Informazione faziosa e riscrittura della storia

By Domenico Fiormonte

“Il manifesto” di mercoledì 1 aprile pubblicava un interessante articolo (p.  11) dell’israeliano Ury Avnery sul nuovo governo d’Israele. Non è mia intenzione occuparmi di politica orientale (mi manca solo questo), tuttavia ho fatto alcune ricerche e scoperto un paio di siti di informazione alternativa che voglio segnalarvi. Ovviamente si tratta di siti di parte, ma non per questo meno utili. Al contrario di molti, non penso che il problema dell’informazione sia la faziosità, ma la manipolazione dei fatti e delle notizie. Voglio dire che dalla faziosità è molto più semplice difendersi che dalla paludata neutralità di molte autorevoli testate. Come ricorderà chi ha studiato la pragmatica, le sabbie mobili iniziano nella dimensione della presupposizione e non dell’esplicito. Per questo vi invito (se ve la cavate con l’inglese) a dare un’occhiata a:
1) The Angry Arab News Service, blog di As’ad AbuKhalil, docente alla California State University, che raccoglie notizie politiche e culturali sul mondo arabo;
2) Il blog del citato Ury Avnery, vecchio (anche in senso letterale) pacifista israeliano e il collegato http://www.alternativenews.org/. Entrambi i siti offrono punti di vista assai poco comuni sul conflitto israeliano-palestinese.
3) Un’amica giustamente mi invita a completare il quadro con un sito italiano altrettanto ‘alternativo’ ma stavolta decisamente filo-israeliano: http://www.informazionecorretta.it/.

Infine, per un modo innovativo di fare informazione che sfrutti appieno le possibilità del web, si veda patchwork nation, un sito del Christian Science Monitor dedicato alla campagna per le elezioni presidenziali USA.

liverani

Mario Liverani, Antico Oriente, Laterza, 2005

La seconda riflessione scaturita dall’articolo di Avnery è legata alla dimensione testuale, in particolare alla trasmissione della memoria culturale. La mia riflessione partiva da questa citazione:

“[...] La soluzione è scritta nella Bibbia (Proverbi 24:6): «Ché la guerra si fa con calcoli meditati». (Nella versione di re Giacomo, la parola ebraica Takhbulot è tradotta con «consiglio saggio». In ebraico moderno essa significa inganni, sotterfugi, stratagemmi – ed è questo il modo in cui la intendono oggi tutti coloro che parlano l’ebraico).”

Non è certo la prima volta che una parola, nel corso della storia, cambi o si arricchisca di significati nuovi.  Tuttavia il caso dell’ebraico mi ha fatto venire in mente qualcosa di ben più sostanzioso. Ne abbiamo accennato in aula: come si trasmettono i testi? La filologia si è occupata storicamente di mettere a punto gli strumenti metodologici per una corretta conservazione e trasmissione dei testi. Ma che cosa accade quando un determinato “interesse” – religioso, politico, culturale – prende il sopravvento sulla normale (?) tramissione del documento storico? Quali sono gli agenti che operano sul testo e in che modo ne condizionano tempi e modalità di riproduzione?

Mario Liverani, nel suo monumentale Antico Oriente. Storia, società, economia (Roma-Bari, Laterza, 2005), sintetizza la nota (si fa per dire) questione della “composizione” dell’Antico Testamento. Si tratta di una vicenda assai complessa che riassumerò qui per sommi capi (lo stesso Liverani la narra in modo esteso in Oltre la Bibbia). In sostanza, in seguito alle invasioni assiro-babilonesi del Regno di Israele (VIII-VI sec. A. C.), avvengono successive ondate di deportazioni delle élites giudee nei territori dei conquistatori:

“Nabucodonosor espugna Gerusalemme una prima volta, riducendola alla condizione di regno vassallo (597), e poi una seconda volta ponendo fino all’autonomia locale (586). [...] E mentre i deportati in altre zone assire venivano fusi (anche forzosamente) alle popolazioni locali, gli esuli giudei in Babilonia mantennero maggiore coesione e individualità.” (Liverani, cit., pp. 680-681)

Dunque assistiamo a un doppio movimento di popolazioni, deportati in arrivo, che “portarono le loro divinità e le loro costumanze” in Palestina (p. 682) ed élites palatine o templari che cercano di perpetuare nell’esilio babilonese “la purezza della loro lingua, delle loro costumanze, della loro religione, per difendersi dall’assimilazione” (p. 682). Ivi compresi i testi sacri. A questo punto però avviene qualcosa di singolare, ovvero gli esiliati tornando nella loro terra notano che le antiche tradizioni sono scomparse o si sono corrotte, insomma non la  “riconoscono” e cominciano a considerarsi, in quanto scampati al disastro nazionale, gli unici eredi legittimi. Essi “restaurano tempio e legge, vietano matrimoni misti e sincretismo religioso, considerano illegittima la presenza sul territorio di coloro che non fanno parte della comunità religiosa yahwistica [...]” (p. 687). E’ a partire da questo momento che inizia quella che Liverani chiama la “rifondazione storiogafica”, ovvero l’operazione di riscrittura della storia di Israele in chiave nazional-religiosa:

“Ricollocando alle epoche di redazione i singoli interventi testuali che assommati insieme costituiscono l’Antico Testamento, ci si accorge che la maggior parte di essi si colloca [...] in epoca post-esilica (dunque in età achemenide ed ellenistica) – e in misura minore proprio ai limiti estremi di essa, in età esilica. Certamente il complesso dell’Antico Testamento è da valutarsi e da apprezzarsi più nella prospettiva del secondo tempio che non del primo, più nel quadro del ritorno dall’esilio che non della formazione e dello sviluppo del regno di Israele, e costituisce un caso colossale di ripensamento della storia passata, e di una sua riscrittura, in funzione del presente (un presente assai posteriore alla storia narrata).”  (Liverani, cit., p. 690).

Siamo insomma di fronte a un altro caso in cui l’identità del testo è funzione del suo contesto culturale (religioso in questo caso). Solo la teologia potrà giustificare e sostenere per secoli la stabilità di un testo che praticamente non è mai esistito nella forma in cui lo abbiamo letto fino a oggi. Più di due millenni prima di Google assistiamo a un episodio di manipolazione retroattiva delle forme di (auto)rappresentazione della realtà – i testi – che avrà conseguenze profonde nella storia dell’Occidente.

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