacoli, e diede espressione alla loro vitalità nella crescita del nazionalismo. L’adattabilità dell’alfabeto alla produzione industriale su larga scala, diventò la base dell’alfabetizzazione, della crescita della pubblicità e del commercio. Il libro, quale prodotto specializzato della stampa, e successivamente il giornale, rafforzarono la posizione della lingua come base del nazionalismo. La capacità di sviluppare un sistema di governo in cui l’influenza della comunicazione possa essere controllata, ed in cui sia possibile raggiungere una gestione equilibrata dello spazio e del tempo, rimane il problema di tutto il mondo occidentale. È interessante notare come la diffusione del papiro è associabile allo sviluppo dell’impero romano e al potere burocratico. Il papiro infatti è leggero, può essere trasportato con facilità e in quanto tale permette la costituzione di burocrazie che amministrano imperi estesi su superfici geografiche molto ampie. Il papiro tuttavia è delicato, si deteriora facilmente e quindi non è adatto a conservare la conoscenza per lunghi periodi di tempo. Diversamente, la pergamena conduce al rafforzamento del potere religioso e a uno spostamento dei luoghi di cultura verso il monastero e pertanto spinge verso la conservazione della tradizione e la chiusura sociale; la carta, infine, accresce lo sviluppo del commercio in Italia e nell’Europa settentrionale.

    #124
  18. pamelacecconi

    La lettura di Innis mette in luce i passaggi chiave della storia della comunicazione umana nel corso dei secoli, dall’antico Egitto fino all’età della carta e del torchio per stampare. Innis pone la sua attenzione sul modo in cui i vari supporti della comunicazione hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita di diverse forme di organizzazione politica e economica. Chi può accedere all’informazione possiede un potere enorme che può mettere a disposizione della collettività o solo di una parte di essa. Il sapere-potere ciclicamente si concentra nelle mani di una sola casta fino alla rottura del monopolio culturale con la diffusione della cultura di massa. I processi culturali sono influenzati dall’introduzione delle tecnologie di comunicazione, per cui l’introduzione e l’accettazione da parte della società di un nuovo medium cambia il modo di vedere il mondo, i rapporti di potere al suo interno e le dinamiche percettive individuali. Questo mi pare essere il filo conduttore che lega Goody, Ong per l’analisi del passaggio dall’oralità alla scrittura e dei mutamenti sociali e psicologici seguiti all’introduzione dell’alfabeto, ma anche E. Eisenstein per l’analisi dei mutamenti conseguenti l’introduzione della stampa.
    Secondo Innis le forme e i mezzi, caratteristici di varie epoche storiche, che permettevano di diffondere la conoscenza, costituivano la base delle relazioni sociali ed economiche tra gli individui.
    Innis distingue teoricamente tra forme e mezzi di comunicazione, quelli che tendono ad agire sulle dimensioni dello spazio e del tempo, differenziandosi per una maggiore propensione per l’una o l’altra dimensione. I media che pongono l’accento sullo spazio sono leggeri e facilmente trasportabili, come il papiro o la pergamena; invece quelli che enfatizzano il tempo sono fatti di materiali pesanti, sono difficili da trasportare ma per questo sono più resistenti e durevoli, come la pietra o la creta. I primi rafforzano il potere politico perché permettono la circolazione di informazioni su vaste aree, e la formazione di organizzazioni burocratiche. I secondi favoriscono l’accentramento del potere nelle mani di una casta rafforzando i monopoli ecclesiastici e le istituzioni religiose.
