Computational journalism?
Ecco un altro termine che sembra fatto apposta per metterci in crisi: giornalismo computazionale. Il link al convegno omonimo mi è stato segnalato dall’amico e collega Roberto Maieli (grazie Rob!). Ma che roba è? L’espressione è pomposa, ma in realtà riassume qualcosa di intuitivo: tutte quelle tecniche e quelle metodologie informatiche attraverso le quali oggi si scrivono, producono e pubblicano notizie e informazioni. Con qualsiasi medium, sotto qualsiasi forma. Dunque non più o non solo web journalism, giornalismo partecipativo, social network, informazione alternativa, ecc., ma l’insieme di tutte queste cose e probabilmente di più. Scopritelo nel blog del convegno, ricchissimo di interessanti link.
Dando una rapida occhiata in rete, sembra piuttosto l’eco di Googlezon in Epic 2015…
“Il “computational journalism” (o “giornalismo informatico”) [...] secondo James Hamilton, direttore del DeWitt Fallace Center for Media and Democracy, dovrebbe aumentare le capacità e l’efficienza dei giornalisti nei confronti delle istituzioni. Hamilton ritiene che il giornalismo responsabile non possieda caratteristiche di utilità ed interesse pubblico tali da trasformarlo in una fonte centrale di entrate nel disaggregato mondo mediatico di Internet. [...]
A quanto pare, in uno scenario Web così disaggregato, utenti e inserzionisti non sono disposti a pagare i costi del giornalismo investigativo. Ma Hamilton è convinto che i progressi informatici possano alterare tale equazione, addirittura sostituendo l’attività umana – lenta e costosa – alla base dell’attuale giornalismo d’approfondimento.
Complessi algoritmi sono già usati per aggregare contenuti destinati a siti Web come Google News, che offre un’ampia selezione di giornalismo on-line, senza ricorrere all’intervento dei giornalisti. Secondo Hamilton, in un futuro relativamente prossimo, questo processo si estenderà e gli algoritmi saranno in grado di aggregare informazioni da diverse fonti ed usarle per scrivere intere parti di articoli.
Un esempio teorico è fornito da EveryBlock, un portale che copre l’informazione di undici città americane. Inserendo il proprio indirizzo nel motore di ricerca, EveryBlock fornisce informazioni civiche, notizie d’attualità e contributi informatici legati ad una precisa area geografica [...]. In futuro, secondo Hamilton, vi saranno algoritmi capaci di elaborare queste informazioni sotto forma di articoli su misura per ogni area geografica, fornendo agli utenti, ad esempio, una storia di criminalità locale ed esplorandone il dato statistico rispetto all’anno precedente. Uno strumento del genere, in pratica, consentirebbe di fornire informazioni iper-locali senza i costi del giornalismo. Una prospettiva che non esalta Hamilton, né come professionista né come lettore.
Ma Hamilton parla anche di un’altra tendenza che influenza il giornalismo investigativo, ovvero il data mining nell’ interesse pubblico.
Quando, nel 2002, il New York Times ha riportato la notizia che un’agenzia americana stava sviluppando un sistema di rintracciabilità del terrorismo chiamato Total Information Awareness (consapevolezza totale dell’informazione, N.d.R.), i difensori della privacy hanno sussultato. Il motivo? Il Governo avrebbe pianificato di trasferire le informazioni presenti su Internet in un enorme database, per poi usare algoritmi informatici – le cosiddette strategie di data mining – e analisti umani allo scopo di identificare percorsi e associazioni prima inosservate che, invece, segnalerebbero una pianificazione terroristica.” [...]
L’articolo intero è qui –> http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/media/se-gola-profonda-incontra-data-mining/notizia_rp/39015/9