    Sia Innis che McLuhan ritengono che le tecnologie della comunicazione abbiano un vero e proprio potere di riconfigurazione della realtà, e per questo entrambi possono essere collocati all’interno della corrente definita “determinismo tecnologico”, cioè l’idea che in una società la struttura mentale delle persone e la cultura siano influenzate dal tipo di tecnologia di cui tale società dispone. Inoltre i due studiosi sono accomunati dall’idea che il medium sia il messaggio: ciò che per loro era importante studiare, non era il contenuto della comunicazione quanto il mezzo che veicola i messaggi, ritenuto in grado di plasmare il modo di pensare e percepire il mondo.
    La lettura di McLuhan si concentra sull’espressione “il mezzo è il messaggio”, considerata la sua riflessione più importante, e sta ad indicare che il vero messaggio che ogni medium trasmette è costituito dalla natura del medium stesso. Ogni medium va quindi studiato in base ai “criteri strutturali” grazie ai quali organizza la comunicazione; è proprio la particolare struttura comunicativa di ogni medium che lo rende non neutrale, perché essa suscita negli utenti-spettatori determinati comportamenti e modi di pensare e porta alla formazione di una certa forma mentis. Più che il contenuto, sono le caratteristiche del medium a esercitare effetti sulla società, quindi, le tecnologie non ci aiutano soltanto nella vita quotidiana, semplificandola ed ottimizzando spazi e tempi ma, come un tempo accadeva per gli alfabeti e la carta stampata, le tecnologie della comunicazione oggi esercitano un effetto gravitazionale sulla cognizione umana. Secondo McLuhan dai media dipende la nostra percezione di quanto ci circonda, dalla visione d’insieme ai contorni più sfuggenti.
    Per quanto riguarda la lettura di Morin invece, egli conduce un’analisi della cultura di massa, considerata quale complesso di miti, simboli e immagini della vita reale e della vita immaginaria, in cui l’uomo quotidianamente si attua e si riconosce. A metà del XX secolo si attua, secondo Morin, una seconda industrializzazione, quella dello spirito che riguarda le immagini e la diffusione dei sogni che “colonizzano” la cultura e gli individui. All’indomani della seconda guerra mondiale si afferma una Terza Cultura. La mass-culture è “ […] prodotta secondo le norme della fabbricazione industriale di massa, divulgata mediante tecniche di divulgazione di massa, rivolta ad una massa sociale”. Morin riconosce a questa mass-culture lo status di cultura a tutti gli effetti che si aggiunge alla cultura nazionale e alla cultura umanistica entrando in concorrenza con loro, integrandosi con esse, e in qualche modo erodendole.
    “Cosmopolita per vocazione e planetaria per estensione, (la cultura di massa) ci pone i problemi della prima cultura universale della storia dell’umanità”
    L’avvento di questo nuovo mondo culturale destabilizza le solide posizioni dell’intellighentsia letteraria che si impegna quindi nella protesta contro l’industrializzazione dello spirito. L’intento di Morin non è però quello di esaltare la cultura di massa, quanto quello di ridimensionare la cultura alta. Il torto della vecchia “alta cultura” era di avere per orrore tutto ciò che potesse rivoluzionare idee e forme. La “nuova cultura” ha in sé più possibilità in quanto con slancio cosmopolita favorisce i sincretismi culturali, anche se questo sincretismo si irradia a partire da un polo di sviluppo che domina tutti gli altri, gli Stati Uniti d’America. Tuttavia, questa cultura cosmopolita e sincretica arriva a distruggere le possibilità create grazie alla sua inedita espansione territoriale e ai mezzi di comunicazione di cui può giovarsi, andando alla ricerca della qualità media di un tipo di stampa, di radio, di cinema, il cui carattere tipico è quello di rivolgersi a tutti. Questa ricerca inevitabilmente “favorisce le estetiche medie,le poesie medie, i talenti medi, le audacie medie, le volgarità medie, le intelligenze medie, le medie sciocchezze”.

    #125
  19. alfonsinamosella

    Nel leggere lo spezzone del saggio di Innis ho trovato molto interessante il modo in cui l’autore lega cosi saldamente il processo economico di una civiltà con lo sviluppo della sua cultura. Ad analizzare attentamente la nostre storie sia economica che culturale ci accorgiamo che, si, effettivamente entrambe sono legate imprescindibilmente a doppio filo e non di rado l’una è causa principale di cambiamenti e mutamenti dell’altra: ed,inoltre, ciò avviene nell’arco dei secoli in maniera assolutamente bidirezionale. Le osservazioni di Innis, quindi, sono senza dubbio corrette ma la domanda principale da porsi, e che io mi sono posta, è perché tale processo di coinvolgimento sia venuto alla luce cosi tardi, solo a metà del XX secolo: ed è effettivamente troppo tardi se si considera che tale processo esiste praticamente da sempre, fin da quando l’uomo utilizza supporti (le cosiddette “tecnologie” di cui si parla variamente anche nello spezzone tratto dal saggio di McLuhan), diversi da quelli che ha in dotazione biologicamente, per svolgere le proprie funzioni quotidiane e soprattutto per comunicare. A questa mia domanda ho trovato, forse, pronta risposta nel saggio di Morin (e in parte anche in quello di McLuhan) che parla di questo nuovo e complesso fenomeno che porta il nome di “industrializzazione culturale”: termine che per tanti versi può sembrare certamente ossimorico ma che in realtà abbraccia e riassume tutta una serie si osservazioni che, a partire proprio da questi pionieri della sociologia della comunicazione, sono state fatte a proposito della cultura e dei suoi prodotti. Come ci dice Morin, forse il più lungimirante fra gli studiosi della sua schiera, agli inizi del ‘900 con l’avvento della Terza Cultura (cinema, radio, televisione) “[…]la creazione tende a diventare produzione[…]”, “[…]mai la cultura e la vita privata erano entrate a tal punto nel circuito commerciale ed industriale[…]”. Questi cambiamenti così repentini hanno un peso non indifferente nella vita delle persone e si ripercuotono ovviamente sui processi produttivi e, dunque sull’economia dei paesi: questa non era la prima volta che accadeva un simile fenomeno ma mai tanto palesemente si era mostrato lo stretto legame fra tecnologie, arte (e quindi cultura) e processi produttivi (e quindi economia). Ciò accade, ovviamente, perché i nuovi mezzi di comunicazione, le nuove tecnologie o la Terza Cultura come ama definirla Morin sono qualcosa in più dei media precedenti quali il giornale o il libro: essi sono davvero accessibili a tutti e per la prima volta occupano, di forza e con impeto, con una completa estensione in orizzontale e in verticale, tutto lo spazio della popolazione senza esclusione di ceti, etnia, religione. I ritmi di produzione si fanno più incessanti, la domanda sale di giorno in giorno, vecchie proposte vengono riesumate mentre c’è spazio a sufficienza per le nuove, il concetto stesso di opera d’arte cambia: l’autore non è più da solo al centro dell’attenzione perché l’interesse si allarga e, di conseguenza, si espande a macchia d’olio anche la luce sulle maestranze che offrono il prodotto. I tempi dell’eroe-autore solitario di metà ottocento sono finiti e il “divismo”, quello di cui Morin parla ampiamente nelle pagine del suo saggio, fa brillare come stelle i suoi protagonisti. E’ questo quello che accade quando i mass media irrompono sulla scena mondiale agli inizi del ‘900 ed è questo quello che ci descrive 30 anni prima di Morin, Innis e McLuhan, Walter Benjamin, scrittore e filosofo tedesco, flâneur di professione. Egli, vagando per le strade di Parigi, accumula una serie di osservazioni sui cambiamenti in atto nella Francia, e quindi nell’Europa, a ‘900 appena iniziato. Osservazioni che riverserà in parte nel suo piccolo saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, pubblicato a metà degli anni ’30, in cui parla nello specifico della massificazione della cultura e della cosiddetta “decadenza dell’aura” su cui però egli non si esprime in maniera negativa,anzi. Benjamin è infatti convinto, andando contro le posizioni apocalittiche espresse da alcuni esponenti della scuola di Francoforte quali Theodor Adorno e Max Horkheimer, che l’opera d’arte, nel momento in cui perde la propria aureola di unicità, uscendo dai musei e dalle pinacoteche diventa all’improvviso accessibile a tutti perché riprodotta e quindi veramente e profondamente democratica. Ovviamente quello di cui Benjamin non parla, e su cui Innis e Morin insistono maggiormente, è il fatto che massificazione vuol dire anche e soprattutto industrializzazione dell’opera d’arte. Per cui, ammessa anche la distribuzione a più strati della massa ciò significherà in primis serializzazione e dunque, regole e limiti da porre al prodotto stesso. Ma a ben vedere la cultura non è mai stata immune da precetti di questo tipo: già Vladimir Propp nel 1928 pubblicava una “Morfologia della Fiaba” tesa appunto ad evidenziare confini e limiti intrinseci che l’arte si auto-impone durante il processo di produzione; e qui non si parla dei soli cinema, radio e televisione: come dice anche il titolo, lo studioso russo si concentra sui racconti e sui romanzi, dando un particolare sguardo a quelli di folklore e quindi radicati da secoli nella coscienza popolare.
    A vederla da questo punto di vista, dunque quello di cui ci parla Innis non è sicuramente niente di nuovo sotto il sole ma egli ha indubbiamente il merito di aver portato questa analisi, semplicemente abbozzata da studiosi quali Propp e Benjamin, ad un livello superiore apportando inoltre tutte le specificità del caso che le sue particolari competenze in materia gli hanno suggerito.

    #126
  20. Mi è piaciuto molto quest’ultimo commento. Non andrei a ricercare però precursori a tutti i costi, sebbene Benjamin sia un corollario necessario a McLuhan. Ricordiamoci però che si muovono su un terreno culturale omogeneo (i simbolisti francesi, Joyce, ecc.). Insomma esiste anche l’eterogenesi delle fonti: si pensono cose simili senza per questo essere gerarchicamente collegati. Prima che mi dimentichi, volevo glossare la frase iniziale: “[...] l’autore lega cosi saldamente il processo economico di una civiltà con lo sviluppo della sua cultura”. Non è solo il processo economico a legarsi allo sviluppo della cultura, ma anche quello politico. Guardatevi intorno e capirete perché ci troviamo in una situazione di crisi globale. Come “intellettuali” dovremmo uscire dalle nostre nicchie (ora sono quasi diventati loculi) e analizzare la crisi economica attuale per ciò che è: non ‘semplicemente’ una crisi finanziaria, ma una crisi della cultura. Intesa qui nel senso più ampio possibile: crisi di rappresentazione e auto-rappresentazione della società (occidentale?). Gli studi culturali e Innis (che ne preparò il terreno) ci forniscono una chiave per andare oltre l’analisi marxiana – che pure andrebbe recuperata – e affermare che il capitalismo cognitivo e la biopolitica sono forme insieme di parassitismo e svuotamento culturale. Non lasciamo questa crisi nelle mani dell’economia e della politica. Riprendiamoci ciò che è nostro: il coraggio di pensare alternative culturali.

    #127
  21. paolacoda

    Sulla lettura di Innis mi trovo abbastanza d’accordo con Elisa Strozzi: l’autore scrive in un determinato periodo storico dal quale sono scaturiti i suoi studi e le sue teorie (come un po’ accade per tutti gli studiosi). L’analisi che Innis fa delle varie comunità (sumerica, egiziana, greca ad esempio) nel corso della storia, parte dal mezzo di comunicazione che esse utilizzavano, primo fra tutti la scrittura. Una vera e propria relazione quindi tra lo sviluppo della civiltà e quello dei mezzi di comunicazione. Io non penso che ci possa essere sempre un rapporto di causa-effetto tra le due cose ma per Innis sembra sia proprio così, la civiltà è cresciuta e si è sviluppata proprio grazie ai media. Ma, attenzione, il discorso di Innis va al di là di quello che si può facilmente criticare ad una teoria del genere, che cioè il mutamento della civiltà può portare a lungo termine ad una perdita dei valori (si è sentito anche di recente un discorso del genere in riferimento a internet). Per Innis non c’è una perdita, ma semplicemente un mutamento degli stessi valori. Ed è un discorso abbastanza logico perché i valori sono qualcosa di insito nella comunità, se la comunità muta i valori mutano con essa.
    Di mutamento culturale parla anche il saggio di Morin, puntanto in particolare alla questione della produzione di massa, vista come un vero e proprio mix di ciò che l’uomo immagina e di ciò che vive concretamente. La cultura di massa è “una realtà che non può essere sviscerata che con un metodo, quello della totalità”. Sta qui la particolarità di questo studioso, ribaltare l’intera concezione di “cultura”, per cercare di elaborare una nuova sociologia della cultura contemporanea. In questa nuova società infatti l’oggetto è strettamente legato al suo essere un “prodotto industriale”, al suo essere qualcosa di standardizzato; è venuto naturale quindi all’uomo il nuovo modo di usufruirne, il nuovo modo di “consumare”. Forse può sembrare un’accezione negativa, ma io credo possa diventare il vero punto di forza della cultura di massa, perché questo meccanismo garantisce alla società una forte capacità di adattamento a diversi contesti.

    Un’altra caratteristica fondamentale della cultura di massa è infatti il nuovo pubblico che la fruisce. Al di là delle varie differenze è possibile stabilire la presenza di un terreno comune, un’identità che costituisce il sostrato della cultura di massa: è l’identità dei valori di consumo. La legge fondamentale della cultura di massa è quella del mercato. “Il vero problema è quello della dialettica tra il sistema di produzione culturale e i bisogni culturali dei consumatori”
    Diverso è il discorso da cui parte McLuhan, e cioè quello che i nuovi media influiscono sul pensiero e sul modo di agire degli uomini, perché intaccano i rapporti umani. Anzi non solo, i rapporti che cambiano sono diversi, sono anche quelli che legano l’uomo non solo ai suoi simili ma anche al resto dell’universo. (la classica definizione che i mezzi di comunicazione sono un’estensione del nostro corpo).
    Ma è altrettanto importante capire che generi di media ci influenzano maggiormente rispetto ad altri. Da qui parte la distinzione di McLuhan in media caldi e freddi: Si ha un medium caldo (ad esempio la radio o il cinema) quando estende un unico senso fino a che non si è abbondantemente colmi di dati e di informazioni. Ciò però implica che il fruitore del medium non partecipa e si può ritrovare in una sorta di stato di ipnosi. Un medium è freddo (ad esempio telefono, tv) quando invece fornisce una limitata quantità di informazioni ed implica, quindi, un alto grado di partecipazione da parte del pubblico che

    #128
  22. silviadaddazio

    Anzitutto mi scuso del ritardo con il quale consegno i miei commenti. Dal momento che l’argomento è stato analizzato in tutti i suoi aspetti, eviterò di fare le stesse considerazioni, ma cercherò di cogliere insieme a voi altri aspetti e curiosità.
    Analizzando le letture dei vari autori possiamo identificare le parole chiavi: sviluppo tecnologico,mass media e medium, che sono al centro delle analisi e riflessioni di questi tre grandi studiosi: Harold Adams Innis, Marshall McLuhan ed Edgar Morin.
    Dalla lettura di Innis emerge come le civiltà si sono evolute attraverso lo sviluppo della tecnologia e di come esse le hanno influenzate. Inizia subito con il porre il primo punto per la riflessione: quel la della superiorità che una nazione esprime nei confronti delle altre. Purtroppo è vero, Innis sottolinea che ogni nazione tende a vedere la superiorità o la sua unicità rispetto alle altre, perché non ci si rende conto che quello che siamo oggi, non è altro che il frutto di reciproche influenze di altre culture(ad esempio quella greca e romana). Lo sviluppo culturale occidentale, si deve al progresso tecnologico che sin dall’antichità si sviluppa con alcuni passaggi essenziali:dal papiro egizio alla carta, dal cavallo che traina all’invenzione del carro. Con lo sviluppo della scrittura molti Paesi dovettero riorganizzarsi e, in una sorta di reazione a catena dove Egiziani influenzarono Romani e i Greci gli Egiziani,le civiltà si evolsero. Si osserva quindi che le forme e i mezzi, caratteristici di varie epoche storiche, attraverso cui la conoscenza veniva diffusa, andavano a costituire la base delle relazioni sociali ed economiche tra gli individui. Forme e mezzi di comunicazione, tendono ad agire sulle dimensioni dello spazio e del tempo, differenziandosi per una maggiore propensione per l’una o l’altra dimensione e determinando in questo modo la tipologia di Imperi che si sono succeduti nel tempo. Io mi trovo d’accordo con il suo pensiero, perché quando oggi tentiamo di porci in maniera superiore ad altre nazioni facciamo un errore.
    Anche McLuhan si concentra sulla funzione del media all’interno della società di massa. Nell’opera Gli strumenti del comunicare del 1964 l’autore ridà slancio al medium definendolo estensione tecnologica del corpo umano. Con lo slogan Il medium è il messaggio, richiama l’attenzione sull’effetto intrinseco delle comunicazione attraverso i media. Più che il contenuto sono le caratteristiche del medium a esercitare effetti sulla società. Afferma così che, davanti ai media, occorre prestare attenzione più alle percezioni che ai concetti. Infatti,un chiaro esempio è quello della lampadina elettrica che,accesa, divide la luce dal buio: è un medium senza contenuto che, però, offre all’uomo l’opportunità di agire con l’intera dote dei suoi sensi e quindi uno spazio di vita. Quindi con l’espressione “il medium è il messaggio” si intende che non è tanto importante studiare i contenuti del mass-media come film, pubblicità ma l’aspetto più importante risiede nel medium stesso e nel condizionamento profondo che, in virtù delle sue caratteristiche tecnologiche, opera sui nostri modi di percepire e pensare il mondo; è il medium quindi che controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e dell’adozione umana. I contenuti invece di questi media, possono essere diversi, ma non hanno alcuna influenza sulle forme dell’associazione umana.
    Alla metà del XX secolo, secondo Morin, si afferma una Terza Cultura, la mass-culture, prodotta secondo le norme della fabbricazione industriale di massa, divulgata attraverso tecniche di promozione di massa, rivolta ad una massa sociale. Morin riconosce a questa mass-culture lo status di cultura: essa costituisce un corpo di simboli, miti e immagini concernenti la vita pratica e la vita immaginaria. L’avvento del nuovo mondo culturale destabilizza le solide posizioni dei rappresentanti dell’alta cultura, che protestano contro questo nuova presenza della mass-culture. Al contrario di questi intellettuali che di lì a poco Umberto Eco avrebbe definito “apocalittici”, la volontà di Morin non è esaltare la cultura di massa, quanto quello di ridimensionare la cultura alta che viveva con orrore tutto ciò che potesse rivoluzionare idee e forme.

    #133
  23. Un buon post.
    Mi ha fatto pensare proprio all’esercizio XML di oggi: il condizionamento del medium, in questo caso un linguaggio informatico, che nel momento stesso in cui “rappresenta” un contenuto in realtà lo sta trasformando.

    #134